L’euro? Senza esitazione alcuna. – di Stefano Micossi

Ricordo distintamente qualche cosetta nella mia (un po’ troppo) lunga esperienza prima alla BdI poi alla Commissione europea:

  1. Dopo il collasso di Bretton Woods e pochi anni di esperimenti con cambi flessibili e politiche nazionali autonome, in Europa negli anni settanta emerse prepotente una ‘preferenza rivelata’ per cambi meno instabili, che condussero prima al ‘serpente’ poi allo SME; c’erano pochi dubbi al riguardo che le nostre economie poco flessibili (molto importante la rigidità del mercato del lavoro) faticavano molto di più a vivere con cambi molto variabili, e che questi erano ‘disruptive’ per i flussi commerciali in economie individualmente molto più aperte dell’economia americana
  2. Sia nel momento della formazione dello SME sia nel momento dell’avvio della moneta unica, i tedeschi, ma soprattutto i francesi ci volevano dentro, perché le nostre svalutazioni mordevano nella carne viva dei loro mercati
  3. Dopo la nostra fragorosa uscita dallo SME, ricordo anch’io, come Riccardo, che nelle sedi europee ci si faceva chiaramente intendere che questa era l’ultima volta che potevano svalutare così massicciamente senza trovarci a fronteggiare controlli sulle importazioni negli altri mercati europei. Ciampi bene lo sapeva, tant’è che per rientrare nella moneta unica dovette accettare una certa rivalutazione della liretta. Era conforatto dall’esperienza delle SME, quando una politica sistematica di moderato apprezzamento reale del cambio (attraverso i riallineamenti he non  compensavano pienamente l’inflazione) aveva spronato notevoli aumenti di produttività nel settore manifatturiero
  4. È interessante notare che l’Europa continentale è molto meno nervosa sulle svalutazioni della sterlina (anche nell’ultimo biennio), che pure non sono mancate nei periodi di difficoltà dell’economia britannica. La spiegazione risiede abbastanza chiaramente nella modesta dimensione dell’attività manifatturiera di quel paese
  5. Dunque, nella mia esperienza a me pare ovvio, quasi banale, che il grado di integrazione commerciale (la voglia di sfruttare il mercato interno) abbia giocato un ruolo cruciale nella ricerca della stabilità dei cambi nell’Europa continentale. Sappiamo bene che dopo il collasso dello SME molti si convinsero nelle capitali europee e nelle banche centrali che con mercati dei capitali integrati un sistema di cambi fissi ma aggiustabili era instabile, e dunque che i cambi andavano fissati in maniera irrevocabile
  6. In questo contesto, la discussione italiana se aderire o meno all’euro era altrettanto chiara: molti, anche in Banca d’Italia, ritenevano che l’Italia non sarebbe riuscita ad adeguarsi ai requisiti di  flessibilità e disciplina di mercato richieste dai cambi fissi;: chi ci portò dentro (soprattutto Ciampi) pensava invece che l’Italia potesse essere sottoposta a quella disciplina come a una frusta che ci avrebbe indotto a cambiare le nostre cattive abitudini. Il fatto che ex-post abbiano avuto ragione i primi non dice che i secondi avessero torto, perché in mancanza di aggiustamento ‘reale’ i cambi flessibili avrebbero portato solo più inflazione e instabilità finanziaria (qualcuno si ricorda ancora come eravamo ridotti dopo pochi anni di cambi flessibili negli anni settanta?), certo non maggior crescita. Le politiche per una buona economia sono uguali con cambi fissi e con cambi flessibili, come ogni economista appena decente ben sa; e se non si riesce ad avere buone politiche su questo versante, poi si finisce per cercare di vivere di disavanzi e debito pubblico, fino a quando il mercato ti chiude la porta
  7. Dunque, quando Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera dice che l’euro ci ha deluso perché non ci ha portato crescita e prosperità, sta invertendo i rapporti di causa ed effetto: a causa delle nostre cattive abitudini, l’euro è diventata una camicia di forza – ma la questione era e resta come correggere le nostre cattive abitudini; rimuovendo il vincolo del cambio (che per fortuna non si può, ora si è convinto anche l’amico Giorgio La Malfa), non avremmo né maggior crescita nè maggior prosperità, ma solo una fiammata inflazionistica e un’esplosione dei tassi di interesse reali sul debito pubblico (vedi di nuovo anni settanta)
  8. Dire in generale che l’area euro è cresciuta meno delle altre aree, o meno dei paesi europei fuori dall’euro è falso, una volta che dai valori del pil pro-capite si toglie l’Italia. Certo la Svezia ha fatto meglio della media, ma grazie alle sue buone politiche domestiche
  9. Non credo che la continua recriminazione sugli errori di policy del triennio 2010-12 ci porti molto lontano, troppi continuano a usare quella storia come un alibi. Siamo nel 2019, sveglia! Persino i Greci hanno oramai accettato la terribile medicina che fu loro applicata. Solo noi continuiamo a piagnucolare. To what avail?
  10. Credo anche io che un capacità fiscale delle zona euro sarebbe utile, insieme ad altre cose (complete EMU), per accrescere la nostra capacità di fronteggiare shock esogeni comuni o idiosincratici; ma dobbiamo sapere che non potrà mai venire da qui la soluzione dei nostri problemi di crescita e di debito pubblico
  11. Non potremmo guardare avanti, partendo magari dalla premessa che il governo giallo-verde sta distruggendo invece che creando opportunità, e che le sue sgangherate politica di redistribuzione ponendo i costi a carico del sistema produttivo stanno affondando la nostra capacità di crescita nel medio termine? Non dovrebebe ssere questa la nostra preoccupazione, invece delle recriminazioni sull’euro?
Nessuno ha ancora commentato questo post.

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

I diritti d'autore appartengono alle rispettive firme. Santalmassiaschienadritta.it è uno spazio aperto a disposizione dei lettori.
La qualità del sito dipende anche dalla vostra collaborazione. Sappiate che inserendo dei commenti dovrete seguire le regole del sito e sarete gli unici responsabili di quel contenuto e delle sue sorti.