L’America è morta – la diagnosi alla Gore Vidal di un altro intellettuale Usa: Andrew Sullivan – di Giancarlo Santalmassi

L’intervista di Mattia Ferraresi per il Foglio

 

Trump ha dato il colpo di grazia a un paese che ha preparato il terreno all’autoritarismo coltivando utopie progressiste. Andrew Sullivan a briglia sciolta sugli orrori dei populisti di destra e gli errori dei democratici di sinistra. Con una postilla sulla chiesa, che può dire qualcosa di originale.

Seduto in veranda, Andrew Sullivan gira la telecamera dell’iPhone per mostrare il posto “terribile” in cui va ogni estate a “far finta di lavorare”. Le onde dell’oceano, depotenziate dalla diga naturale di Cape Cod, si frangono gentili sulla spiaggia assolata di Provincetown, mentre il vento gagliardo entra nel microfono, facendolo gracchiare. Da qualche parte sotto la sua casa estiva, nel 1620 ha attraccato la Mayflower, e qualche settimana più tardi i Padri pellegrini si sono spostati poco più a sud per fondare il primo insediamento, Plymouth, chiamato come la città dell’Inghilterra da cui erano partiti. Oggi Provincetown è famosa per essere l’epicentro della gay culture, l’avamposto ultraprogressista del progressista Massachusetts, e in città i primi hanno inseguito i fantasmi del politicamente corretto e della identity politics, i secondi hanno trovato in Trump un eroe goffo e autoritario a misura di forgotten man. Com’è inevitabile, la conversazione parte dal presidente.

Siamo intrappolati nell’analisi, costretti a guardare un circo che continuamente cambia e ci distrae. Possibile trovare una sintesi?

“Credo di averla trovata. Ne ho scritto nove mesi prima dell’elezione di Trump, in un saggio che diceva che la democrazia americana non è mai stata così matura per la tirannia. Per spiegarlo ho usato argomenti antichi che hanno ancora molto da dire, quelli usati da Platone e Aristotele per descrivere la decadenza di una democrazia

negozi di articoli in pelle e lattice attirano più visitatori del monumento che celebra l’epopea puritana. Se soltanto i coloni avessero previsto tutto questo libertinaggio sulle loro rive. Sullivan indossa una maglietta con il simbolo della California e la bandiera arcobaleno, che a questo punto non è una rivendicazione orgo- gliosa ma uno stato di fatto. Questo strano intellettuale metteva online annunci in cerca di sesso non protetto con altri uomini, preferibilmente sieropositivi come lui, ha festeggiato la conquista della green card quando gli Stati Uniti hanno tolto il divieto di immigrazione per chi risultava sieropositivo al test dell’Hiv 

Si è sposato con un uomo prima della della Obergfell v. Hodges, ha iniziato a fumare marijuana quotidianamente nel 2001, è un avvocato delle sostanze allucinogene e ha scrollato le spalle quando gli hanno fatto notare che forse non era nella posizione migliore per puntare il dito contro Bill Clinton per i suoi “comportamenti incauti” nello Studio Ovale. Cattolico praticante britannico, di fami- glia irlandese, è la dimostrazione, per formula inversa, che è vero ciò che il teologo Stanley Hauerwas dice degli atei americani: sono noiosi perché il dio di cui parlano non è abbastanza interessante per essere negato. A conti fatti, significa che il dio americano non è nemmeno abbastanza interessante per essere creduto. E’ stato un pioniere del blog con il suo Daily Dish e poi è stato un pioniere dell’abbandono del blog quando, al grido di “sono un essere umano prima che uno scrittore”, ha lasciato nel 2015 la sua creatura digitale che nel frattempo aveva collezionato 30 mila abbonati a pagamento. Era triste, estenuato, disabituato ad assorbire e articolare pensieri più complicati di un tweet o di un breve post; ora che legge libri difficili, ha tempo di meditarli e scrive con tutta calma lunghi saggi ragionati il per il New York Magazine è tornato di buonumore. Perciò fa impressione, sullo sfondo sciabordante del mare di Provincetown in una gloriosa giornata di luglio, sentirlo pronunciare con voce allegra e grave insieme una frase lapidaria: “La repubblica americana non sta morendo: è già morta”. 

Donald Trump ha drogato il linguaggio pubblico con il ricorso costante all’iperbole e al parossismo, ma per Sullivan la morte dell’America non è un modo di dire: la democrazia americana, con il suo tratto accogliente, messianico, multiculturale, individualista, religioso, con la sua libertà onnipresente, la ricerca della felicità garantita per via costituzionale e le certezze solide dei contrappesi istituzionali e della rule of law, è stata “rimpiazzata da una concezione tribale” che è un tradimento della sua origine. Dentro i termini di questa concezione, democratici e repubblicani hanno perso parallelamente la bussola: i primi hanno inseguito i fantasmi del politicamente corretto e della identity politics, i secondi hanno trovato in Trump un eroe goffo e autoritario a misura di forgotten man. 

Com’è inevitabile, la conversazione parte dal presidente.

Siamo intrappolati nell’analisi, costretti a guardare un circo che continuamente cambia e ci distrae. Possibile trovare una sintesi?

“Credo di averla trovata. Ne ho scritto nove mesi prima dell’elezione di Trump, in un saggio che diceva che la democrazia americana non è mai stata così matura per la tirannia. Per spiegarlo ho usato argomenti antichi che hanno ancora molto da dire, quelli usati da Platone e Aristotele per descrivere la decadenza di una democrazia, anzi di una sua versione estrema e degenerata che crede di fondarsi e di tenersi soltanto su se stssa. Platone parlava di deterioramento della democrazia come come esito di un processo in cui l’uomo democratico crede che sia tutto permesso, che ogni valore sia uguale, che ogni sentimento sia ammissibile e di uguale valore. Chiamava ‘bestia multicolore’ l’uomo democratico dominato dagli appetiti, dai piaceri, dalle voglie, dalle pulsioni edonistiche che non hanno una regola e dai desideri che non hanno una gerarchia. In questo sistema, che è soltanto apparentemente evoluto, ogni autorità è vista con sospetto. Questo sospetto determina una decadenza, una specie di fase anarchica in cui i cittadini non credono in niente che non siano le proprie sregolate passioni. 

In Europa ci sono invece identità e tradizioni secolari, e i fallimenti dei vari modelli di integrazione e gli esperimenti sul multiculturalismo sono sotto gli occhi di tutti. Prendere la strada dell’accoglienza indiscriminata è una follia, e ha anche il difetto di rafforzare le forze populiste e xenofobe. La situazione economica non permette di immaginare realisticamente un futuro in grado di sostenere politiche di apertura di fronte a flussi migratori di proporzioni epocali. Il punto non è guardare all’emergenza di un momento, e in questo momento ad esempio nel Mediterraneo i numeri ci dicono che non siamo di fronte a un picco emergenziale, ma alle tendenze di lungo periodo”.

C’è qualche leader in Europa che si salva? 

“I leader democratici europei sono messi talmente male che, a conti fatti, il Labour di Jeremy Corbyn è l’unico che offre un modello per opporsi in modo efficace a nazionalismo e populismo di destra. E a sua volta Theresa May, con i suoi enormi problemi, sembra in grado di navigare in un frangente difficilissimo della storia britannica. Per il resto il panorama è desolante: Merkel è finita, Macron è un disastro e sul Partito democratico italiano direi che possiamo sorvolare”.

Macron addirittura un disastro? 

“Esprime le stesse idee della classe dirigente che con i suoi fallimenti ha aperto la strada a questa fase di auto- ritarismo. La sua proposta consiste nel curare i mali del presente con gli stessi mali che ci hanno portato qui. Detesto l’alternativa dei Trump e dei Salvini, ma il suo europeismo sorridente e vuoto non è parte della soluzione, è parte del problema”.

Anche il movimento #metoo è il prodotto della politica dell’identità imperante? 

“Certo: nella dittatura delle emozioni e delle tribù la distruzione del patriarcato non può che essere in cima all’agenda. La cosa ironica, e assai rivelatrice, è che la battaglia femminista è scoppiata nel momento in cui le donne stanno ottenendo conquiste importanti nella società civile, nella politica, nel business. In occidente non ci sono mai state tante donne in posizioni di governo, a capo di aziende, le donne non sono mai state tanto ricche e istruite, sono or- mai in maggioranza nelle ammissioni nelle grandi università dell’élite americana. Il #metoo però se ne frega di questi enormi cambiamenti incrementali della condizione femminile, perché in realtà vuole affermare altro: cioè che ogni relazione fra un uomo e una donna è intrinsecamente segnata da un abuso. Ogni rapporto è una violenza. Questo ha messo gli uomini sulla difensiva, anzi li ha convinti a trincerarsi nei confini della propria identità assediata. E’ il motivo per cui personaggi come Jordan Peterson, che sfidano con arguzia e buoni argomenti i dogmi dell’uguaglianza sessuale, hanno un grande successo. Non ci si deve stupire se poi l’uomo bianco millennial è la demografia elettorale di riferimento di Trump e dei suoi cugini in tutto l’occidente”.

Sullivan è stato in prima linea, anzi un precursore della battaglia per i diritti degli omosessuali e del matrimonio gay. Qual è la differenza?

 “Difendere i diritti degli omosessuali non significa mettere in discussione il concetto di genere. Sono gay ma non penso che la differenza fra uomo e donna sia una costruzione sociale o un’invenzione dei difensori del potere patriarcale da buttare via, credo sia radicata nella realtà biologica. Non è ironico che in questo periodo in cui un certo pensiero progressista brandisce una concezione neopositivista, facendo un idolo dei dati e delle verità scientifiche contro gli zotici che credono ai complotti, gli ideologi che si credono più all’avanguardia basino la loro concezione del gender sulla negazione di evidenze scientifiche e in nome di una autodeterminazione puramente emotiva?”.

Rimaniamo in tema di delusioni. Si moltiplicano.

Andrew Sullivan durante un intervento a una tv americana

le critiche di ogni tipo agli eccessi della tecnologia e al potere della Silicon Valley. L’egemonia dei colossi tecnologici è sotto accusa da ogni parte, ma molti formulano oggi critiche di tipo esistenziale alla vita digitale. Quando Sullivan ha deciso di uscire dal ritmo ossessivo del blog e dei social ha dato ragioni che oggi sembrano molto diffuse. Tirando le somme, com’è la vita a bassa intensità digitale? 

“Non ripeterò mai abbastanza quanto il mio blog, nato negli anni Novanta, è stato importante per diffondere idee in cui credo e per la mia carriera. Ciò detto, quando ho deciso di lasciare ho scritto che la mia esistenza digitale era diventata una ‘forma di non vita’, una dimensione soffocante che a lungo mi ha impedito di coltivare tutte le cose che danno significato alla vita. Per la foga di sezionare, commentare, condividere e competere era diventato difficile godere delle relazioni, dell’amicizia, di un quadro o di un bel tramonto d’estate. Oggi sta emergendo più chiaramente che i social ci rendono più ostili e cattivi, assecondano il peggio di noi invece di valorizzare il meglio. Sono, in sintesi, gli strumenti perfetti per amplificare l’emotivismo e il tribalismo che sono le passioni dominanti del nostro tempo. Sbaglia chi dice che Trump ha piegato Twitter ai suoi scopi beceri e populisti: Twitter era già piegato in quella direzione”.

Sembra incredibile che ci sia stato un tempo, assai recente, in cui si pensava che i social fossero gli alleati naturali del dibattito democratico e della società aperta. Il padre di tutti gli esempi è la campagna elettorale di Barack Obama nel 2008. 

“Quel- la tecnologica – dice Sullivan – è stata una delle illusioni di quel periodo, e la si può leggere quasi come una parabola delle speranze tradite del pensiero democratico. Obama è una persona splendida, un gentiluomo colto ed equilibrato, un leader serio e aggraziato che probabilmente non ci meritavamo, ma il suo dramma è che è stato messianizzato, è stato trasformato in un idolo prima ancora di fare qualcosa. A conti fatti era anche un presidente freddo, distaccato, e lo dico in senso positivo, cioè c’era in lui il realismo necessario per governare, ma i suoi fan hanno fatto di lui un’icona troppo presto. Insieme a Obama sono stati santificati anche tutti gli strumenti che sembravano gli alleati naturali del cosiddetto lato giusto della storia, espressione terribile di cui ci siamo presto pentiti tutti quanti”.

Qualche tempo fa il giornalista ha messo a confronto due modi di raccontare la condizione contemporanea radicalmente differenti. Uno è quello di Steven Pinker, che con la forza dei numeri e dei dati spiega che la società progredisce costantemente verso un avvenire illuminato; l’altro è quello di Patrick Deneen, che nel suo discusso libro dice invece che la società liberale è nel mezzo di un processo di autodistruzione. Da una parte il profeta dell’ottimismo, dall’altra quello dell’apocalisse. La conclusione è che “entrambi hanno ra- gione, ma Deneen è più profondo”. Cosa significa?

“Gli indici socioeconomici, le statistiche sul benessere, sul crimine, sulla mortalità e così via ci restituiscono un’immagine positiva del mondo di cui, invece, ci lamentiamo. E’ tutto vero: quando uno legge le tesi di Pinker trova ben poco da obiettare. Il problema è che non tutta l’esperienza umana è giudicabile con gli indici socioecono- mici, c’è un livello più profondo che ha a che fare con il significato del vivere. Deneen raggiunge questa profondità esistenziale che invece Pinker, nel suo piatto positivismo, ignora completamente. Siamo nel mezzo di una crisi di significato alla quale il sistema del pensiero liberale non sa dare una risposta adeguata. Pinker non esce dal perimetro della modernità, Deneen sì: questa è la differenza”.

Qualcuno dice che questa epoca è segnata dal ritorno di una pulsione religiosa.

“Credo sia davvero così – dice Sullivan – perché senza significato

non si può vivere. Tutta la modernità si è basata sull’idea della liberazione dai dogmi e dalle autorità religiose, ma l’uomo padrone di se stesso si è mostrato deludente. La crisi che stiamo attraver- sando ha chiaramente un aspetto religioso, e se guardiamo bene anche Trump è parte di questo schema: in mancanza di altro, le persone sole, frustrate, abbandonate, deluse, spaesate si sono rivol- te all’immorale surrogato di una divinità da reality show, credendo di trovare una risposta. Anche il dramma degli oppiacei, una piaga bestiale di questo tempo, praticamente un suicidio di massa, rivela in modo distruttivo il disperato desiderio di trovare una risposta”.

Papa Francesco e la chiesa cattolica hanno qualcosa da dire in questo contesto? 

“Penso che la chiesa abbia di fronte a sé una grandissima opportuni- tà per comunicare alle persone che c’è qualcosa per cui vale la pena vivere. Il Papa, io credo, ha capito questa opportunità storica e sta cercando di comunicare agli uomini una speranza, e poco importa se poi il suo messaggio viene spesso ridotto alla sua dimensione politica. Da cattolico, dico che la chiesa ha una proposta valida per gli uomini del nostro tempo, una proposta alternativa al tribali- smo dei populisti e all’individualismo insipido della mentalità liberale”.

Mattia Ferraresi – il Foglio

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