Lavorini: un caso che cinquant’anni fa anticipò le follie del web: misteri, omicidi e suicidi e reputazioni rovinate /1- di Giancarlo Santalmassi

Mario Lancisi – il Corriere Fiorentino

«Caro diario, oggi è iniziato il 1969. Auguro a te che sei come un amico confidenziale un anno fortunato e pieno di gioie e di conquiste”. Così scriveva Ermanno Lavorini, il primo gennaio. Trenta giorni dopo, un venerdì, vigilia di Carnevale, Viareggio in festa con i carri allegorici e le maschere, il ragazzo esce di casa e non vi farà più ritorno. «C’ero quando son cresciuto/ Zorro Blek e Braccobaldo / Belfagor e Carosello / ed hanno ucciso Lavorini / e dopo niente è stato come prima», canta Ligabue. Proprio così. Il delitto del dodicenne viareggino (era nato il 23 marzo 1956), figlio di un ricco commerciante di tessuti, il primo rapimento di bambino nel nostro Paese, segna un’epoca. Un mese prima di quel 31 gennaio, sempre in Versilia, ci fu l’assalto alla Bussola, dove fu colpito da un proiettile il pisano Soriano Ceccanti, e l’anno si chiuderà, il 12 dicembre, con la strage di piazza Fontana, a Brescia, 17 morti. L’Italia entra nel tunnel oscuro e violento della strategia della tensione e del terrorismo.

Il caso Lavorini rivela l’anima nera di Viareggio e della Versilia. Nera in quanto sdoganò nelle case degli italiani i balletti verdi, l’omosessualità dei ragazzi di vita, il sesso proibito e le perversioni notturne della pineta di Ponente. E nera nell’accezione politica dell’estrema destra che, assieme al terrorismo rosso, insanguinerà l’Italia con attentati e stragi. Non a caso nel 1989 due giovani cronisti del Tirreno, Roberto Bernabò e Corrado Benzio ,raccontarono per la prima volta il caso Lavorini come L’infanzia delle stragi.

Tutto comincia alle 14,30 del 31 gennaio del 1969 quando Ermanno inforca la sua bici, una Super Aquila rossa fiammante e se ne va con gli amici. «Torna presto», si raccomanda mamma Lucia, preoccupata che il ragazzo facesse i compiti di scuola. Ermanno frequenta la seconda media, è ripetente e la pagella non è granché. I Lavorini avevano un negozio di tessuti, nella piazza principale di Viareggio, di fronte alla casa in cui era nato lo scrittore Mario Tobino, e quando tirano su la saracinesca per l’apertura pomeridiana, Ermanno non è ancora tornato. La mamma comincia allora a preoccuparsi. Ansia, agitazione, telefonate agli amici: «Per caso avete visto Ermanno?». Nessuno lo aveva visto. Poi alle 17,40, lo squillo del telefono. «Pronto, chi è?», domanda trafelata Marinella, la sorella maggiore del ragazzo. Una voce anonima avverte che Ermanno tornerà dopo cena. Sospiro di sollievo. Poi il gelo: «Dica a suo padre di preparare quindici milioni e di non avvertire la polizia». Ed è subito notte nel cuore dei Lavorini: il piccolo Ermanno è stato rapito.

Come ha scritto Mario Spezi (in Undici delitti in attesa di verità, Mursia editore) due sono gli aspetti della tragica vicenda di Ermanno: il «giallo» e il «caso Lavorini». Il «giallo» va dal rapimento e dall’uccisione del ragazzo al 9 marzo, una domenica, quando il suo cadavere viene trovato sotto venti centimetri di sabbia a Marina di Vecchiano e si conclude il 19 aprile, giorno in cui un amico sedicenne del bambino, Marco Baldisseri, si decide a confessare. Poi c’è il «caso Lavorini». Che comincia proprio quando finisce il «giallo» e «che in un turbine di notizie, di voci, di maldicenze travolse Viareggio provocando altre due vittime, Rodolfo Meciani, suicida in cella, e Giuseppe Zacconi, figlio del grande attore Ermete, morto di crepacuore», scrive Spezi.

Nel mirino anche la politica. Baldisseri e soci coinvolgono nell’inchiesta anche il vicesindaco socialista Renato Berchielli e il presidente dell’azienda di soggiorno Ferruccio Martinotti, che nei mesi precedenti aveva annunciato: «Potremmo municipalizzare tutti i bagni». Meciani è un ricco commerciante con la fama di playboy ma in realtà è un omosessuale che frequenta la pineta di Ponente e con il quale Baldisseri si è appartato diverse volte, come racconta Sandro Provvisionato in Il caso Lavorini. Il tragico rapimento che sconvolse l’Italia, edito da Chiarelettere, in questi giorni in libreria.

Le indagini puntano sulla pista sessuale sul filo dell’ipotesi investigativa che il ragazzo sarebbe stato abusato e violentato da una banda di gay e pedofili. In realtà sul corpo di Ermanno non furono riscontrate violenze e abusi sessuali. Sotto accusa, oltre a Baldisseri, anche il ventenne Rodolfo Della Latta, che fa il necroforo ed è vicino al Msi e Pietro Vangioni, 16 anni, capo del gruppo versiliese dei giovani monarchici.

Il caso Lavorini fa il giro del mondo e Viareggio con la sua pineta di Ponente, dove la sera si svolgono traffici sessuali tra pedofili e omosessuali ( «gli invertiti» , i «capovolti», come venivano allora chiamati), diventa la città dei pervertiti e della caccia alle streghe contro i gay. L’11 ottobre 1970 si gioca sotto l’acqua il derby Lucchese-Viareggio e i tifosi lucchesi si riparano con ombrelli in cui avevano attaccato dei finocchi. «Viareggio dalle cartoline degli anni ruggenti del divertimento e del turismo diventa a livello di immagine pubblica la città della perversione», osserva Niclo Vitelli, ex dirigente del Pci versiliese e autore del libro Un bel dì vedremo su Giacomo Puccini. Grazie ad un giornalista del Giorno Marco Nozza, amico di Montanelli, che non crede da subito alla pista sessuale, e dopo tanti depistaggi l’indagine si indirizza gradualmente verso la pista politica. Secondo l’accusa il gruppo rapì Lavorini per raccogliere soldi per finanziare gli attentati dell’estrema destra. È dopo gli incidenti della Bussola che il gruppo si organizza. Per rispondere ai gruppi dell’estrema sinistra. La Versilia diventa così un crocevia dell’estremismo di destra.

Tra il processo di primo grado che si svolge il 6 marzo 1975 (alla vigilia vengono esplose 9 bombe carta) e quello della Cassazione, 13 maggio 1977, non cambiano gli imputati ma le pene. Il terzetto viene condannato per rapimento a scopo di estorsione e omicidio preterintenzionale: 8 anni e 6 mesi per Baldisseri per aver colpito Ermanno, provocandone la morte, 11 anni e 10 mesi a Della Latta per averlo soffocato e seppellito, e 9 a Vangioni. Questa la verità processuale stabilita dalla Cassazione nel 1977 su cui, a distanza di cinquant’anni, gravano dubbi, ombre. Ad esempio come morì Ermanno? A causa di un fortissimo pugno che gli avrebbe spappolato il cervello, come ha certificato il medico legale? O per asfissia, sostiene un’altra perizia? E quale fu il disegno complessivo del rapimento? Dietro i tre giovani condannati c’era qualche regista adulto e occulto? Dopo mezzo secolo, mentre Viareggio rimuove questa sua antica ferita, quello di Lavorini sembra somigliare a casi non conclusi, che restano aperti.

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