La mia Matera di Sergio Benvenuto. E i suoi Sassi

I monachicchi sono insomma infanzie mai entrate nella vita del senso, e che quindi occupano le crepe, le scanalature del non-senso che squarciano la regolata piramide o scacchiera del mondo. Non essendo stati “completati” dal battesimo, sono completati post-mortem dal loro buffo cappuccio, rosso come il glande, folletti che denunciano la brulicante presenza di una vita incongrua, pletorica, che disturba la cadenza pianificata, coordinata, del mondo adulto.

I più ricchi a Matera vivevano in case di pietra che poggiavano nella pietra; i più poveri, di solito contadini, abitavano nella pietra, in grotte, che un tempo erano state anche chiese rupestri, di cui ancora restano lacerti di affreschi sacri medievali stemperati dal tempo. Oggi molte di queste caverne, abitate fino a cinquant’ anni fa, sono piccoli musei: l’ambiente è ricostruito come era allora, vi si ritrovano le stesse povere cose, i giacigli, le madie, i vetusti attrezzi agricoli, la conocchia, e una voce registrata spiega come vi si vivesse.

In queste case-grotte, in uno spazio angusto si abitava in tanti – i genitori, i figli, i nonni, gli zii… – e con loro alcune bestie, l’asino o la mucca o la pecora. Quei trogloditi avevano distinto tre strati all’interno della grotta: le bestie sotto, in buchi e pozzi; gli umani in mezzo; e, sospesi su culle pensili, i lattanti. Vi imperversava la malaria, che falcidiava i poveri come mosche. I bambini erano preferibilmente affetti dal tracoma; la dissenteria e una sorta di febbre nera, forse di origine africana, kala azar, erano di casa. Medici ignoranti, neghittosi o privi di risorse offrivano a questa marea di malati un solo rimedio, toccasana d’altri tempi: il chinino. Sempre e solo chinino. Nelle scuole pubbliche maestri e maestre si guardavano bene dall’insegnare, i ragazzi uscivano analfabeti più o meno come vi erano entrati. Così i poveri avevano vissuto per secoli, senza che nessuno, nel resto dell’Italia urbana e colta, se ne accorgesse.

7/ continua

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