Il giallo verde di qua e di là delle Alpi – di Stefano Balassone

Se i gilet francesi fossero giallo-verdi le storie politiche di Italia e Francia avrebbero più esplicitamente mostrato il loro parallelismo. E comunque ieri sera l’attesa del discorso di Macron ha provocato un qualche sobbalzo anche all’auditel nostrano perché, esposti alla concorrenza con il resto della popolazione mondiale ci è svanito il futuro protetto dalle dogane nazionali. Eliminate le quali, il mondo ha progredito ma l’umore nazionale, da noi e oltr’Alpe, è ruzzolato all’indietro.
Di conseguenza l’idea stessa di Progresso, che era forte finché ci si mangiava, perché intrecciata con l’emancipazione dai bisogni, ha perso la base sociale popolare e si è ridotta ai profili ornamentali: raffinatezza culturale, delicatezza di sentimenti, coltivazione dei talenti personali. Un’aria fina che chiunque respirerebbe se fosse erogata erga omnes. E invece i più si accorgono che il capitale culturale (lingue, concetti, etc), il capitale sociale (relazioni utili) e il capitale economico (livello e stabilità del potere d’acquisto) gli si disciolgono fra le mani e lasciano nudi nella tramontana del “mercato”. Da qui la ricerca di come coprirsi, si tratti del reddito di cittadinanza o del gilet.
Peraltro, una specie di gilet molti italiani lo hanno indossato fin dal 2008, trovandolo ornato di stelle nel purismo ambientale e moralistico di Beppe Grillo. Da allora un quarto abbondante dei votanti persiste nella metafora politica di una sommossa e se ne frega, come è ovvio che sia, della competenza più o meno adeguata dei “portavoce del popolo”.  E come il 26% di Grillo del 2013 aveva spezzato gli argini politici basati sull’asse destra-sinistra, così in Francia la sommossa gialla, preannunciata parzialmente dalla rivolta delle banlieue di qualche anno fa, ha sostanzialmente spezzato gli argini istituzionali del conflitto sociale.
In entrambi i casi si tratta – per quanto ci sforziamo di capirne – di sommosse in cerca di una forma politica e non è detto che chi le ha innescate sia lo stesso che ne spremerà il succo storico. Chi sarà il protagonista dell’inevitabile Termidoro italiano; il salvinismo (ma come metterla con il soffocante sventolio dei rosari quando il tema è dove cosmopoliticamente piazzarsi fra Cina e USA?) o il calendismo (ma è davvero possibile conciliare i percorsi della globalizzazione con il precipitare della insoddisfazione sociale?).
In sintesi: chi produrrà i gilet per il Quinto stato, dopo quelli di panno esibiti nel quadro di Pellizza da Volpedo?

L’Italia che verrà

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