Parla Klaus Schwab fondatore del World Economic Forum: se l’economia globale frena non sarà una locomotiva a salvarci – di Marco Zatterin

 

Il problema dell’economia globale è che «potremmo ritrovarci senza una locomotiva in grado di trascinarci fuori da una stagnazione». Klaus Schwab arriva alla conclusione con un ragionamento semplice, dopo aver rilevato che «per la prima volta abbiamo assistito a una ripresa globale sincronizzata», perché la crescita è stata simultanea in ogni parte del mondo. «Il mio timore – confessa il fondatore del World Economic Forum – è che, se dovessimo entrare in una fase di stagnazione o anche in una recessione, la situazione potrebbe essere nuovamente sincronizzata». Potremmo insomma cadere tutti insieme dopo aver corso all’unisono. Senza che nessuno possa dare il colpo di reni solitario da cui, almeno nella storia recente, hanno sempre avuto inizio le ripartenze.

«Qualcuno dice che sono un sognatore», confessa il professor Schwab, mentre beve un bicchier d’acqua naturale di primissimo mattino in una saletta algidamente elegante di un grande albergo milanese. Tedesco, 80 anni, dal 1971 è il padre-padrone del Forum di Davos, il solo privato cittadino che riesce a convocare i G7, come risuccederà il prossimo gennaio. Il suo Wef è più che l’incontro invernale dei Grigioni, impiega 800 persone, 600 delle quali sono “teste pensanti”, studiano, elaborano, prevedono. Risponde puntuale a tutte le domande della Stampa e del direttore Maurizio Molinari. A partire dai «segnali di fine del ciclo positivo» e dal populismo che gli pare, «nella diffusa insicurezza e frustrazione, sempre di più una seducente l’alternativa allo status quo».

Lo è davvero, professore?

«Non è seducente per me. E’ un fattore negativo, dobbiamo compiere tutti gli sforzi per dare una migliore alternativa alle persone che ora cercano rifugio nel populismo. Tutto è legato alla Quarta rivoluzione industriale. Il cambiamento è così rapido che la gente non riesce a stargli dietro, così vede in prevalenza gli effetti negativi. La conseguenza è la paura per il futuro. Temono un peggioramento delle condizioni di vita, un aumento del costo della vita, una minore tutela dei posti di lavoro».

E’ così che la paura nasce dalle diseguaglianze, dalla sensazione che ci sia venuta meno la giustizia economica.

«L’aumento della paura per il futuro genera la perdita di fiducia. Riguarda anzitutto il lavoro, ma in Europa, o anche gli Stati Uniti, la gente si sente minacciata nella identità culturale. Ecco dove entra in scena il nodo delle migrazioni».

Che fare?

«Dobbiamo spazzar via le paure, ma non è facile perché il cambiamento in corso è strutturale.»

E’ una responsabilità pubblica o privata?

«Deve essere un impegno comune. Se pensiamo ai giovani, il ripensamento della formazione deve cominciare nei primi anni di scuola, offrendo loro la possibilità di misurarsi con un tablet o un computer già a sette-otto anni, così da essere pronti per vivere l’era digitale. Di qui in poi, man mano che si avanza nel corso della vita lavorativa la formazione va affrontata con un approccio professionale e continuo. In Asia si stanno facendo grandi progressi, mentre l’Europa è indietro». 

Occorre ripensare il concetto di Pil?

«È stato elaborato all’inizio dell’industrializzazione per misurare la quantità di prodotto. Ora ci muoviamo dall’età della produzione e dei consumi a quello dello “sharing & caring”. I giovani non voglio più definire la loro vita per quanto possiedono, l’auto l’affittano, non la comprano. Serve una nuova “narrativa”, ma siamo lontani. E’ necessaria una società più inclusiva, che non soffra di una ingiustizia sociale. Ad esempio, credo fermamente che sia necessario un nuovo sistema fiscale».

Come lo immagina?

«Più rispettoso dell’ambiente e favorevole all’occupazione. La quarta rivoluzione industriale privilegia nel calcolo del pil gli innovatori e i capitalisti ai danni dei lavoratori. Le statistiche rivelano che i redditi da lavoro sono stagnanti o calano, mentre il ritorno del capitale aumenta. È un disequilibrio provocato dalla Quarta rivoluzione industriale che, di per sé, non alimenta la giustizia economica. Al contrario, tende a indebolire il ceto medio. Per cui dobbiamo trovare al più presto delle contromisure».

Ad esempio?

«Tassare le grandi aziende come Google o Facebook dove il reddito viene generato dalla vendita e non dove ha sede il quartiere generale».

In Italia la redistribuzione è proposta col reddito di cittadinanza. Una buona idea?

«L’attribuzione di un reddito minimo è una direzione verso cui dovremo andare, però deve essere parte di un ripensamento complessivo dell’intero sistema fiscale».

E’ concreto il rischio di una recessione?

«In Europa abbiamo avuto un lungo ciclo di crescita sostenuto principalmente dalla politica fiscale delle banche centrali, mentre negli Usa il clima positivo è stato favorito dal taglio delle tasse. I debiti pubblici sono raddoppiati dall’inizio della crisi. In un certo senso, la ripresa è stata generata artificialmente: ci sono segni che stia finendo».

E i sintomi del raffreddamento dell’economia globale?

«Su tutto, c’è l’incertezza legata al rischio di guerre commerciali: non è per nulla rassicurante per gli investitori».

La ripresa è «stata generata artificialmente» vuol dire che le riforme sono state carenti?

«I cambiamenti strutturali ci sono stati, ma abbiamo fallito. E’ una realtà economica e politica. Le riforme comportano un cambiamento delle strutture esistenti, cosa che fomenta ulteriori paure, perché al termine della trasformazione è inevitabile ci sia qualcuno che vince e qualcuno che perde. Magari, alla fine, il benessere sarà per tutti, ma all’inizio non accade». 

Pensa ai gilet gialli?

«Potrei dire che il presidente Macron è un buon esempio di questa nuova condizione. Ha vinto annunciando le riforme e il cambiamento del Paese. Ora la gente ha scoperto che tutto questo richiede dei sacrifici oggi per avere dei benefici un domani. E ha cominciato a resistere. La prima rivoluzione industriale affermò come ideologie dominanti il capitalismo e il socialismo. Oggi, il confronto è fra chi accetta le riforme e il cambiamento e chi resiste».

Guadagna consensi l’idea schumpeteriana dell’innovazione come distruzione creatrice. Vale per l’Italia?

«I paesi che comprendono l’obbligo di creare un funzionale sistema d’impresa saranno i vincitori del futuro. L’esempio è la Silicon Valley, ma anche la Cina. Gli italiani sono imprenditori nati, più di tutti gli europei. Il problema è che la loro forza non si afferma in larga scala abbastanza da garantire un rinascimento economico per il Paese».

E’ per questo che l’Italia s’è fatta il laboratorio europeo del populismo?

«Non dipende solo dalle imprese. Il rapporto del World Economic Forum sulla Competitività – basato sulla produttività ma anche su valutazioni socioeconomiche – evidenza da più di trent’anni quello che chiamerei “il problema italiano”. Il Paese è sempre costretto ad inseguire. Questa mancanza di competitività si è riflessa nella crisi finanziaria e nei debiti sovrani. E non credo che, alla lunga, possa essere sostenibile».

Parliamo di migrazioni. Che si può fare per sconfiggere la paura ed essere inclusivi?

«Abbiamo vissuto un’epoca in cui si è affermato il “culto” del multiculturalismo, ma temo sia attraente solo per alcune classi sociali, ma non per il cittadino medio. Il problema non sono le migrazioni di per sé, ma l’integrazione. Non è necessariamente un fatto negativo che una nave carica di aspiranti rifugiati arrivi in uno dei nostri porti. Ma io mi attenderei da tutti coloro che inseguono una protezione che si adattassero alla nostra cultura. In caso contrario, non tuteli la tua identità, anzi produci disincanto e paura».

Lei vede una «società di valori comuni che diventa multi concettuale». Cosa intende?

«È un fatto che non siamo più nell’epoca in cui serve una guerra per affermare un sistema di valori comuni. Questo impone di gestire le relazioni globali più sulla base di interessi condivisi che su valori comuni. E riconoscere che non può esserci una via d’uscita, ci piaccia o no, se le nazioni hanno diversi concetti su come gestire gli affari globali e nazionali».

La Stampa

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