La violenza tribale dell’Arabia Saudita – di Maurizio Molinari

L’uccisione di Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul sottolinea come il regno wahabita mantenga una natura tribale, e dunque spietata, ma evidenzia anche un fenomeno assai più esteso: l’aggressività crescente contro ogni tipo di oppositori o personaggi scomodi da parte dei leader di nazioni autocratiche o illiberali.

La natura tribale del regno wahabita è connaturata alle stesse origini nel deserto dell’Arabia contemporanea e coesiste con le recenti aperture all’Occidente ed alla modernità – dagli investimenti stranieri alla possibilità per le donne di guidare, dai progetti turistici all’industria dell’intrattenimento – perché si basa sull’idea del potere assoluto del monarca e della sua famiglia ristretta nei confronti di ogni suddito. Mohammed bin Salman, principe ereditario, sta dimostrando di voler difendere tale potere assoluto in maniera aggressiva: detenere oltre 400 dignitari politici e uomini di affari in un albergo di lusso accusandoli di «corruzione» per obbligarli a versare le tasse, arrestare dozzine di attivisti dei diritti delle donne perché «traditori» e interrompere ogni rapporto con il Canada – incluso il ritorno degli studenti dagli atenei e dei malati dagli ospedali – a seguito di un tweet non gradito sulla repressione del dissenso, lascia intendere la volontà di non concedere spazi di contestazione, neanche i più esigui. Jamal Khashoggi, cittadino saudita che criticava il sovrano e le sue scelte scrivendo sulla stampa americana, in tale ottica tribale è stato probabilmente considerato la più grave delle offese all’autorità del re Salman: osava contestare il potere assoluto della famiglia reale a viso aperto, irridendolo sul quotidiano che si confeziona a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla Casa Bianca. 

La fine orrenda che ha fatto dentro le pareti del consolato saudita di Istanbul ci ricorda quanto il Medio Oriente non sia un luogo per anime belle: chi detiene il potere nel deserto, dalla notte dei tempi, lo esercita nella maniera più brutale e sanguinaria perché ciò proietta deterrenza sui rivali, consigliandogli di non immaginare neanche di sfidarlo. In Occidente tutto ciò viene letto come debolezza del potere e carenza di diritti mentre nelle sabbie d’Arabia ha a che vedere con la ferocia necessaria per punire la mancanza di rispetto, garantendo la sopravvivenza del capo. È una considerazione da tenere bene a mente quando ci si affaccia a quel mondo tribale, da cui nacquero gli Stati nazionali arabi dopo gli accordi di Sykes-Picot del 1916, che include ma va anche ben oltre l’attuale regno saudita.

E non è tutto perché le scimitarre degli sceicchi sono solo uno degli strumenti di violenza tribale che tengono banco nell’attuale stagione di instabilità internazionale. Il capo dell’Interpol, Meng Hongwei, è scomparso letteralmente nel nulla in settembre durante un viaggio in Cina, suo Paese natale, dove il ministro della Sicurezza Interna ha ammesso di averlo fatto arrestare con l’accusa di «corruzione». L’unica altra notizia che sappiamo da allora è che, dopo l’arresto, ha deciso di dimettersi dall’Interpol. La moglie Grace Meng, ritiene che sia stato ucciso ma nessuno sa come, dove né perché. E la sua salma è introvabile quanto quella di Khashoggi. «Quanto avvenuto a mio marito – ha commentato la moglie – ci dice che oggi nessuno può sentirsi al sicuro in Cina». Gli agenti dell’intelligence russa sono i più spregiudicati in questo tipo di operazioni: avversari del presidente Vladimir Putin sono stati eliminati nelle strade di San Pietroburgo, negli hotel di Washington e in piccole località britanniche. Per non parlare di Salisbury dove il «traditore» Sergei Skirpal e la figlia Yulia sono stati aggrediti – secondo la polizia britannica – con un gas nervino «made in Russia» su mandato del Cremlino. Anche Kim Jong-un, il despota nordcoreano titolare di un aggressivo arsenale nucleare, ha affidato ad un gas nervino nelle mani di due donne-killer l’eliminazione del fratello Kim Jong-nam temendo che potesse minacciarne il regno. Se a ciò aggiungiamo che la Turchia di Recep Tayyip Erdogan minaccia di braccare e catturare in Europa ed Asia i seguaci dell’oppositore Fethullah Gulen, esule in Pennsylvania, non è difficile arrivare alla conclusione che più i regimi sono autocratici ed illiberali più sono protagonisti di un ricorso alla forza contro gli oppositori. Adoperando livelli e metodi di violenza tali da evocare le vendette tribali.

Ci troviamo dunque davanti ad un nuovo fenomeno, probabilmente frutto dell’indebolimento delle relazioni internazionali: despoti, autocrati e monarchi assoluti vedono nella decomposizione dell’architettura multilaterale l’opportunità per consolidare il proprio potere braccando ovunque i loro nemici interni. Senza curarsi troppo di leggi, trattati e convenzioni su cui si basa il concetto stesso di convivenza fra le nazioni.

La Stampa

2 Commenti a La violenza tribale dell’Arabia Saudita – di Maurizio Molinari

  1. Paolo Furbacchione 23 ottobre 2018 at 13:32 #

    Nelle nazioni che funzionano si fa così. Le ha citate perfettamente: RUssia, Cina, Arabia. Nelle altre ci si preoccupa della genitorialità omosessuale e dei diritti LGBTRDSSFG (chi più ne ha più ne metta). Abbiamo i giorni contati, purtroppo.

  2. andrea dolci 23 ottobre 2018 at 18:55 #

    Azzardo una ipotesi: non è che la facilità con cui possono circolare le informazioni e la possibilità per chiunque di raggiungere ampie platee grazie ai social hanno reso i regimi autoritari molto più reattivi e celeri nello stroncare ogni forma di critica o dissenso ?

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