Donne, e Calabria-Piemonte come Trevico-Torino: l’Italia è stata anche questo medio evo – di Giancarlo Santalmassi

di Ludovico Poletti e Chiara  Viglietti per La Stampa.

Cuneo.

Questa è una storia di donne. Sei donne. Una – ormai sessantenne – è in carcere per omicidio: 21 anni, confermati proprio ieri in appello. Una che si sta rovinando la vita a chiedersi se avrebbe potuto fermare questo destino che ha portato in galera la prima. E quattro sorelle, figlie di colei che per la giustizia umana ha ammazzato il marito: lo avrebbe drogato col sonnifero, soffocato, caricato su una carriola, percorso un sentiero di montagna e gettato il corpo in un noccioleto. Esattamente due anni fa. La più giovane delle quattro «quando ha saputo» ha chiesto giustizia. Non la condanna della madre ma il «disconoscimento della paternità». Non vuole più portare il cognome dell’uomo ammazzato perchè – se è tutto vero ciò che è emerso in questo processo – la vittima e il carnefice, in questa storia sono ruoli ancora tutti da chiarire.

Per provare a capirli bisogna partire da lei, da Assunta Casella, l’assassina. Era una bambina di 14 anni – 46 anni fa – quando conobbe l’uomo che ha ammazzato. Aveva una mamma vedova, molte sorelle e una casa in un paese che si chiama Verbicaro: 2 mila abitanti in provincia di Cosenza. Lui si chiamava Severino Viora, classe 1938, aveva 18 anni in più, era un operaio e un contadino. Veniva da Paroldo, una manciata di case in quella fetta della provincia di Cuneo che già respira l’aria della Liguria. Montagna spopolata. Da dove, negli Anni Sessanta, scappavano in tanti, inseguendo il miraggio della “paga fissa”, della città, della “600” presa a rate. In montagna restavano i vecchi e quegli uomini legati alla terra. Scapoli per necessità, più che per scelta. “Signorini” che in quegli anni, nei retro dei negozi dei barbieri, sfogliavano i cataloghi con le fotografie delle ragazze “da marito” da far arrivare dal Sud. Sposare, portare in famiglia, e provare a mettere su un’esistenza normale. Ci sono decine di libri che raccontano queste storie. Carlin Petrini, il fondatore di Slow food, alla presentazione di uno questi («Ti ho vista che ridevi» di Lou Palanca), disse: «L’esodo verso la città rubò la vita di interi paesi. Le donne del Sud contribuirono a salvarci. Per sposarsi i giovani uomini di Langa cercavano in Calabria con l’aiuto dei bacialè, che combinavano matrimoni». 

Ecco, Severino Viora è uno di loro. E a Vibercaro era sceso per conoscere la mamma di Assunta. Ma lei, forse, non aveva il sorriso che lui si aspettava o che aveva immaginato. Non era donna da portare a mille e 100 chilometri di distanza e sposare. E allora scelse Assunta. Aveva 14 solo anni e la natura non era stata benevola con lei. È piccina, non arrivava al metro e 50, ragiona da bambina. Per portarla via mette mano al portafoglio. La cifra era una mezza fortuna per quegli anni. Dieci mesi di paga nell’acciaieria dove lavorava: 500 mila lire. Ma lei era giovane, un buon investimento. 

Chi racconta queste cose – inconsapevole di raccontarle – è una coetanea di Assunta, un’altra ex bambina. Le sue parole finiscono nelle intercettazioni che vengono disposte per far luce sull’omicidio di Severino Viola. «Sai, abbiamo la stessa età. Quando lui andava a lavorare in fabbrica o al noccioleto stavamo insieme. Lei aveva paura di lui: ma sai non capivamo bene, eravamo ancora bambine». Ecco, questa donna conosce tutta la storia di Assunta. I dialoghi ricostruiscono i primi anni della “calabrotta” (come allora chiamavano le ragazze arrivate dal sud) a Paroldo. C’è la scena del matrimonio: «Era uscita di casa vestita di bianco con i fiori in mano. Io pensavo andasse a fare la cresima. Si sono sposati senza che capisse cosa stava capitando». Le botte: «Era proprio all’inizio. Lui un giorno chiamò la mamma e le disse o la fai cambiare tu. Oppure o vieni su te la prendi e te la porti via». Eppoi ci sono le quattro figlie e molto altro: 40 e rotti anni raccontati da chi vedeva e non poteva fare nulla.

Come sia maturato – due anni fa – quell’omicidio non si sa. L’avvocato di Assunta, Marina Bisconti, non è convinta ancora oggi che lei sia colpevole: «È alta un metro e 43: non può aver fatto tutto ciò di cui la accusano, è cardiopatica e malata». In Appello non le hanno creduto. Le sue parole quando racconta che lui «la prestava» ad altri uomini, che la picchiava, non sono – ovviamente – una giustificazione per l’omicidio. «Storie di 40 anni fa che non cancellano la gravità del fatto» ha sostenuto il pg d’appello. Assunta è tornata in galera. Ha 60 anni. E questa è la sua seconda condanna. 

2 Commenti a Donne, e Calabria-Piemonte come Trevico-Torino: l’Italia è stata anche questo medio evo – di Giancarlo Santalmassi

  1. Paolo Furbacchione 11 ottobre 2018 at 13:52 #

    Beh, ma chiaro, questo mica è un maschilicidio! No, quando una donna ammazza un uomo ha tonnellate di giustificazioni, quando un uomo ammazza una donna è un porco, un maniaco, un maiale, e chi più ne ha più ne metta……è femminicidio, non scherziamo!!!!

  2. claudio.oriente 11 ottobre 2018 at 15:08 #

    È una storia di violenze, maltrattamenti e sfruttamento continuo che nasce dai bassifondi sociali che il nostro sistema politico-sociale non sa e non vuole affrontare.

    Distinti saluti.

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