3/ i suoi primi quarant’anni: la legge sull’aborto nel ricordo di Corrado Melega

Gli attori sulla scena.
«Le donne si presentavano dopo la mezzanotte, uscivano di casa con il buio, quando nessuno poteva vederle: arrivavano in ospedale con ferite gravissime, lacerazioni, emorragie, infezioni, accadeva ogni sera, ormai eravamo preparati: quelle donne, a volte quelle ragazzine, erano le reduci di aborti clandestini avvenuti chissà dove e con chissà quali mezzi, facevamo il possibile per aiutarle, alcune si salvavano ma altre morivano, e molte restavano lesionate per sempre». Così racconta Carlo Flamigni sull’epoca che precede gli anni Settanta, quando decidere di interrompere una gravidanza poteva costare cinque anni di reclusione e la contraccezione era illegale (cit. in De Luca, 2011; cfr. Melega, infra). Eppure, nonostante le difficoltà, il dolore e la paura, si abortiva lo stesso: le stime parlano di una cifra fra i 220mila e i 600mila aborti all’anno, a partire dal fatto che le notifiche di aborto spontaneo, un modo frequentemente utilizzato per coprire complicazioni dovute a un aborto procurato, crollarono dopo l’entrata in vigore della legge (Veclani, infra). Gli anni che precedono la legge sono gli anni in cui diversi attori sul piano pubblico prendono parola. Da una parte, i gruppi che oggi ricordiamo sotto il nome di movimento femminista, che appunto si fecero portatori di istanze nuove dal punto di vista legislativo, ma anche di pratiche e discorsi inediti sul piano dell’intervento sociale, chiedendo una depenalizzazione dell’aborto (che, ricordiamolo, era un reato in base al Codice Rocco del 1930, che lo catalogava tra i delitti contro l’integrità della stirpe, e prevedeva per una donna che avesse abortito e per chi l’avesse aiutata la reclusione da due a cinque anni, mentre per colei che se lo fosse indotta da sola, da uno a quattro anni; cfr. Appendice 1) e una sua assicurazione sul piano dei servizi. Un secondo attore sono i partiti, che si fanno portavoce nelle sedi istituzionali delle istanze che vengono da una quota sempre più ampia della società. E il terzo, importante, attore sono le donne «comuni», non necessariamente politicizzate o attiviste che, su sollecitazione certamente dei primi due, iniziano a prendere parola e a raccontare, a giornalisti, ad attiviste o a studiosi, la propria esperienza di aborto, fatta di tavoli da cucina, ferri da calza, asciugamani sulla bocca (Perini, infra).
Il clima internazionale era certamente favorevole: in Francia la legge Veil, forte anche del dibattito seguito al processo di Bobigny, depenalizza l’aborto nel 1975; nel Regno Unito l’Abortion Act legalizza l’aborto già dal 1967 su tutto il territorio ad eccezione dell’Irlanda del Nord (per la Repubblica d’Irlanda, invece, abbiamo dovuto aspettare proprio il maggio di quest’anno per l’abrogazione della legge costituzionale che lo vietava); eclatante fu poi il caso degli Stati Uniti, dove nel 1970, una giovane donna di nome Norma McCorvey, con lo pseudonimo di Jane Roe faceva ricorsolo giocarono anche le vicende di Seveso. L’incidente del 10 luglio 1976 nell’azienda ICMESA di Meda che causò la fuoriuscita e la dispersione di una nube di diossina su una vasta area di terreni della bassa Brianza diede nuovo impulso al dibattito pubblico sull’aborto (Melega, infra). Il ginecologo e storico primario della clinica Mangiagalli di Milano, Francesco Dambrosio, da molti considerato il padre della 194, potè in quell’occasione creare un consultorio a Seveso per accogliere le molte donne terrorizzate all’idea di poter avere dei bambini malformati, pre- scrivere loro la pillola anticoncezionale (legale solo dal 1971, ma di fatto raramente prescritta) ed effettuare i primi aborti legali, aprendo un varco nell’interpretazione della legge attraverso la presa in carico dei rischi per la salute psicologica delle donne.
La breccia sulle coscienze e nei discorsi pubblici era fatta. Più di ventimila donne scesero in piazza a Roma nel dicembre del 1975 chiedendo l’autodeterminazione e la possibilità di decidere sul proprio corpo, e altre manifestazioni ancora più numerose seguirono successivamente. I partiti, le associazioni e le istituzioni non potevano più evitare di farsi carico di queste istanze. L’esito di quei dibattiti, a suon di encicliche papali, movimenti di piazza, lotte interne ai partiti fu la 194, una legge che passò in Senato con 160 voti contro 148, sostenuta da comunisti, socialisti, socialdemocratici, repubblicani, liberali e Sinistra indipendente, osteggiata (per motivi opposti) da democristiani, missini, radicali e demproletari. Nel 1981 tre diversi referendum ne chiesero l’abrogazione: due presentati dal Movimento per la vita di Carlo Casini, il terzo dai Radicali, che la rite- nevano insufficiente e chiedevano la totale liberalizzazione (Sciré, infra). La legge 194 venne però confermata nell’impianto del 1978 dall’ampia partecipazione di una popolazione che si mostrò autonoma dai partiti e secolarizzata rispetto alle proprie scelte procreative.

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