Cinquantacinque anni fa il Vajont: una tangentopoli anticipata – di Giancarlo Santalmassi

Perché la definisco una Tangentopoli ante litteram.

La diga era imponente. I costruttori in un documentario sulla sua costruzione dissero: “Un’opera che ci fa dire con orgoglio ‘io c’ero ‘“. In effetti la diga era perfetta, tant’è che resistette integra, solo che fu costruita nel posto sbagliato. Se avesse ceduto, praticamente avrebbe cancellato Venezia. I morti furono più di duemila (2018, per chi ama l’esattezza).

Perché la definisco una tangentopoli ante litteram? 

Provate a riandare con la memoria. 

Il 1963 fu l’anno della nazionalizzazione dell’energia elettrica. La diga del Vajont era di proprietà della Sade (Società Adriatica di Elettricità). Si doveva stabilirne il valore, perché lo stato la pagasse ai privati il giusto prezzo.

Come si stabilisce il valore di una centrale idroelettrica? In base alla potenza di  caduta dell’acqua nelle turbine generatrici a valle. E questa potenza si misura in base all’altezza raggiunta dall’acqua nel bacino. Più alta è e con più forza fa girare giù, in basso, le turbine.

Allora cominciò il gioco: ogni volta che un funzionario arrivava per controllare, si faceva salire il livello dell’acqua per avere più indennizzo. Salvo, una volta andato via il controllore, farlo riscendere, perché i fianchi della montagna ‘brontolavano’, cioe tremavano. C’era in profondità uno strato di argilla, che essendo impermeabile, poteva far slittare il fianco della montagna.

Ed erano in molti (pastori, abitanti, contadini) a segnalare questi brontolii, queste vibrazioni. Ma non erano creduti. 

Non mancava, come sempre, che ricorrere ai giornali. 

E una giornalista che credeva c’era si chiamava Tina Merlin, ma era de L’Unità cioè dell’opposizione. Lei credeva a quello che raccontava la gente, i testimoni, a chi abitava lì. Era andata a vedere piu volte, a verificare, facendo il suo mestiere. “Ma quelli che comandavano avevano paura dei miei articoli” raccontò in una intervista che il governo fece di tutto perché non andasse in onda. Tina Merlin fu persino processata per disturbo della pubblica quiete.

Quella sera la valle bellunese del Piave aveva tutti gli abitanti in casa, perché c’era una partita della nazionale di calcio. Il che forse aumentò il numero delle vittime. Dico forse. 

A un certo punto sentirono addosso un improvviso alito gelido, e un’ondata improvvisamente spazzò via le loro vite. 

Alle 22,39 di quel 9 ottobre 270 milioni di metri cubi di roccia essttamente piu del doppio dell’acqua comtenuta nell’invaso, si staccarono dal monte Toc, e alla velocità di 108 chilometri orari scivolarono nel bacino che conteneva in quel momento 115 milioni di metri cubi.

Solo una piccola parte d’acqua ridicendendo dalla parete del monte fece una risacca e scavalco il culmine della diga. Ma fu devastante.

Vennero distrutti Frasegn, Le Spesse, Il Cristo, Pineda, Ceva, Prada, Marzano, San Martino e la parte bassa di Erto. Nella valle del Piave rasi al suolo Longarone, Pirago, Faè Villanova, Rivalta, e danneggiati Castellavazzo, Codissago, Fortogna, Dogna e Provagna. Nella birgata di Caroera il Piave ingrossato dall’onda allagò il paese e raggiunse il presbiterio della chiesa.

Appena avuto sentore della catastrofe due giornalisti della Rai, Bruno Ambrosi da Milano ed io da Roma partimmo. Lui arrivò la notte stessa, io arrivai naturalmente la mattina. 

Ciò che vidi mi agghiacciò: di interi paesi non c’era più niente: ricordo una scala sospesa nel vuoto che veniva dal nulla e andava verso il niente con un uomo che guardava inebetito il ‘panorama’ fermo sul terzultimo gradino. 

Nel Piave, tornato calmo e sconvolto però da lingue di sabbia che prima non c’erano, alcune persone con i piedi in acqua frugavano per cercare di recuperare le loro cose, la loro identità. 

Naturalmente il presidente della Repubblica Giovanni Leone si recò sul posto. “Sarà fatta giustizia”. Solo che era un governo balneare. E quando si celebrò il processo (all’Aquila, mica a Belluno: per legittima suspicione, perche secondo le autorità a Belluno non c’era la serenità per celebrare il processo con la dovuta atmosfera tranquilla) l’avvocato Leone rappresentava gli interessi (indovinate?) dellEnel Sade!

Come per la strage di Piazza Fontana, spostata a Catanzaro!

Seguii quel processo e alla fine della sentenza, una donna vestita di nero, sempre presente a tutte le udienze, che io aiutavo ogni mattina a scendere dal pullman, di fronte alla mitezza della sentenza gridò “Vergogna!”. La corte uscì insilenzio e frettolosa.

Nel 1968/69 i superstiti vennero contattati dagli avvocati orr i risarcimenti. “A voi non spetta niente dal momento che non ci sono responsabilità. Accettate quello che offriamo”. Erano davvero davvero quattro soldi: un milione e mezzo per i genitori morti se il figlio era minorenne, altrimenti un milione; ottocentomila per i fratelli conviventi; sei entomila per i non conviventi in base a un cavillo escogitato dall’avvocato Leone nulla era dovuto per nipoti, nonni, zii scomparsi, anche se conviventi. Ci fu chi oer sette parenti, la casa rasa al suolo otenne sei milioni di allora, equivalente a 50mila euro di oggi. Quasi tutti i superstiti accettarono. Gli avvocati ottennero per ogni transazione conclusa un compenso di cinque milioni spesso molto di più di quanto venne dato ai parenti delle vittime. Oggi fareste bene a fare una visita a Longarone. Vedeste di fronte la diga, e davanti la strozzatura di due fianchi della montagna proprio come un fucile a canne  mozze puntato sul paese. Visitate in alto il bacino: la terra della frana c’è ancora e lacqua nel bacino è divisa in due laghi. Qualcuno ha proposto di usare il lago tra la frana e la diga. Immaginate da soli la risposta che ha avuto.

Ps: ho citato il processo per piazza Fontana. Seguii tutto il processo del Vajont all’Aquila. Un venerdì, tornando in auto a Roma facendo la statale Salaria (l’autostrada ancora non c’era), sentii per  radio la notizia dell’attentato di piazza Fontana a Milano.

Un’altra pagina diversa ma altrettanto oscura d’Italia.

4 Commenti a Cinquantacinque anni fa il Vajont: una tangentopoli anticipata – di Giancarlo Santalmassi

  1. Paolo Furbacchione 10 ottobre 2018 at 23:44 #

    Non capisco, ho visitato più volte la diga e davanti ad essa non vi alcun lago, ma solo detriti. Seconda cosa, l’altezza dell’acqua era funzionale non a “far girare con più forza le turbine”, ma ad aumentare la portata del lago, ovvero ad immagazzinare più acqua. Per il resto, non riesco neanche ad immaginare cosa possa aver provato lei quella mattina…grazie per la sua testimonianza.

  2. claudio.oriente 11 ottobre 2018 at 15:33 #

    Una delle tante storie allucinanti della nostra Italia.

    Distinti saluti.

  3. Antonio Rondon 12 ottobre 2018 at 09:34 #

    Buon giorno Santalmassi,
    Io l’aspetto sempre alla diga , c’è una piccola osteria che hanno aperto da poco , proprio sopra l’impianto. Mi piacerebbe parlare di ciò che è accaduto e di come quella tragedia immane , non abbia insegnato nulla !!, Genova docet. Per me la diga è quasi un seconda casa, ho portato pure mio figlio di 8 anni, per cercare di spiegargli il motivo di una cosa del genere. Mi permetto di fare un appello, a coloro che qui, esprimono la loro opinione. Non soffermiamoci sui numeri , i milioni di metri cubi di roccia o di acqua, se ci sono uno o due laghi, ma dal 2013 hanno esposto delle bandierine tibetane, una per ogni bambino morto, da 0 a 15 anni, sono in totale 487. Questi sono i numeri pesanti e le quasi 2000 vittime totali. Vorrei che chi deve prendere una decisione su come edificare una struttura pubblica, perchè di questo si tratta , prima valuti i numeri delle vittime, avute perchè gli interessi economici e privati, hanno prevalso . Vorrei vivere in un paese in cui questa tragedia insegnasse cosa non si deve fare, quando c’è un’ opera pubblica in ballo.
    Con la tristezza nel cuore, in attesa,
    Saluti , Antonio Rondon.

  4. Santalmassi 12 ottobre 2018 at 17:08 #

    Bellissima, caro Rondon l’idea di 487 bandierine tibetane, da piantare una oer ogni bambino morto…..
    Grazie di cuore Antonio.
    Giancarlo

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