Occhio al nazifascismo del Movimento 5 stelle – di Sofia Ventura

Se si vuole fare la rivoluzione non ci si preoccupa della democrazia interna. I partiti comunisti sorti dopo la Rivoluzione d’Ottobre avevano una struttura funzionale alla segretezza e al controllo dall’alto. Il Movimento 5 Stelle ha una struttura diversa, ma analoga è l’essenza totalitaria, l’idea di volere trasformare radicalmente il sistema. Come mostrano la contrapposizione rispetto alle regole della democrazia rappresentativa (si vedano, ad esempio, le attuali preoccupanti proposte sulla democrazia diretta). E, più in generale, l’idea fumosa, ma potente, che esista un altro modo di costruire la comunità politica che possa definitivamente farla finita con le élite, gli interessi, le debolezze umane, quella complessità istituzionale sorta in Occidente per limitare i soprusi dei governi. Tutto ciò per rendere il popolo felice e padrone di sé. Un’idea tragicamente illiberale, trasmessa quotidianamente dalle parole degli esponenti del M5S e del suo capo politico. Non vi è, dunque, spazio per il dissenso se si deve trasformare il mondo. La storia del Movimento è contrassegnata dalle espulsioni, dall’impossibilità di fare del dissenso un punto di vista legittimo. E oggi la storia dell’imposizione dall’alto si ripete. I dietrofront sull’Ilva, la Tap, il sistema satellitare americano Muos hanno prodotto reazioni nel gruppo parlamentare, ma anche tra i militanti, con atti plateali come il rogo della bandiera del Movimento. Dietrofront rispetto a posizioni che rientrano in quella mentalità anti-moderna e anti-illuminista cui faceva riferimento ieri su queste pagine Panarari e sulla quale i grillini avevano costruito una parte importante della partecipazione e della militanza. Ma quando un partito ha tratti totalitari, è il vertice che decide in ogni momento «la posizione». Ad esempio votare contro Orbán in Europa e poi, in Italia, mettere in discussione insieme all’alleato di governo quello stesso voto. Nei partiti «normali», dei quali in Italia abbiamo sempre meno esempi, maggioranze e minoranze si confrontano, gruppi competono secondo regole note, si alternano. Ma sono partiti che nascono per agire dentro al sistema o vi si adattano. Il M5S si è adattato il minimo indispensabile, operando i suoi vertici dentro le istituzioni, senza averne tratto le conseguenze per la vita interna. Al suo vertice vi è una sorta di Mago di Oz, che non ha ruoli politici e che ha ereditato dal padre la missione di proseguire l’inquietante «esperimento» – dal titolo del libro di Jacopo Iacoboni che ben spiega queste dinamiche – di una macchina per creare consenso, che poggia sugli strumenti del web per disegnare una realtà fittizia, anche con fake news utilizzate consapevolmente, come il video pubblicato in questi giorni – denunciato dal Post – che sintetizza in modo falso le parole pronunciate dall’ex presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem, attribuendogli una inesistente volontà di colpire l’Italia. Esiste, inoltre, un «portavoce», cofondatore, che gioca a rimpiattino con il partito, ma che, quando Di Maio fu votato da un pugno di attivisti come «candidato premier», decise improvvisamente che oltre che candidato sarebbe stato anche capo politico. Il M5S non rappresenta un nuovo modello di partito per la democrazia di oggi. È stato costruito per un altro tipo di sistema. Un corpo estraneo, come i semi extraterrestri del romanzo «L’invasione degli ultracorpi», che dissolvevano gli esseri umani per sostituirsi a loro, con le stesse fattezze, ma senza anima e emozioni. Ad oggi, il suo successo non delinea nuovi orizzonti per fare politica, è indicatore della crisi della politica democratica.

La Stampa

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