Mary Poppins rieditata ci aiuta a passare – se possibile – dalo ‘spero che’ allo ‘speriamo bene’ – di Stefano Balassone

Dopo 54 anni, giusto per le vacanze di Natale, è tornata Mary Poppins (Il ritorno di Mary Poppins) e il botteghino è esploso: 400.000 biglietti nel week end, altri 500.000 il 24 e il 25 dicembre. E dietro i biglietti molti bambini, sì, ma anche tantissimi adulti degli scaglioni dagli anni ’40 ai ’90 del secolo scorso, con il ricordo della loro Mary Poppins: ritornelli, sciogli lingua, melodie e – last but not least – ottimistica e progressista visione del mondo. Perché il film fu concepito in e per un mondo supercalifragilistico: l’uomo sovietico aveva iniziato a orbitare e quello americano prometteva la Luna, i democratici e i laburisti governavano USA e GB, in Italia spumeggiavano le rivendicazioni operaie, il Gruppo ’63 modernizzava l’industria culturale, nella pancia delle università covava il sessantottismo, Big Pharma era pronta con la pillola anticoncezionale, i giornali davano informazioni e, sopra tutto, si veniva componendo il Welfare State (sanità, scuola, pensioni).
Insomma, i Banks della famigliola londinese erano tutti noi. Se non che la Mary Poppins del ritorno scopre che l’aria è cambiata. Basti dire che c’è la “depressione” (toh!); la ragazza Banks sorride sempre, ma è occupata con le proteste come neanche i gilet gialli e le iene da tastiera. Tutto perché si è compiuto nel frattempo, e Disney lo sa, il passaggio dallo “spero che…” allo “speriamo bene!”. A causa, come noi abbiamo imparato mentre Poppins stava chissà dove, dell’economia che non è più quella di una volta, della finanza che sballotta ogni lavoro, dello status personale divenuto -ossimoricamente- instabile. Roba più per le cure di un nuovo Carlo (Marx) che per le magie di Mary.
In tanta incertezza di individui e popoli un solo punto resta fermo e tale, a nostro avviso, resterà: l’egemonia della narrazione (scritta, musicale, filmico-seriale) degli anglosassoni dislocati sull’asse Los Angeles, New York, Londra. I figli di Shakespeare – e di quella miniera di straordinario e ordinario che è la Bibbia -, paiono ormai irraggiungibili per l’efficacia con cui a colpi di Harry Potter, Hobbit, Avengers, Super eroi, Kung Fu Panda, ma anche Inside Out, Tre manifesti a Hebbing, Trono di Spade etc., surrogano coi loro miti e tipi il retaggio della favola religiosa del tempo che fu.
Del resto è così che funziona la “concorrenza” nell’industria dello spettacolo: chi è grande si rafforza (più soldi=più idee=più spettacolo) mentre chi è piccolo si riduce a sperare in qualche sovvenzione di cittadinanza, a rifriggere la cronaca in quindici testate (nella sola Rai), a lessarla nei talk show più lunghi del mondo. E questo è certamente un incredibile spettacolo. Contenti noi!

L’Italia che verrà

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