Grazie a Domenico Quirico, per questo magistrale affresco della via Tiburtina

Nella discarica degli uomini senza futuro

Le periferie bisogna visitarle di notte. La Tiburtina a Roma bisogna visitarla quando è invasa dalla catastrofe del buio calato sugli uomini e le cose, e la città, ai suoi margini, va prendendo un’aria sospettosa, va in fregola. È allora che la periferia, luogo inameno taciturno drammatico, si spoglia e diventa luogo essenziale del Fallimento, deputato alla breve esperienza di una modernità e subito votato alla lenta, penosa decadenza della vecchiaia. Di giorno i nervi vengono tirati qua e là finchè accecano, ma di notte quando emergono creature che ti prendono al collo come certi animali da preda, la vita dei nervi si riprende dall’intontimento e si acquisisce nuova sensazione di sé.

A Roma la periferia è biblica, attraversata da presentimenti dell’errore e con un qualche sentimento della morte finale delle cose. Di notte risolutamente, la Tiburtina, il Quarto municipio: periferia che doveva diventare la Silicon valley nostrana, presepio di tecnologie fantascientifiche. E si ritrova ghetto di migranti inferociti dagli scampoli di ogni pena, priapesco mercato di spacciatori puttane slot e strozzini. Fallimenti: a due passi dal centro della capitale, si ripete la situazione antichissima. Questa periferia è vivere a cavallo di una linea che taglia la città. La Tiburtina è il suo essere, Roma il suo dover essere. 

Sogno di una terza città che le unisca dove avere tutto, conciliare tutto, che non esiste e forse non esisterà mai. Patologico non vi pare? E alla fine ti domandi se in fondo anche questo non appartenga alla storia, questa sì veramente eterna, di una città che ha sempre nella sua costruzione mille trascuratezze, raschiature, negligenze, dimenticanze come quelle del tessitore persiano che non fa mai i tappeti perfetti. E niente mai riesce a fermare la grande rivoluzione dell’inerzia che è rivoluzione reale perché cambia radicalmente, sebbene in peggio, il mondo e l’uomo. Allora: partire dalla stazione degli autobus, andare verso un luogo che è insieme naturale, amministrativo e emblematico. Approdo di migranti, dal sud Italia, dai Balcani, dall’Africa, uno di quei luoghi cui perviene fioca la potenza del centro che in linea d’aria è a un chilometro. Una folla brulica sotto luci abbaglianti, i bus verdini dei viaggi interminabili ma ‘’low cost’’, stranieri con enormi valigie e fardelli, ai telefonini pispigli in mille lingue. Una ragazza sola stringe la borsa e guarda con occhi sospettosi. Dietro il cavalcavia i caffè dove sotto elezioni si possono comprare, a pacchi, i voti di mezza Italia. 

Il mancato centro direzionale

Cambia il mondo di scorza, non di midollo. A lato si intravede un palazzo torre, formosissima e stagionata speculazione immobiliare, poche luci accese un piano qui e uno là, segno di un disastro. Sognavano di vendere gli alloggi ai prezzi dell’Eur e dei Parioli. A lato la stazione ferroviaria che hanno costruito programmaticamente moderna, tutta vetri e ferri ad angolo retto, con comode scale mobili. 

Doveva servire appunto le moltitudini operose della città della tecnologia. Accanto la gigantesca mole della nuova sede della Banca nazionale del lavoro, che si protende come una nave di estrema, residuale modernità, risolutamente ambiziosa, verso il mare buio della Tiburtina, mare sgraziato duro estraneo, depositario di una grande tirannica forza. Dietro: una distesa di verzure selvatiche e scomposte, la zona in cui dovevano sorgere i ministeri, il cervello direzionale. Invece c’è la concreta minacciosa premessa del campo dei migranti del Baobab. Anzi: c’era. Poche ore dopo che l’avevo visitato, lo sgombero di cui già si sentiva nella rabbia il fato imminente e inevitabile. Ora non c’è più musica e movimento, solo la massa scura dell’ “hotel Africa”, ex deposito delle ferrovie che negli anni ottanta ospitò, ostello tumultuoso sgangherato, un’altra migrazione, quella eritrea ed etiope. Stratificazioni di ‘’invasioni’’ mai definitive, ennesimi viaggi che sono iniziati per questa povera gente con un vagheggiamento e sono finiti con un invece. 

Solo per loro? Di quel gruppo umano, ora in gran parte sperduto per le strade e negli androni, mi resta l’immagine di un ragazzo eritreo mezzo nudo, scalzo che ballava, istericamente, senza fermarsi fino allo sfinimento per tutto il campo. Impazzito nelle prigioni libiche e che pur avendo diritto all’asilo nessuno vuole, mi aveva spiegato Andrea Costa, uno dei leader di ‘’Baobab’’, storica organizzazione di soccorso ai migranti che vanta i ventidue sgomberi subìti come medaglie o ferite guadagnate sul campo. Margini umani, oltre che di edifici e di cose.Ora l’inizio della Tiburtina è davanti a noi, case risalenti ai parassitismi famelici democristiani, saturnali smodati ed egemonici dei palazzinari sulla res publica. Eredità di quelle baldorie urbanistiche e cementizie, ad esempio, sono fogne inadeguate a insediamenti così enormi. Ecco: la mancanza di lungimiranza politica amministrativa urbanistica, la casualità. Un pezzo del quartiere rinasce attorno alla Bnl, ristoranti e caffè pretenziosi, che servono i tremila dipendenti della banca nelle pause. Ma tutto è casuale. Il degrado si sposta un po’ più in là. Capitale che è città senza senso, una salma di città. Lacuna di decenni, un vuoto di sempre, eterno, categoriale. 

La depressione capovolta 

Imbocchiamo la Tiburtina, adesso. Al centro, a separare le corsie, ruderi di lavori stradali indecifrabili, cemento giù scuro e rade capigliature erbose lerce di polvere e rifiuti. E la frase cimiteriale: nessuno ricorda da quanto tempo è così! Ora la strada si anima. Le prostitute sui marciapiedi, nella semioscurità, sembrano tutte madonne correggesche. E i locali delle slot: denominazioni da tv, Las Vegas, Miami, spettacolose dentiere di luci, deliberato e disonesto inganno. Qua e là una più domestica sala bingo da cui escono truppe di anziani, le donne con la borsetta sotto il braccio, lenti silenziosi. Il locale si chiama: Dubai. Un po’ discosti, locali di lap-dance, pub ambigui e night attorno a cui c’è canagliesca confusione che sa di isterismo, di depressione capovolta.

Di quella che doveva essere la ‘’Tiburtina valley’’ delle meraviglie industriali restano alcuni stabilimenti che anche al buio riconosci vivi. Sembrano entrare in questo deserto con la volontà accanita, la dolorosa pazienza, il taciturno decoro del lavoro umano, della scommessa industriale.

Andiamo oltre: Casal Bruciato che mi raccontano quartiere sobrio, popolare ma non umiliato, ponte Mammolo, il carcere di Rebibbia. Mi accorgo di non aver ancora visto la sagoma di una chiesa. A Roma.

I monumenti della Tiburtina sono i ‘’compro oro’’, aperti 24 ore su 24 come proclamano grandi striscioni, monoliti avvolti in un giallo accecante. Danno la sensazione che ha qualcosa della droga, di un’offerta oscena. Comprano tutto: oro diamanti orologi , il parcheggio per i clienti è nel retro offriamo 51 euro al grammo. L’approdo per la catenina ricordo di famiglia, ma anche storico terminale sbiancante di robusti malaffare. 

Pensate di aver visto tutto, di poter tornare indietro? No. C’è ancora, al numero 1140, la ex fabbrica della penicillina Leo. Quattromila metri quadrati di rovine, travagliate esistenze, eroina, violenze, crucci, orrori, sudari e tenebre puzzolenti. Un appuntamento con tutte le ingegnose forme del dolore, dell’errore della sconfitta. Che richiede, questa, per la visita il giorno e la luce. Davanti un bar pizzeria: chiuso per sequestro giudiziario. 

E San Basilio, con le sue un po’ slabbrate case popolari, ma anche supermercato della cocaina, sempre aperto come i cambio oro: malavita italiana, i clandestini ridotti a far da sentinelle e facchini. Entriamo dalla parte dell’ex fabbrica che è solo scheletro di cemento armato e scale nel vuoto. Dall’alto cola un liquido, alziamo lo sguardo, due giovani stanno urinando su di noi. Qua e là tende di stracci e sacchi dell’immondizia, per terra un pavimento meticoloso di feci. Siamo nel girone più esterno. Ma si intravede una geografia , una città ipotetica disegnata dall’uomo tra i capannoni i terreni vuoti le torri derelitte. Ci sono padroni di questo luogo che ti stanno guidando o deviando impercettibilmente verso qualcosa, pertugi corridoi anfratti paratie che separano e chiudono ambienti enormi in piccole stanze, in svolte obbligate. Come si possono descrivere tonnellate di immondizia? 

Grandi dure terribili minacciose scostanti montagne di immondizia con cui potete stremarvi di tutti gli odori. Che ti invitano: per favore, andatevene alla svelta questo non è un luogo per uomini, non è un posto per indugiare. C’è una vegetazione da tundra negli spazi vuoti, sconfitta umiliata che sembra anch’essa immondizia. Dal buio emergono gli abitanti di questa belva taciturna, che porta addosso i segni dell’abisso, neri in maggioranza, ma anche romeni e italiani. Due di loro, una donna forse di mezza età e un giovane, balzano fuori da un appartamento di cartone chiuso da un lucchetto e una catena. Si offrono come guide: ti faccio vedere tutto poi mi dai qualcosa… enormi fili avvolti da materiale antincendio pendono dalle pareti come serpenti, in un angolo tre neri cucinano, materassi, letti di stracci. 

Emergiamo su una soletta semidistrutta, pericolante. Decine di neri prendono il sole pigramente. Sul tetto del capannone di fronte centinaia di colombi li imitano. 

Ovunque spaccio low cost

In basso un gruppo di africani sta attorno a un tavolo con una donna bianca,. Hanno davanti a sè decine di lattine di birra e una bottiglia di whisky semivuota, un ragazzo si allena con un enorme sacco da boxeur , un altro fa i suoi bisogni quietamente contro un muro. Poi comincia a gridare a minacciarci. Qui l’uomo è estraneo, è qualcosa che non deve, non dovrebbe abitare questo luogo. Lascia tracce ma di una presenza colpevole, sconfitta, malata. Il centro del labirinto è dove comandano i nigeriani, il bar lo chiamano, dove si spaccia a basso costo l’eroina. È li che vogliamo andare, dove i due italiani hanno promesso di portarci. 

Continuano a chiedere il denaro promesso, per zittirli dò loro venti euro. Un attimo. Non li vedo più. Scomparsi. Sono corsi a comprare la droga. Via Tiburtina numero civico 1140, Roma, capitale d’Italia.

Domenico Quirico – La Stampa

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