La mia Matera di Sergio Benvenuto. E i suoi Sassi

Ho parlato con un paio di vecchietti che hanno vissuto l’infanzia e la prima adolescenza in una di quelle spelonche dei Sassi. Quei veterani parlano di quella vita sassosa con nostalgia, il ricordo li commuove. Si dirà “si rimpiange sempre la propria infanzia, anche se è stata poverissima”. Il punto è che in quelle grotte, piene di animali e di odor di minestra di farro, ci si amava. Ciò che negli anni ‘40 e ‘50 appariva mostruoso, oggi non solo ci affascina, ma sentiamo di aver perduto un modo di vivere che non sapendosi intollerabile era tollerato bene, e che vive nei ricordi dei vecchi con il gusto dolceamaro del rimpianto.

E c’è un tratto che rende tutt’oggi Matera unica: essa è praticamente priva di criminalità. In un contesto meridionale dove prosperano la mafia, la camorra (criminalità organizzata napoletana), l’ndrangheta (criminalità organizzata calabrese), la Sacra Corona Unita (criminalità organizzata pugliese), Matera è un’oasi di benevolenza.

Bisogna consolarsi pensando al fatto che i nostri posteri troveranno una commovente bellezza in quello che noi oggi leggiamo come dilagare di una impoetica banalità. Questo mondo che ci appare sempre più omogeneo, aridamente globalizzato, tra qualche decennio forse apparirà diversamente. Saranno i McDonald’s, presto scomparsi, luoghi rari che si vanno a visitare così come oggi visitiamo le catacombe o i Sassi? Certo chi seppelliva nelle catacombe non avrebbe mai pensato che quei luoghi, magari per loro orripilanti, sarebbero diventati siti di elezione di un turismo planetario. Il nostro presente piatto apparirà ai posteri, come la banalità dei Sassi commercializzati di oggi, una sorta di straziante perdita di un vissuto che non ci sarà più. I morti ci seducono con la loro assenza, il passato ci sfugge, ci snobba, perché sappiamo che non lo possederemo mai. Ed è questo l’incanto, quasi insopportabile, della Lucania, di Matera, landa che ha collezionato millenni di assenze. Un mondo, una città, devote a essere sempre, in ogni epoca, anche il proprio passato.

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