4/ i suoi primi quarant’anni: la legge sull’aborto nel ricordo di Corrado Melega

Quarant’anni di IVG.

Una delle argomentazioni più frequentemente utilizzate da chi si opponeva alla legalizzazione dell’aborto era che esso avrebbe portato le donne a farvi ricorso con facilità, al pari di un qualsiasi altro metodo contraccettivo. I fatti smentirono queste accuse. Una volta che le strutture sul territorio furono adeguate all’implementazione della legge, il ricorso all’aborto iniziò inesorabilmente a scendere nel giro di pochi anni: nel 1982 il tasso di abortività era di 17,2 IVG ogni 1.000 donne di 15-49 anni, nel 2016 è 6,5. Si tratta di un taglio netto di quasi il 64% (Veclani, infra) e che pone l’Italia tra i Paesi occidentali oggi a più bassa abortività (Lo- ghi, D’Errico e Spinelli 2, infra), specie fra le giovanissime (Castiglioni, infra). A maggior ragione non trova conferma l’idea, avanzata da alcuni sostenitori del movimento pro-life (o no choice, a seconda di come lo si guardi), che il basso tasso di fecondità del nostro Paese rispetto agli altri sarebbe dovuto a un diffuso ricorso all’IVG.

I dati più recenti a disposizione, aggiornati e sistematicamente raccolti in un flusso informativo basato su un sistema di sorveglianza che coinvolge le Regioni e che ha visto la luce grazie alla 194 (Grandolfo 1, infra), mostrano un quadro molto chiaro.
Innanzitutto, le stime sugli aborti clandestini mostrano che il primo effetto della legge è stata la pressoché totale emersione del sommerso: l’abortività spontanea, che prima della 194 era un indicatore indiretto degli aborti clandestini (perché solo dichiarando spontaneo un aborto se ne potevano gestire le complicanze) è oggi sostanzialmente spiegata dallo spostamento in avanti dell’età del parto (Grandolfo 1, infra).
Ma emerge con chiarezza soprattutto un cambiamento nella cultura contraccettiva del Paese. La separazione netta fra sessualità (sempre più precoce) e genitorialità (sempre più tardiva) ha mostrato una progressiva estensione del periodo di vita sessuale attiva in cui si vuole evitare una gravidanza: ebbene, i dati sulla abortività mostrano che la IVG non è mai diventata un mezzo di controllo delle nascite, nonostante gli importanti cambiamenti generazionali avvenuti. Le giovanissime sotto i 20 anni delle generazioni più recenti sono l’unico gruppo per cui si è verificato un lieve aumento del ricorso all’aborto, ma i dati più recenti mostrano come il fenomeno stia diminuendo. In altre parole, nel nostro Paese in questi quarant’anni il ricorso all’aborto è sceso mentre la fecondità è diminu- ita perché si è diffuso l’uso di metodi anticoncezionali efficaci e sicuri (soprattutto si è diffuso l’uso del preservativo, rispetto ad altri metodi) e perché si sono posticipate le nascite (Castiglioni, infra). Le ricerche mostrano, inoltre, che nell’arco di questi quarant’anni il livello di istruzione è risultato fortemente associato al ricorso all’IVG: donne con titolo di studio più basso presentano valori di abortività più elevati in tutte le generazioni (cfr. AAVV, Relazione del Ministro, 2018).
L’altra rivoluzione, nel nostro Paese ancora incompiuta rispetto alle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è rappresentata dalla farmacologizzazione dell’aborto. Oggi meno di un aborto su cinque è effettuato tramite l’assunzione della RU486, mentre nella maggior parte dei casi è effettuato tramite isterosuzione e raschiamento, sotto anestesia totale, ma il cambiamento è comunque in atto.
L’implementazione della legge offre comunque un quadro non privo di criticità. Prima fra tutte, la questione della obiezione di coscienza. Circa sette ginecologi su dieci oggi in Italia è obiettore (Mancini, infra), specie al Sud, con una alta variabilità regionale che provoca asimmetrie nella implementazione del servizio (con non pochi disagi per chi deve spostarsi da una Regione all’altra per poter abortire in tempo, talvolta su distanze non trascurabili; Autorino, Mattioli e Mencarini, infra). Inoltre, gruppi a vocazione religiosa che si oppongono alla possibilità di abortire trovano oggi nella compagine politica degli eletti un rinnovato sostegno, e sono oggi molto attivi nelle forme di comunicazione e dissuasione diffuse sul territorio, in Italia ma non soltanto (Mancini, infra). Emergono ancora forti asimmetrie nel ricorso all’IVG tra italiane e cittadine straniere, specie per quelle provenienti dai paesi più poveri: il rapporto tra i tassi è pari
a 2,6 volte di più per le donne straniere, a riprova dell’importanza della diffusione di una cultura contraccettiva efficace omogenea tra la popola- zione. Va osservato, comunque, che il decremento nei tassi di abortività tra le straniere è stato sostanziale, soprattutto per le donne di gruppi con più alti indicatori di integrazione (Loghi, D’Errico e Spinelli 1, infra). Se è vero, infatti, che un terzo delle IVG totali in Italia continua ad essere a carico delle donne straniere, è anche vero che in questi quarant’anni il loro contributo è andato solo inizialmente crescendo: dopo un periodo di stabilizzazione, gli aborti tra le donne straniere stanno diminuendo in percentuale, in numero assoluto e nel tasso di abortività (cfr. AAVV, Relazione del Ministro, 2018). Va inoltre ricordato come i servizi possano configurarsi strumenti di educazione alla procreazione consapevole di grande efficacia, se sostenuti. Alcune ricerche dimostrano come le asimmetrie nel ricorso all’IVG per strati diversi della popolazione possano essere colmate con una attività di counselling somministrata in occasione dell’accesso ai servizi per altri motivi. Ad esempio fornire informazioni sulla contraccezione sicura durante il percorso nascita, quando cioè italiane e straniere si rivolgono ai servizi sul territorio per portare avanti una gravidanza, può sostanzialmente azzerare le differenze tra italiane e straniere nel ricorso a metodi anticoncezionali efficaci dopo il parto (Grandolfo 2, infra). Altre ricerche, invece, mostrano come i giovani che si affacciano alla vita sessuale attiva possano essere il target di azioni virtuose e buone pratiche di educazione alla sessualità in servizi a bassa soglia, quelli di facile ac- cesso, gratuiti e multidisciplinari quali gli Spazi Giovani istituiti presso i Consultori Familiari (Rodeschini e Nicoli, infra). Si tratta di componenti importanti in quei «servizi di frontiera», nati all’intersezione tra istituzioni e movimenti delle donne, nello spirito di quello stesso dialogo che ha dato la luce alla legge 194 del 1978.
In un’Italia che fatica a uscire dal ristagno della bassissima fecondità, a trovare politiche efficaci di sostegno alla genitorialità per chi un figlio lo vorrebbe, a districarsi da una cultura della distribuzione del lavoro di cura ancora troppo asimmetrica tra uomini e donne, è necessario oggi più che mai partire dal fatto che non c’è opposizione tra sostegno alla fecondità desiderata e sostegno alla contraccezione, tra politiche per la famiglia e politiche per l’interruzione volontaria di gravidanza: si tratta di realizzare, in tutti i casi, la fecondità desiderata, nei temi e nei modi auspicati. Non c’è una buona maternità se non c’è un buon controllo delle nascite. Proprio come diceva Natalia Aspesi, più di quarant’anni fa.

Segue

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