Il pauperismo grillino non si coniuga con la modernità – Massimiliano Panerari

 

Se le associazioni del mondo imprenditoriale e i sindacati si trovano dalla stessa parte della barricata vuol dire che il problema esiste, ed è molto serio. Come segnala, appunto, la civile sollevazione del mondo produttivo (imprese, commercio e lavoro) di fronte al niet pentastellato alle grandi opere. E, dunque, le parole pronunciate a Torino dal vicepremier Luigi Di Maio sulla Tav «opera per sprecare denaro» non risolvono certo la questione, ma costituiscono l’ennesima riproposizione della collaudata strategia del diversivo comunicativo («C’è un malinteso con gli industriali») e dello spostamento della discussione su un terreno più congeniale (quello, consueto, del «monopolio» dell’onestà negli affari pubblici). 

Il M5S sta vivendo un momento turbolento dal punto di vista dell’immagine – e, come noto, la dimensione dell’immaginario è praticamente tutto per questo partito (fino a oggi) pigliatutto. Non nel senso di una crisi di consensi (visto che i sondaggi oscillano tra una sostanziale tenuta e un calo lievissimo), ma nell’impressione che la sua irresistibile spinta propulsiva si sia un po’ esaurita e «batta la fiacca». Con l’aggiunta di un importante campanello d’allarme che sta impensierendo l’ala governista: la mobilitazione e la proteste dei comitati Nimby. Scattate in Puglia – dove, sia detto a scanso di equivoci, lo spettacolo delle bandiere pentastellate bruciate era deplorevole e inaccettabile – e che, ormai con una qualche frequenza, si sentono risuonare in rete: a insorgere è una delle spine dorsali del consenso per il Movimento 5 Stelle, quell’arcipelago di attivisti anti-grandi opere che gli hanno tirato la volata rappresentando gli avanguardisti delle sue postmoderne marcia su Roma e presa del Palazzo d’Inverno (o, fuor di metafora, Palazzo Chigi). Una sorta di contrappasso, che si è manifestato anche nella recente espulsione dei consiglieri d’opposizione pro-Tav dalla Sala Rossa di Palazzo Civico a Torino – ovvero, a parti invertite, ciò di cui, nel passato e presso altre istituzioni, proprio gli esponenti grillini si erano lamentati. 

La Tav Torino-Lione rischia così di pagare tutto il pegno politico (e politicistico) dei due pesanti flop – i dietrofront su Ilva e Tap – in cui è incappato il giano bifronte pentastellato alle prese con la difficoltà di tenere insieme la responsabilità di governo e di forza divenuta di establishment con la postura di lotta e anti-sistema. Non a caso, per uscire dalla contraddizione (e riposizionarsi, di nuovo, in una condizione di deresponsabilizzazione), il M5S ha demandato a una commissione tecnica – la struttura di missione di analisi costi-benefici delle grandi opere – quella che è in tutta evidenza una scelta politica, e dalla quale dipende una significativa prospettiva di sviluppo per gli anni a venire dei territori del Nord-Ovest. Ma qui ci troviamo proprio dalle parti dell’ideologia autentica e profonda di un partito-movimento che si dichiara, invece, postideologico rispetto alla divisione tra destra e sinistra. Una componente dell’ideologia 5 Stelle è, infatti, quella del presentismo assoluto (da cui deriva anche lo stato di campagna elettorale permanente) e, pertanto, le valutazioni di ampio respiro e l’idea del futuro non fanno esattamente parte del suo Dna. Mentre l’altra è quella del «postmodernismo reazionario», che sposa all’utilizzo assai efficace delle tecnologie digitali una visione anti-moderna e anti-illuministica, in cui si mescolano la decrescita (infelice) che addita le infrastrutture come il male assoluto (cosa diversa dalle obiezioni di merito), lo Stato etico «neopauperista» che elargisce il reddito di cittadinanza, un certo compiacimento apocalittico e un ruralismo (falsamente) bucolico. Serge Latouche e il «contadino no global» José Bové (il quale, nel frattempo, si è un po’ ricreduto pure lui) a braccetto con la new age e una forma di neoborbonismo (compendiata nella proposta delle terre gratis al Sud per chi fa tre figli e in una concezione generale di impianto assistenzialista).

Ed ecco perché, ahinoi, per la Tav, i vaccini e la razionalità corrono brutti tempi. 

La Stampa

Un commento a Il pauperismo grillino non si coniuga con la modernità – Massimiliano Panerari

  1. Antonio 3 novembre 2018 at 18:11 #

    e’ l’talia che corre brutti tempi….

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