Il momento difficile delle stelle (?) cadenti – di Alberto Mattioli

il re degli ignoranti sorpassato dallo spirito dei tempi.

Costa come il reddito di cittadinanza ma fa ascolti da élite: l’altra sera, battuto perfino dalla solita fiction edificante di Raiuno. Ormai ci sono pochi dubbi che Adrian, l’ultima impresa tivù di Adrian(o) Celentano, sia un flop. Martedì, in prima serata su Canale 5, ha fatto uno share del 13%, perfino inferiore a quello di Aspettando Adrian con l’ostensione, al solito semimuta, del Molleggiato in carne e ossa prima di quello a cartoni. Insomma, molta spesa e poca resa.

A questo punto, viene da chiedersi se, dopo mezzo secolo abbondante di Celentano in tutte le salse, cantante (tuttora il migliore), recitante, parlante, scrivente e perfino silente, l’Italia sia da considerare definitivamente smolleggiata, de-adrianizzata, e il Nostro da inumare (metaforicamente, per carità) nel Pantheon delle glorie nazionali. Magari è prematuro, in un Paese che si ispira da sempre alla saggezza delle nonne, modello «qui non si butta via niente», e dove periodicamente torna a galla chi si credeva definitivamente archiviato, da Berlusconi a Pippo Baudo. Già Fanfani, ai suoi tempi, era stato ribattezzato «rieccolo», quindi non è da escludere che prima o poi anche Celentano torni a imperversare.

Il problema, in ogni caso, non è lui, ma il Paese. Adriano è sempre quello, è l’Italia che è cambiata. Il Celentano «politico», il telepredicatore, aveva poche idee ma confuse. Però funzionava perché appariva «altro» rispetto al potere. Era il buon soldato Svejk, l’Innocente davanti a Boris Godunov, il bambino che grida che il Re è nudo. Era l’ingenuo o l’ignorante, un portatore insano di utopia nel regno cinico della politica, una specie di san Francesco che si toglieva i vestiti (solo metaforicamente, per fortuna, a differenza del suo alter ego a cartoni che si dà da fare più di Rocco Siffredi, non a caso l’ha disegnato Milo Manara) sulla piazza catodica. Il suo stesso impaccio, gli interminabili silenzi con primo piano sulla pelata inutilmente spaziosa, come se stesse elaborando chissà quale ispirazione o aspettando la rivelazione, ribadivano la sua alterità rispetto agli opinionisti «veri», politici, economici, intellettuali, che invece non stavano mai zitti e usavano pure i congiuntivi. E pazienza se poi Celentano non partoriva e ribadiva che banalità prêt-à-penser.

Adesso non è più così. Adesso la «gggente» ha preso il Palazzo e, invece di aprirlo come una scatoletta di tonno, ci si è già comodamente stravaccata dentro. L’utopia è a portata di mano o di legge di bilancio, la complessità è bandita, la semplificazione (delle leggi, del pensiero, della parola) è totale. Aver letto qualche libro, parlare una lingua straniera o almeno l’italiano qualificano subito i colpevoli come membri dell’élite, la nuova Spectre. Con Lino Banfi all’Unesco o Toninelli alle Infrastrutture, l’immaginazione è al potere. Ogni provocazione è diventata, più ancora che inutile, impossibile. La realtà supera già abbondantemente la fantasia. Il re degli ignoranti non serve più, se gli ignoranti sono re.

Il Foglio

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