Lo spread rialza la testa, e il motivo c’è – di Giancarlo Santalmassi

I rischi sulla politica economica del governo – non solo il decreto dignità – stanno mettendo in allarme i mercati internazionali e i risparmiatori. Emerge un visione statalista e anti impresa oltre a una legislazione confusa e velleitaria. I dubbi su una manovra sotterranea di uscita dall’euro e di una gigantesca tosatura del risparmio nazionale

Attribuire interamente l’impennata dello spread (venerdì mattina ha superato quota 270 portando il rendimento dei nostri Btp decennali ben oltre il 3%), o la discesa delle azioni, all’approvazione del così detto “decreto dignità” non sarebbe corretto. Ci sono cause internazionali come la guerra commerciale tra USA e Cina, o l’aumento dei tassi della banca d’Inghilterra, e tuttavia si può ben dire che le incertezze che gravano sulla politica economica del governo stanno mettendo in allarme i mercati internazionali ed i risparmiatori italiani, spingendoli ad abbandonare i nostri titoli per cercare rifugi più sicuri, imprimendo al mercato delle oscillazioni molto violente. In questo modo rischiamo di dover pagare in interessi sul debito una somma aggiuntiva che il prossimo anno potrebbe superare i 6-8 miliardi sottraendo così denaro prezioso alla possibilità di potenziare gli investimenti come vorrebbe il ministro Tria, ed anche alle politiche sociali promesse dai dioscuri Salvini-Di Maio.

Il decreto dignità viene interpretato dagli operatori come un sintomo della cultura che muove le azioni di questo governo: una cultura statalista, anti mercato, e anti impresa. Il decreto vorrebbe combattere la precarietà mettendo nuovi vincoli ai contratti a termine con il risultato di spingere le imprese verso contratti ancora più precari se non verso il sommerso. Gli incentivi per i contratti a tempo indeterminato sono contraddetti dall’aumento delle indennità di licenziamento che di fatto scoraggeranno gli imprenditori a fare simili assunzioni sia per il costo che per timore di un aumento del contenzioso legale. Ancora più confuse sono le norme anti delocalizzazione che risultano di difficile applicazione e comunque scoraggeranno gli investimenti prima ancora di impedire le fughe all’estero dei nostri impianti. Nel complesso l’incertezza aumenta e gli imprenditori che già devono dedicare tutte le loro energie a prevedere gli andamenti di mercato (esercizio ad alto rischio), non possono tollerare ulteriori incognite derivate da una legislazione confusa e velleitaria.

Sulle indicazioni generali della politica di bilancio che si intende seguire in autunno la confusione è massima: Salvini e Di Maio fanno a gara nel rilasciare dichiarazioni di pronta applicazione delle misure promesse in campagna elettorale dal reddito di cittadinanza alla flat tax fino all’ abolizione della Fornero, entrando in contrasto con il ministro responsabile dell’Economia, Giovanni Tria, il quale si sforza di rassicurare i mercati sul fatto che si cercherà una strada per avviare le riforme promesse senza intaccare troppo il percorso di riduzione del deficit e del debito già concordato io sede europea.

Ma i cantori di un aumento della spesa corrente, quale sarebbe quella determinata dalle misure promesse in campagna elettorale dai partiti di governo, come il giornalista Mario Giordano, essendo dei puri orecchianti di economia, non capiscono che una spinta alla domanda interna non determinerebbe automaticamente un aumento della nostra produzione e del nostro Pil. Questo infatti dipenderebbe dalla competitività dei nostri prodotti dato che i cittadini potrebbero spendere i soldi che verrebbero dati loro in più anche per acquistare prodotti fabbricati all’estero (dalle auto tedesche, alle magliette cinesi) determinando quindi un aumento del Pil in quei paesi. Quello che conta quindi è la competitività delle nostre produzioni e questa dipende dalle vere riforme della Pa e della Giustizia, oltre che dagli investimenti e dall’innovazione e ricerca. Oltre che ovviamente dalla necessità di tenere sotto controllo la spesa pubblica per ridurre il più possibile il nostro spread ed i tassi pagati dallo Stato e dai privati. E su tutto questo l’attuale governo è muto e sordo. È questo rischia di ingenerare il dubbio che in realtà si voglia con grande spregiudicatezza provocare una crisi del debito, e poi uscire dall’Euro, a meno che gli altri paesi non accettino di finanziare tutte le nostre spese in deficit. Cosa questa estremamente improbabile. Come diceva Andreotti a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca!

Il rischio in definitiva è che si prepari una gigantesca tosatura del risparmio nazionale, e quindi non c’è da meravigliarsi né si può gridare al complotto se i poveri risparmiatori cercano di mettere al sicuro i propri sudati risparmi.

 

Ernesto Auci – Firstonline.info

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2 Commenti a Lo spread rialza la testa, e il motivo c’è – di Giancarlo Santalmassi

  1. andrea dolci 4 agosto 2018 at 18:15 #

    Magari mi sbaglio ma io vedo un partito che rincorre ideologie antiproduttivistiche i perfetta coerenza con l’idea della decrescita felice e un altro che invece continua ad avere in testa l’idea di far saltare l’Euro.
    Capiremo qualcosa a settembre con DEF e se Tria mangerà il panettone.
    Di certo le vicende Alitalia, ILVA, TAV e TAP indicano da un lato la totale incapacità ad assumere decisioni e dall’altro uno scollamento dalla realtà che non fa ben sperare per il futuro.

  2. Paolo Furbacchione 4 agosto 2018 at 22:39 #

    Lunedì 30 Settembre 2013. Il governo Italiano, fatto da persone capaci e non da pericolosi avventurieri, guidato da un competente Enrico Letta, in carica dal 28 Aprile di quell’anno, si trova ad affrontare la crisi dello spread, che quel giorno tocca i 258 punti. Ah, dimenticavo, Enrico Letta non era nè un 5 stelle nè un leghista. Buon pomeriggio.

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