La notte del Senato della repubblica ha risvegliato anche Bertinotti – di Francesco Grignetti

Fausto Bertinotti, che pensa di questa legge di Bilancio presentata in extremis?

«A mia memoria è un fatto senza precedenti. Direi che è l’atto conclusivo, finale, nel rapporto tra Esecutivo e Legislativo. Molto semplicemente, è il sequestro del Parlamento da parte del governo. Non esito a dire che con questo atto, il Parlamento è ridotto a cassa di risonanza del governo, la dialettica parlamentare viene sospesa, e di fatto il governo assume poteri eccezionali. Senza dichiararlo, ma di fatto, le regole ordinarie sono state sospese».

A sinistra si parla di “democrazia umiliata”. Concorda?

«Certo è che un rapporto malato tra governo nazionale e governo europeo ha determinato condizioni d’emergenza. A questo punto non si può più decidere, se non stracciando le regole ordinarie. Tuttavia, mi lasci dire che questo è l’atto finale di un processo che parte da lontano».

In che senso, presidente?

«Lentamente, ma inesorabilmente, la Costituzione materiale ha divorato la Costituzione. Tutto è stato indirizzato a demolire il punto cardine della centralità del Parlamento».

Già, la Costituzione del 1948. La Costituzione più bella del mondo. La piange anche lei?

«Come dicevo, il suo punto cardine era la centralità del Parlamento. Guardi, conosco l’obiezione: si fece così perché tutti i partiti avevano paura; non si sapeva chi sarebbe stato il vincitore e perciò il Parlamento garantiva tutti. Così il Parlamento ha avuto un ruolo di garanzia per tutti. Il principio di fondo era che il conflitto interno alla società trovasse uno spazio di influenza. Interroghiamoci: come mai le grandi riforme, penso allo Statuto dei Lavoratori, o la riforma del Servizio sanitario nazionale, vennero con quei Parlamenti dove si discuteva tanto? I costituenti non erano dei mattacchioni».

Come siamo arrivati all’oggi?

«Con una serie di strappi. Dapprima, in quella fase che genericamente possiamo chiamare Seconda Repubblica, prese forza l’aspirazione alla governabilità, al decisionismo, al presidenzialismo. Cruciale divenne la velocità della decisione, non l’ampiezza del dibattito. E i regolamenti parlamentari divennero sempre più iugulatori. Non per caso, fu anche il tempo della vocazione maggioritaria. In sé, il sistema maggioritario considera un impaccio la discussione parlamentare».

E infatti la concede il minimo indispensabile.

«Esatto. Nasce allora il disastro. Nella società, come anche negli ambienti intellettuali, e nei governi, si consolida l’idea che il Parlamento sia lento, farraginoso, sostanzialmente inutile. E badi che questo discorso prescinde dai colori politici. Tutti hanno abusato della decretazione d’urgenza».

Infine venne la Terza Repubblica.

«Non mi meraviglia che chi pone in discussione la democrazia parlamentare a favore della democrazia diretta, arrivi all’atto finale. Il voto di fiducia posto su un maxi emendamento, senza permettere di fatto l’esame del provvedimento, è l’iperbole dell’esercizio del potere del governo».

Lei diceva: aspirazione al presidenzialismo. Si è parlato per decenni di via francese; ora quasi ci siamo. Proprio quando il Presidente Macron, che in Francia ha pieni poteri, si trova a fronteggiare la protesta di piazza dei gilet gialli.

«Premetto che a differenza di tanti, anche a sinistra, io considero i gilet gialli una risorsa e non una iattura, ma qui potrebbe parlare la mia propensione movimentista. La protesta dei francesi ci dice proprio questo: mancando la possibilità di influenzare le scelte di chi governa attraverso il dibattito parlamentare, in Francia può capitare che un Presidente prenda decisioni impopolari, addirittura “sbagliate” come le ha definite, e la piazza è la reazione al dominio del governo».

 

La Stampa

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