Un governo in prescrizione – di Giancarlo Santalmassi

Negli anni 60-70 la prescrizione, su cui rischia di saltare il governo gialloverde anche se Salvini e Di Maio diffondono ottimismo (“un’intesa la troveremo”), fu usata più volte per cercare di risolvere il problema della lentezza della giustizia. Ricordo un principe del foro penale come l’avvocato Adolfo Gatti, da me intervistato per la Rai, definire un’ enormità aspettare quattro anni per una sentenza di primo grado. “In quattro anni ci si laurea. Si mette su famiglia”, esclamava. Poiché la percentuale di processi che finivano senza sentenza (per prescrizione appunto) era troppo alta, allora i termini venivano allungati. Poi, di fronte alle proteste, accorciati. Ma nessuno metteva mano alla questione di fondo: snellire il processo in modo da renderlo di ‘ragionevole durata’ (concetto chiaro, salvo definire la quantità del “ragionevole”). La prescrizione è un diritto dell’imputato cui egli, magari per questioni di immagine, può rinunciare: è di stamani la notizia che Tronchetti Provera ha rinunciato alla prescrizione nel processo Kroll-Tavaroli che lo vede assolto per la terza volta dopo una prima condanna a 20 mesi in tribunale, due assoluzioni in appello annullate da due sentenze di Cassazione (sei processi in 5 anni su un episodio di 14 anni fa, su cui è indagato da 8).

La prescrizione ha salvato Berlusconi nel processo per i senatori pagati per passare a Forza Italia per far cadere Romano Prodi nel 2008. Salvò Giulio Andreotti per il reato di associazione a delinquere con Cosa Nostra commesso prima del 1980. Tra gli avvocati (oltre Franco Coppi) proprio Giulia Bongiorno, che ha definito “una bomba atomica” l’emendamento dei 5 stelle che vorrebbe troncare i termini di prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia in caso di assoluzione che di condanna. Insomma, parafrasando l’espressione ‘fine pena mai’ che definisce  l’ergastolo  (carcere a vita), si può dire  ‘allora fine pena quando?’.

7 Commenti a Un governo in prescrizione – di Giancarlo Santalmassi

  1. Paolo Furbacchione 7 novembre 2018 at 16:13 #

    Gli avvocati dovrebbero solo starsene zitti, visto che sono i primi responsabili delle lungaggini dei processi.

  2. andrea dolci 7 novembre 2018 at 17:12 #

    Io segnerei anche il fatto che i 60-70% dei procedimenti va in prescrizione prima che inizi il dibattimento dunque gli avvocati c’entrano poco. In compenso questa situazione smaschera la immensa bufala della obbligatorietà della azione penale perchè ogni procuratore può discrezionalmente scegliere quali procedimenti portare avanti e quali far finire sul binario morto.
    A me pare poi che sulla revisione della prescrizione si commetta lo stesso errore del reddito di cittadinanza ovvero cambiare il sistema prima di avere risolto i problemi. Là ci sono i centri per l’impiego inefficienti, qui un sistema giudiziario che funziona come il resto della PA ovvero in maniera pietosa con una produttività da terzo mondo e ruoli dirigenziali che richiedono capacità organizzative assegnati invece per anziatà e logiche correntizie.
    In generale io non sarei di base contro una revisione della prescrizione ma con alcune condizioni:
    1) revisione del sistema giudiziario con applicazione di un sistema di valutazione oggettiva dell’efficienza degli uffici giudiziari e applicazione delle best practice.
    2) separazione delle carriere per arrivare ad una vera parità tra le parti nel processo
    3) accesso a ruoli dirigenziali sono dopo aver dimostrato capacità direttive e frequentato corsi specifici di organizzazione e gestione.
    4) valutazione rigorosa del lavoro delle Procure in relazione al numero di fascicoli portati avanti e percentuale di condanne ottenute onde valutare quanti rinvii a giudizio pretestuosi( tantissimi nononstante i filtri previsti) sono stati portati avanti.
    5) inappellabilità delle sentenze in caso di assoluzione perchè se è giusto che il cittadino imputato non abbia scappatoie di comodo è anche giusto che uno non debba subire per anni un accanimento giudiziario solo per la cocciutaggine di una Procura che non vuole accettare di aver commesso un errore.
    6) visto che non tutti si chiamano Tronchetti Provera, in caso di assoluzione il cittadino deve poter dedurre integralmente dalle tasse l’importo delle parcelle pagate ai legali perchè se lo Stato ti ha trascinato ingiustamente davanti ad un giudice non è giusto che, oltre agli anni di vita sospesa e spesso di carriera e famglia distrutte, uno debba anche rischiare di annegare nei debiti.
    Se invece l’approccio culturale è quello dei magistrati come Davigo e Di Matteo, si abbia il coraggio di venire allo scoperto e proporre una riforma costituzionale che elimini Appello e Cassazione.

  3. Paolo Furbacchione 7 novembre 2018 at 18:12 #

    Il sig. Dolci dice il falso: https://www.ilpost.it/2016/04/28/magistrati-produttivi/
    I giudici italiani non hanno affatto una produttività da terzo mondo. Quella, magari, ce l’ha il sig. Dolci.

    • andrea dolci 7 novembre 2018 at 23:05 #

      Se leggesse bene l’articolo inclusi i richiami a fonti esterne, scoprirebbe che la dichiarazione di Davigo è pura mistificazione perché spaciare come sentenze qualsiasi provvedimento di fine procedimento, incluso il 70% dindecreti di prescrizione, non è di certo opera di verità e chiarezza.
      Avremmo poi il paradosso di essere il paese con in numero di magistrati al top europeo, con un bilancio della Giustizia più alto ma con la durata dei processi più lunga al mondo inclusi quelli civili dove la prescrizione non è di certo il problema.

  4. Paolo Furbacchione 8 novembre 2018 at 00:52 #

    Io l’ho letto benissimo. Purtroppo temo che lei abbia dei leggeri problemi di comprensione della lingua italiana. Soprattutto temo che questi problemi si spingano a non capire gli spin (cioè gli “effetti”) che vengono dati alle notizie. Io con i tribunali ci lavoro, ci sono giudici scrupolosi e meno, ci sono giudici competenti e meno, e qui mi fermo: non mi verrebbe mai in mente di dire che i giudici sono tutti fenomeni, tutti incorruttibili, tutti bravissimi. Ma da qui a dire che i processi sono lunghi perchè loro non hanno voglia di lavorare, beh, mi faccio una grassa risata. I processi sono lunghi perchè la classe politica fa di tutto per concedere agli avvocati tutti gli strumenti possibili per allungarne la durata, con il preciso obiettivo di arrivare alla prescrizione, che viene poi gabellata agli elettori, alla bisogna, come assoluzione.

  5. andrea dokci 8 novembre 2018 at 11:58 #

    Mi indichi dove ho scritto che non hanno voglia di lavorare. Ci sono tribunali con arretrato zero e tribunali che annegano. Non credo che ci siano differenze “antropologiche” tra i diversi uffici ma, forse, il meccanismo di accesso ai ruoii dirigenziali dovrebbe tenere conto delle attitudini e delle capacità dei magistrati, no ?
    Applicare le best practice invece di lasciare totale autonomia ai capi è una cosa così assurda ?
    Potremmo anche discutere dei criteri arbitrari con cui un PM può scegliere quali fascicoli portare avanti e magari valutare se tali criteri siano orientati all’efficienza e all’efficacia del sistema giudiziario.

    • Paolo Furbacchione 9 novembre 2018 at 13:45 #

      ” Mi indichi dove ho scritto che non hanno voglia di lavorare”: “qui un sistema giudiziario che funziona come il resto della PA ovvero in maniera pietosa con una produttività da terzo mondo e ruoli dirigenziali che richiedono capacità organizzative assegnati invece per anziatà e logiche correntizie.”
      O lei ha detto che non hanno volgia di lavorare o ha dato loro degli imbecilli incapaci. Scelga quello che le fa più comodo. Buona giornata.
      P.S.: la storiella della separazione delle carriere non si può davvero più sentire. E’ figlia di una concezione della giustizia nella quale vi è contrapposizione fra chi accusa e chi giudica, tipica degli USA. Da noi non funziona così.

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