Seguire i soldi o meglio: inseguire i soldi – di Fabrizio Garimberti

È rimasta famosa la battuta con cui Willie Sutton, un rapinatore seriale di banche degli anni Trenta, rispose a un giudice che gli chiese, all’ennesimo comparsa in tribunale, perché continuava a rapinare le banche: “Vostro onore, è perché lì ci sono i soldi”.
Forse la stessa risposta potrebbe essere data dalle tante processioni dei nostri governanti in Cina (l’ultima è quella di Di Maio, ma anche di Renzi, e prima ancora di Tria…). Un tempo, ad ogni cambiamento di governo o anche prima delle elezioni, i politici dovevano assicurarsi di essere graditi all’America, con discreti colloqui con l’ambasciatore Usa o con visite negli States. Oggi, la Cina è diventata una tappa obbligata di questi ‘giri delle sette chiese’, non tanto per rarefatte ragioni geopolitiche, ma perché, come avrebbe detto il buon Willie, “lì ci sono i soldi”.
Certamente, le ragioni sono solide. La Cina, che già ha cominciato da qualche anno a spostare le spinte alla crescita verso la domanda interna (e ancor più dovrà farlo, visti i dazi di Trump…), è un mercato immenso per i nostri prodotti, e le opportunità di collaborazione sono anch’esse grandi. Ma l’illusione che la collaborazione si spinga sino a comperare i nostri titoli di Stato, quando dovessero essere colpiti dalle sempre più probabili bizze dello spread, è un pericoloso wishful thinking.
La Cina guarda al proprio interesse, e noi non abbiamo niente da offrire in cambio di acquisti cinesi di titoli nel mirino dei mercati…

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