Un Weinstein non fa un Papa – di Giancarlo Santalmassi

Di Giuliano Ferrara

Qualcosa non torna. Era dalla metà degli anni Ottanta che si sapeva delle abitudini di Theodore McCarrick, prete vescovo e cardinale, uomo di influenza e di diplomazia, leader pastorale tra i più eminenti per quattro Papi, da Paolo VI a Francesco passando per san Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Tutto quello che ha “rivelato” il vescovo Viganò, salvo alcuni particolari devastanti riguardanti l’attuale Pontefice, era stato scritto e testimoniato in accordi di risarcimento secretati, in denunce ripetute e insistenti di padre Ramsey e di altri, e a quanto pare con Ratzinger si era già arrivati a una riduzione dell’ex cardinale, creato da un santo nel 2000, allo stato di penitente secretata per evitare lo scandalo, ma senza conseguenze, anche nel regno del suo successore. Nell’affaire sono coinvolti per omissione e compromissione quasi tutti, segretari di stato, vescovi e semplici prelati, perfino quel magnifico cappuccino di Boston, Sean O’Malley, che è a capo della commissione speciale contro gli abusi clericali sui giovani, e che ricordo di aver visto incedere maestosamente accanto al cardinale Pell, oggi sotto processo in Australia per le stesse ragioni, su un marciapiede di via della Conciliazione, in Roma, dopo un convegno ecclesiale. E’ Francesco, naturalmente, il bersaglio più illustre dell’ultima denuncia che si chiude nel mutismo sanzionando con il carisma del silenzio e del disprezzo, nel consenso presunto della stampa internazionale, un fallimento reso evidente anche dal viaggio malinconico nell’Irlanda perduta.
Ma che cosa ha fatto il già cardinale che ha incontrato Castro nel 1988, che ha mediato per i continenti le geopolitiche dei papati, che invitava i suoi giovani amici a veder con lui gli Yankees allo stadio, facendoli sedere accanto a Kissinger, che fu ordinato dal celebre cardinale Spellman, eroe della Guerra fredda, e ha amministrato diocesi come Newark, New York, Washington? A prima vista non sembra un caso analogo a quello di Marcial Maciel Degollado, fondatore dei Legionari di Cristo, reo di brutalizzazioni, padre di parecchi figli naturali, ammucchiate sessuali e violenze che gli sono valse la destituzione da parte di Papa Benedetto e la damnatio memoriae. McCarrick adulava e amava ragazzi adulti, seminaristi, li corteggiava, gli grattava la schiena dopo le preghiere, e se la faceva grattare, talvolta intrecciava le gambe con le loro, avendoli invitati a condividere il suo letto e la sua solitudine di uomo, ed è per lo meno dubbio che abbia fatto molto più di questo, a parte le fervorose opere religiose e politiche che gli sono valse una formidabile carriera, sebbene la caduta di un principe della chiesa che aveva qualcosa da nascondere (chi non ha qualcosa da nascondere?) comporti un affollamento di prede presunte alla ricerca di risarcimenti anche molti anni dopo i fatti, e scandalo intorno alla sua figura di uomo di Dio presunto. Qui si ricorda che un uomo di Dio e del mondo, sofferto, magnifico, molto intelligente e sensibile come Gianni Baget Bozzo, in un empito di sincerità confessò tanti anni fa a Mattia Feltri di avere pulsioni omoerotiche, intervistato per un anticipo di discussione civile sulla gay culture contenuto in un nostro supplemento editoriale. E si ricorda che atteggiamenti socratici o veri e propri fidanzamenti claustrali hanno punteggiato la storia della chiesa e dei suoi santi dalla notte dei tempi, e dal fulgido medioevo di sant’Anselmo, fino al più recente genio e talento dell’omiletica, il grande storico del dogma e grande prete e filosofo e teologo della coscienza libera, il convertito cardinale Newman.

Ma chi siamo noi per giudicare? La frase fece irruzione nella chiesa con l’elezione al soglio di un gesuita argentino che voleva aprirla al mondo e ai nuovi e vecchi costumi, divenuti a partire dagli anni Sessanta cultura diffusa, dalla liberazione gay al matrimonio omosessuale nelle già cattolicissime e cattivissime Spagna e Irlanda, oltre che negli Stati Uniti e in tutti i paesi civilizzati dell’occidente, dove il nesso tra sesso, piacere, famiglia, procreazione, era stato rescisso dalla teoria dell’amore che conquista tutto e abolisce ogni vincolo moraleggiante in nome di sé stesso. E’ anche vero che, in sequenza, Francesco castigò curiosamente la lobby gay nella curia e nel clero, e di recente ha tirato in ballo la psichiatria infantile per ovviare a pulsioni precoci verso lo stesso sesso, ma fa davvero ridere la teoria dei francescani oltranzisti, preoccupati anche loro della conservazione e espansione del potere ecclesiale, come tutti dovunque, quando attribuiscono la denuncia di Viganò a un complotto della chiesa tradizionalista e omofoba. Via, evitate di trascinare nella burla affari assai seri. Siate responsabili.
Che il sesso fosse un punctum dolens della chiesa, oltre che del mondo secolarizzato, era chiarissimo da decenni, e Paolo VI con l’Humanae vitae, scritta e inviata ai vescovi contro il parere di maggioranza dell’alto clero consulente e suo confidente, aveva nella sostanza denunciato come un pericolo il pansessualismo modernista e postmodernista in cui allegramente oggi viviamo, magari senza fare più i figli necessari alla riproduzione di esausti popoli civili (detta-
glio non dei minori). Il fatto è che la chiesa è umana, e non ha mai presunto altrimenti di sé stessa, e gli umani che la abitano sono sottoposti alle tentazioni come tutti, solo che il grado dell’inibizione, unico antidoto alla tentazione, è in loro o dovrebbe essere più elevato, una missione sacrale, e ruota anche intorno a concetti desueti come la castità e il celibato. Ma dovrebbe essere più elevata anche la loro capacità di misericordia e di perdono, concetti alla moda, il loro discernimento dei significati del peccato, e non dovrebbero chiudere la predicazione del vangelo, senza caritas, nell’angustia moralizzatrice di un universo impazzito in cui si vara il matrimonio gay e il primo ministro irlandese, open gay, fa la morale al Papa sui guasti dell’omosessualità conventuale. I minori sono un limite invalicabile, d’accordo,
ma per il già cardinal McCarrick si parla di carezze a un chierichetto cinquant’anni fa, un po’ poco per un processo canonico. E la proposta di estendere la mannaia del #MeToo ecclesiastico agli adulti consenzienti, corteggiati e a loro modo amati dai prelati, liberi come erano libere le donne di Harvey Weinstein di mandare chiunque a quel paese, risulta francamente grottesca. La chiesa dovrebbe parlare d’altro, e gli ultimi Papi che hanno provato a parlar d’altro, cioè di Cristo e del cristianesimo come soluzione per i problemi personali e collettivi anche della società secolarizzata, Paolo VI a parte, che era un maestro anche lui, sono stati gli immediati predecessori del Papa argentino che non voleva giudicare e dannatamente sarà giudicato.

2 Commenti a Un Weinstein non fa un Papa – di Giancarlo Santalmassi

  1. Laura F. 31 agosto 2018 at 21:20 #

    Sorprende che proprio i conservatori – sostenitori della infallibilità del Papa in questioni afferenti al suo magistero – sollevino pruriginose accuse sulla fallibilità del papa.
    Da laica, ho l’impressione che ormai il populismo demagogico sia estremamentte utile anche ad alcune lobbies del Vaticano come arma estrema contro l’umanizzazione della Chiesa proposta da Francesco.

  2. andrea dolci 1 settembre 2018 at 10:30 #

    Io credo che cinsi trovi davanti unicamente ad una cruenta lotta di potere. Ci sarebbe voluto un papa della forza e della preparazionone di un Marchionne per rimettere ordine nel verminaio lasciato da Woytila e contro cui Ratzinger alzò bandiera bianca.
    Franceso si è illuso che spostando qualche prelato e lanciando messaggi di misericordia tutto si sarebbe risolto. Forse avrebbe dovuto frequentare qualche corso di management o prendersi un consulente di peso per capire che quando entri in un’azienda con grossi problemi di pulizia e onestà, la prima cosa che deve fare un capo è azzerare i primi due livelli di management e sostituirli con gente nuova che viene da fuori. Mi sembra invece che Francesco abbia peccato di ingenuità e l’istinto mi dice che se non cambia strategia, purtroppo alla fine uscirà sconfitto.

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