C’era un tempo in cui Politica era Cultura – di Fabio Martini

 

C’era un tempo in cui la politica era anche battaglia delle idee, idee alimentate dallo studio analitico dei problemi, anziché risolte con un tweet e con un post. Per decenni, grandi moltiplicatori di idee divennero le riviste, animate da minoranze intellettuali – nazionaliste, comuniste, cattoliche, laiche – che influenzarono profondamente la politica. Di una di queste, Mondoperaio, è stato ricordato il 70° compleanno con un numero speciale e un convegno al quale sono intervenuti l’attuale direttore Luigi Covatta, Giuliano Amato, Paolo Mieli, Enrico Morando. Due occasioni nelle quali si è ricordato in particolare la stagione più feconda della rivista, fondata da Pietro Nenni nel 1948: quella tra il ’75 il ’79. 

Allora, un nutrito gruppo di intellettuali simpatizzanti del Psi ma non organici – come Norberto Bobbio, Massimo Salvadori, Paolo Sylos Labini, Giuliano Amato, Luciano Cafagna, Lucio Colletti, Gino Giugni, Federico Mancini, Stefano Rodotà – contribuirono alla modernizzazione della cultura politica della sinistra con una serie di articoli fuori dal mainstream. Era un tempo nel quale – come ha scritto Ernesto Galli della Loggia, uno dei protagonisti di quella stagione – «c’erano ancora i partiti, quelli veri, quelli che avevano fatto la storia del Paese, ma il futuro sembrava sorridere solo a uno di loro, al partito comunista».

Sotto la direzione di un intellettuale schivo come Federico Coen, furono dissacrati totem come Gramsci, Togliatti e Marx, si sostenne il dissenso dell’Est europeo, furono «riscoperti» personaggi come Rosselli e Bernstein. Craxi, che inizialmente comprese l’utilità di lasciare la briglia sciolta a intellettuali così controcorrente, per qualche anno incoraggiò l’esperienza, poi diventò freddo. 

Polemiche taglienti, quelle di Mondoperaio, ma che mai puntarono alla delegittimazione personale e intellettuale degli avversari. Una misura, nella critica agli avversari, che derivava da una tradizione libertaria tipicamente socialista e che aveva resistito anche negli anni della guerra fredda. Quella ritrosia a trasformare la polemica politica in polemica personalizzata, tipica di stagioni più recenti, è stata spiegata da Giuliano Amato con una ragione in più: «Allora c’era un crinale sacro: mentre i fascisti attaccavano le persone, per noi anche la persona più sgradevole era da attaccare per le sue idee. Oggi si è perso il senso di quel crinale, perché abbiamo perso il senso di ciò che è fascista, perché ciò che è fascista è entrato nella vita corrente della politica e della cultura politica italiana. E questa è una cosa grave».

La Stampa

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