Un cane a sei zampe che sembra averne 12: quello dell’Eni – di Mario Deaglio

Di questi tempi si fa, correttamente, un gran parlare degli elementi negativi dell’economia italiana che ci hanno portato allo scontro ancora in atto con Bruxelles, le cui durezze sembrano aumentare sempre più.

Ogni tanto dovremmo parlare anche dei molti aspetti positivi che impediscono al Paese di affondare nel Mediterraneo e di rimanere una parte vitale dell’Europa.

Uno di questi è apparso in piena luce in questi giorni riguarda l’Eni, il gruppo petrolifero italiano che è anche una delle (assai poche) presenze italiane tra le aziende veramente grandi del pianeta e che, già per le sue stesse dimensioni, ha un’importante rilevanza geopolitica. L’Eni, di cui lo stato italiano possiede il 30 per cento del capitale – oltre a disporre di «poteri speciali» in caso di emergenza petrolifera italiana e di operazioni sul capitale – è presente in molte zone petrolifere del mondo e si distingue dagli altri big del petrolio per aver seguito una particolare strategia industriale particolare. che ora può risultare di grande vantaggio a un Paese i cui confini meridionali sono molto prossimi a zone ricche di petrolio e di problemi, a cominciare dalla Libia.

Nel corso degli ultimi 2-3 decenni, l’Eni ha concentrato molte delle sue grandi energie operative su una «strategia a sei zampe», ossia quante sono quelle del cane che è da sempre il suo simbolo: ha puntato sul gas, sui giacimenti sottomarini, sull’esplorazione, sugli oleodotti (specie quelli posati sul fondo dei mari), sulla vendita di quote dei giacimenti scoperti, sul mantenimento della loro gestione in nome di tutti i soci e quindi di una quota non piccola della concessione originaria.

In questa strategia il cane a sei zampe ha avuto un considerevole successo negli ultimi anni: le scoperte e la messa in funzione di giacimenti di gas e altri idrocarburi, di estrema importanza mondiale, in Mozambico, Angola e soprattutto Egitto, hanno contribuito fortemente. a compensare la ridotta produzione di una Libia squassata dalla guerra civile, dove l’Eni ha molte concessioni. L’Eni è anche apprezzata in giro per il mondo anche perché… è italiana. Non è quindi americana, inglese, francese, non fa riferimento a una grande potenza ma a una potenzia media e attiva, con la quale i Paesi produttori tendono a fare affari più volentieri perché non temono troppo di essere «schiacciati» da pressioni indebite.

Ora l’Eni è entrata nel Golfo, proprio mentre i destini della Libia venivano affrontati, con una certa delicatezza ma con scarso successo immediato, nella recente riunione di Palermo. Ha ottenuto la concessione per l’esplorazione e lo sfruttamento di tre giacimenti sottomarini di gas in un’area del mondo che è stata a lungo, per quanto riguarda il petrolio, un «lago anglosassone» e una zona in cui il groviglio dei tubi, terresti e sottomarini, fa riscontro al groviglio delle alleanze e delle contro-alleanze. Insomma, nella zona più complicata del mondo.

La speranza è che, come è successo altrove – a esempio dell’Asia ex sovietica – il ruolo di coordinatore delle attività petrolifere svolto dall’Eni sia l’inizio di un flusso più ordinato delle fonti energetiche e di soluzioni che, assicurando un po’ di benefici a tutti, rendano meno probabili le guerre e aiutino a risolvere, oltre a problemi energetici – l’Eni ha anche interessanti soluzioni di carattere «verde» – anche problemi politici e contribuiscano a controbilanciare il rischio di una perdita di importanza economica dell’Italia. L’Eni insomma, è la nostra vera «compagnia di bandiera»; speriamo che l’Alitalia, che si è a lungo fregiata di questo tipo, possa muoversi anch’essa in questa direzione.

La Stampa

 

PS.

Memoria personale.

L’Eni, per la  gestione intelligente e lungimirante del suo fondatore, Enrico Mattei che con un’abile politica di condivisione degli utili tra paesi produttori (arabi, nordafricani) e paesi estratttori (noi e voi cresciamo inseme”) riuscì a raggiungere in una fase importante del nostro paese (ricostruzione e industrializzazione) l’indipendenza energetica, sottraendosi al condizionamento e allo strapotere delle sette sorelle (così erano chiamate le compagnie petrolifere americane, inglesi, olandesi e francesi). Una politica intelligente per noi (avevamo perso la guerra) e irritante per i potenti concorrenti che la guerra l’avevano vinta e ambivano a controllarci come mercato e come potenza industriale. Tanto che la sua morte a bordo di un jet in volo dalla Sicilia alla Lombardia, non è piu denominato il giallo di  Bascapè (l’area del crash). Si sa tutto  sulle collusioni tra i servizi segreti  delle compagnie straniere e la mafia siciliana. Poi, intendiamoci: se i beni culturali sono l’oro bianco italiano, in contrapposizione con l’oro nero di cui siamo privi (nero perché sporca le mani e i portafogli), Mattei grazie alla corruzione usava dire che per lui i partiti erano come i taxi: ci saliva e ne scendeva ogni volta che serviva. E spesso troviamo l’Eni invischiato in scandali di tipo nigeriano (ma se non oli gli ingranaggi delle élite locali in quei paesi non ottieni nulla). Ma per gli italiani, che non hanno l’Ecole Nazionale d’Amministrazion, scuola di management della Pubblica Amministrazione di altissimo profilo, l’Eni è stato e resta l’unico centro di formazione di qualità in questo settore. Fa politica estera.

GCS

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