Siamo il Paese con più distanza tra percezione e realtà dei fenomeni – di Nando Pagnoncelli

Nel marzo 2017 la copertina di Internazionale era intitolato “la fine dei fatti”, a significare la crescente sfiducia nelle statistiche pubbliche le quali, nate come strumento di democrazia per condividere dati e cifre, negli ultimi tempi tendono ad essere considerate dall’opinione pubblica vere e proprie armi delle élites che manipolano la realtà per tenere a distanza il popolo. In Italia il fenomeno assume un’enfasi ancora maggiore a fronte di tre altre questioni:

1. Le tradizionali scarse competenze degli italiani riguardo a concetti molto presenti nel dibattito pubblico, basti pensare che solo il 29% dà una definizione corretta di “sofferenze bancarie”, mentre il 58% ne ignora il significato, per non parlare dello “spread”, menzionato correttamente dal 27% e sconosciuto per il 54% o del “quantitative easing” (10% e 82%). Non va dimenticato che la scolarità in Italia si attesta su livelli bassi: il 34% degli elettori ha raggiunto al massimo la licenza media e il 23% ha la licenza elementare o nessun titolo.

2. Il predominio delle percezioni sulla realtà, che determina una forte dilatazione della portata di alcuni temi, soprattutto quelli che generano allarmi sociali, dai dati sui migranti a quelli della disoccupazione, dall’invecchiamento alla sicurezza. Una ricerca Ipsos del 2014 collocava l’Italia al primo posto tra 14 Paesi nella graduatoria della distanza tra percezione e realtà dei fenomeni misurati.

3. Da ultimo la dialettica e la retorica politica. Negli ultimi anni, abbiamo spesso assistito nei confronti politici a una sistematica contrapposizioni di dati, in uno stucchevole gioco delle parti, che si parli di pressione fiscale o debito pubblico, di effetti del Jobs act o degli sbarchi dei migranti. Confronti ovviamente corredati da reprimende e “j’accuse” di varia natura sulle cause, le responsabilità e le conseguenze dei fenomeni.

Ma c’è un elemento (relativamente) nuovo nel dibattito attuale: il crescente discredito delle “terze parti”. Il caso più eclatante è la polemica che ha investito il presidente dell’Inps Boeri che negli ultimi mesi ha fornito stime sui costi della revisione della legge Fornero o del reddito di cittadinanza; per finire con la stima della possibile perdita di posti con le norme del “decreto dignità”. Queste stime sono state considerate un atto di ostilità verso il governo e come tali liquidate con l’accusa di partigianeria e l’invito a Boeri a dimettersi dall’Inps e a candidarsi.

La replica di Boeri (“I numeri non si fanno intimidire”) non è stata molto convincente, dato che quasi un italiano su due pensa che i numeri Inps siano contestabili, forse influenzati da opinioni politiche. Il fenomeno riguarda (o potrebbe riguardare) Eurostat, Istat, agenzie di rating, centri studi, ecc. oltre ai famigerati sondaggisti, prezzolati per definizione, ça va sans dire. Il tema infatti non è l’affidabilità del dato (tutte le stime possono essere perfettibili), ma il sospetto (quando non l’accusa) che i dati siano manipolati per fini politici. Dunque non ci sono certezze condivise, perché ognuno è titolare di una realtà su misura ed è indisponibile a confrontarsi, per incapacità o tornaconto. Chi cavalca questo fenomeno per un effimero consenso rischia di provocare danni sociali irreparabili.

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3 Commenti a Siamo il Paese con più distanza tra percezione e realtà dei fenomeni – di Nando Pagnoncelli

  1. Paolo Furbacchione 3 agosto 2018 at 23:23 #

    Insisto: la colpa è degli elettori, che non si capisce come mai non abbiano votato di nuovo PD, dato il paradiso nel quale vivono. Paradiso che, chiaramente, è stato confezionato e consegnato loro dalla sinistra. Niente da fare, sono proprio beoti questi elettori.

  2. andrea dolci 4 agosto 2018 at 05:18 #

    Non credo che il fenomeno sia nuovo. Basta mischiare il “così è se vi pare” e oltre il 30% di analfabetismo funzionale e il gioco è fatto.
    Credo che il vero salto di qualità stia nella classe politica che nella prime due Repubbliche usava la menzogna al massimo per indorare le pilllole o pavoneggiarsi davanti agli elettori cercando il loro consenso, ora invece con Salvini e i 5S siamo davanti a veri e propri nativi mentitori in cui l’uso sistematico delle balle è elevato a metodo di Governo.
    Purtroppo paghiamo anche lo scotto di una informazione che negli anni ha saputo costruire la stessa credibilità di Pinocchio nel paese dei balocchi.
    Il brutto è che Salvini e Di Maio hanno una idea della libertà di informazione degna di Putin o Erdogan.

    • Paolo Furbacchione 4 agosto 2018 at 08:29 #

      GIà, invece berlusconi non ” usava la menzogna al massimo per indorare le pilllole o pavoneggiarsi davanti agli elettori cercando il loro consenso”, e quando fece il famoso editto bulgaro dimostrò non già di avere “una idea della libertà di informazione degna di Putin o Erdogan.”, ma di essere un autentico sostenitore del pluralismo televisivo.

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