6/ i suoi primi quarant’anni: la legge sull’aborto nel ricordo di Corrado Melega

Il primo disegno di legge sull’aborto è del 1973
La spinta iniziale all’avvio di un dibattito parlamentare sull’aborto fu data dal Partito Radicale e da alcuni deputati socialisti che avevano proposto, inizialmente, un disegno di legge che si ispirava all’Abortion Act inglese del 1967.
Il problema che si intendeva affrontare, da parte laica, era quello degli aborti clandestini e illegali, diventato una vera e propria piaga sociale. A dispetto delle pesanti pene previste dal codice penale, i tribunali erano abituati a intervenire solo nei casi di aborti seguiti da morte della donna incinta, cioè un’infima minoranza. All’ombra del «magistero penale», fiorivano disonesti e lucrosi commerci, e, in certi paesi europei, vere e proprie industrie dell’aborto.
Il primo disegno di legge sull’aborto fu proposto l’11 febbraio 1973 dal socialista Fortuna, che prevedeva anche le ragioni eugenetiche per l’interruzione della gravidanza, a giudizio insindacabile del medico, quando ci fosse un rischio per la salute fisica o psichica della madre o anche il rischio di malformazioni del nascituro, e ammetteva l’obiezione di coscienza. E mentre si delineavano le posizioni «attendiste» del Pci (che si limitava sostanzialmente ad evitare di aprire un dibattito interno, rischioso per il proseguimento del confronto con la Chiesa sul Concordato) e della Dc (che voleva evitare, a sua volta, malumori nelle gerarchie ecclesiastiche), prendevano posizione, nel mondo cattolico, alcuni teologi moralisti, che, sulla scia della posizione più aperta dei gesuiti francesi, si differenziava dalla rigida chiusura della Chiesa.
Il codice Rocco e i primi tentativi di regolamentazione privata della pratica abortiva.
Intanto lo svolgimento del processo a Gigliola Pierobon (che aveva dichiarato pubblicamente di aver abortito) e la successiva sentenza di condanna, rappresentavano un chiaro sintomo di quel disagio con cui la magistratura si trovava costretta ad applicare gli articoli del codice Rocco che punivano l’aborto, in ogni caso, come un reato. Dopo le polemiche sulla stampa, la Procura di Firenze stabiliva l’arresto di un gruppo di radicali, autoaccusatisi di gestire un centro clinico dove si praticava l’aborto, mentre vedeva la luce, a Milano, il Centro di Informazione per la Sterilizzazione e l’Aborto, diretto da Faccio e Bonino, che iniziava a regolamentare privatamente la pratica dell’aborti, con corsi di aggiornamento per ginecologi e l’informazione sulla contraccezione e sulla sterilizzazione. A questo punto accadevano due fatti che finivano per surriscaldare l’atmosfera, rendendo inevitabile lo scontro tra le parti contrapposte.
La chiesa e la dichiarazione sull’aborto del 1974.
Il 18 novembre 1974 la Chiesa si esprimeva solennemente nella Dichiarazione sull’aborto procurato della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il nuovo documento vaticano, la più autorevole posizione espressa dalla Chiesa in materia, ribadiva la condanna di principio dell’aborto, anche se non aveva comunque irrigidito la sua posizione rispetto alla precedente enciclica. Nella dichiarazione si invitava il credente a discernere situazioni diverse e a non intervenire direttamente in una eventuale legge. L’unica voce fuori dal coro unanime di condanna dei vescovi era quella di mons. Luigi Bettazzi (quello della lettera aperta a Berlinguer), il quale, pur riaffermando la sacralità della vita umana, invitava i cristiani a riflettere in maniera autocritica sulle posizioni prese in passato, che non avevano certo contribuito a diminuire la piaga dell’aborto clandestino. Il 19 gen- naio 1975 «L’Espresso» apriva con un’emblematica copertina dal titolo: «Aborto: una tragedia italiana». L’immagine, di forte impatto emotivo, di una donna nuda e incinta, crocifissa sotto la scritta «Ecce Mater», provo- cava l’intervento della magistratura e comportava al giornale la denuncia per oscenità e vilipendio della religione.
Le proposte di legge alternative nel 1975.
Intanto, nel 1975, prendevano corpo le altre proposte di legge: i socialdemocratici prevedevano che l’aborto potesse essere praticato anche dopo dieci settimane, ma solo a seguito di attestazione di un medico, in una clinica pubblica o privata (le spese erano a carico della persona interessata); i comunisti prevedevano l’intervento di una commissione composta da un medico «internista», un ginecologo e un’assistente sociale, in modo da informare l’inte- ressata sui rischi connessi, ma non ammettevano l’aborto dopo il 90° giorno dall’inizio della gravidanza (le spese erano a carico del fondo ospedaliero e degli enti mutualistici); i repubblicani prevedevano assistenza e consulenza gratuite a carico delle Regioni, l’istituzione di consultori comunali, e ammettevano l’intervento abortivo non oltre la decima settimana (riconoscevano per il medico l’obiezione di coscienza); i liberali proponevano un periodo di riflessione di 7 giorni, dopo il quale la donna poteva rinnovare la richiesta di aborto; infine, i democristiani intervenivano sui precedenti articoli del Codice penale, prevedendo la pena di reclusione da 7 a 12 anni per chiunque cagio- nasse l’aborto di una donna senza il suo consenso e confermavano l’applicazione di una pena da 2 a 5 anni alla donna che se lo fosse procurato.

Nessuno ha ancora commentato questo post.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

I diritti d'autore appartengono alle rispettive firme. Santalmassiaschienadritta.it è uno spazio aperto a disposizione dei lettori.
La qualità del sito dipende anche dalla vostra collaborazione. Sappiate che inserendo dei commenti dovrete seguire le regole del sito e sarete gli unici responsabili di quel contenuto e delle sue sorti.