La mia Matera, di Sergio Benvenuto. E i suoi Sassi

Fare l’amore in quelle spelonche paleolitiche è tentazione troppo forte per le coppie. Ada e io non vi resistemmo. In pieno giorno, schivando i rari gruppi turistici, era facile trovare grotte e cunicoli deserti, cappelle sotterranee illuminate con parsimonia, corridoi imprevisti, cripte silenziose che attraevano baci e improbabili posizioni amorose, come se la necropoli avesse sornionamente allestito rifugi per permettere agli amanti il brivido di amplessi fuggitivi. E lo spessore delle pareti di roccia soffocava i gridi amorosi.

 

Nella grotta che ci fece da alcova, però, sentivo attorno a me qualcosa come una presenza. Eravamo soli, Ada e io, eppure avevo l’impressione che qualcuno o qualcosa ci stesse accanto, quasi sentivo l’alito di una vicina assenza, come se nel silenzio dei Sassi interrotto dall’ululare dei cani lupi, una sorta di frastuono non udibile circondasse i nostri corpi spossati. Lo feci notare a Ada che, sorridendo, disse: “Forse sono i monachicchi”.

“Da bambina – mi raccontò – nostra madre, la sera, ci portava tutte e tre noi sorelle a letto, e spesso ci diceva ‘Se non dormite, arriva il monachicchio’”. Ma non si trattava di una minaccia di qualcosa di atroce, come il lupo o il Mammone; era minaccia di un’insonnia, di un restar svegli per lo scatenarsi di una vita infantile che non ha potuto svolgersi. La minaccia di un’eccitazione perenne senza sonno.

Credo che ogni zona d’Europa, o del mondo intero, abbia qualche sua variante di credenza negli spettri. Ma la declinazione lucana colpisce per la sua originalità. Campagne e villaggi della Lucania sono abitati da spiritelli detti monachicchi. Sono bambini morti prima del battesimo. A Napoli abbiamo e munacielli, così detti perché l’ectoplasma che fa da alone alla loro sagoma inconsistente ricorda il saio dei monaci: sono spettri casalinghi, si insediano per sempre nella casa che fu la loro da vivi e accolgono i vari inquilini o con benevolenza o con malevolenza. I monachicchi lucani invece vivono nelle grotte, il che spiega quel loro fluttuare nella spelonca che Ada e io avevamo scelto. Benché invisibili, questi bimbi senza carne si affollano attorno agli umani, infliggendo loro scherzi, dispetti, marachelle, ma mai danni seri e davvero dolorosi. Non odiano i viventi, li stuzzicano, li snervano con le loro impertinenze, come se volessero assolutamente farsi notare, buffamente, da chi ancora vive. Essi sono come il lapsus o l’atto sbadato della vita, ti solleticano i piedi o ti rovesciano sul ventre la brocca d’acqua che stai spostando, si infilano negli interstizi vuoti dell’esistenza per farti sentire la loro birbantesca vitalità. Il loro punto debole è il cappuccio rosso che ciascuno di loro porta, e che ne fa un’irresistibile metafora del pene: se qualche vivente, per avventura, riesce a strapparne uno bucando la coltre che separa lo spazio della materia da quello dello spirito, è urgente che il monachicchio recuperi il suo cappuccio, al più presto. Il cappello è appendice indispensabile perché essi possano proseguire la loro frenetica e allegra pseudo-vita. I grandi, lunghi silenzi di quell’”immobile mare di terra” che è la Lucania sono come il velo di un’atmosfera in realtà affollata di piccoli spettri, brulicante di indomabile e ininterrotta vita puerile.

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