La storia non si ripete mai: quasi. Vuol dire che in parte si ripete. Ricordarsi di Weimar – di Giancarlo Santalmassi

Guido Tabellini – il Foglio

La storia non si ripete mai identicamente, ma spesso offre lezioni importanti. C’è una lezione terribile a cui l’Italia oggi dovrebbe prestare particolare attenzione: l’ascesa del nazismo nella Germania di Weimar. Non perché l’Italia stia correndo il rischio di diventare una dittatura militare. Questo rischio non c’è. Ma perché oggi in Italia, proprio come nella Germania degli anni 30, è in atto una pericolosa fuga dalla realtà che ha per oggetto i rapporti con l’Europa.
Come è spiegato in un bel libro dello storico americano Benjamin Hett, “La Morte della Democrazia” (The Death of Democracy: Hitler’s Rise to Power and the Downfall of the Weimar Republic, ndr), il nazismo fu innanzitutto un movimento di protesta contro la globalizzazione, e in particolare contro l’Europa. Il nazismo riuscì a convincere e mobilitare milioni di tedeschi che si sentivano vittime di forze internazionali su cui non avevano nessun controllo, attribuendone la colpa alle potenze occidentali. Molti aspetti economici e sociali della Germania di Weimar ricordano elementi della situazione attuale dell’Italia.
 
I) Tra i tedeschi era diffuso il risentimento verso un’Europa accusata di avere approfittato delle riparazioni di guerra, e i politici cattolici e liberaldemocratici erano ritenuti responsabili di una negoziazione fallimentare del trattato di Versailles. Oggi molti italiani si sentono traditi da un’Europa che li ha esposti a una crisi finanziaria senza il salvagente della Banca centrale e li ha abbandonati sull’immigrazione, e l’establishment politico ed economico è considerato corresponsabile degli errori dell’Europa.
 
II) Nel 1930 i vincoli finanziari e il debito internazionale portavano il governatore della Banca centrale a parlare di “un’occupazione invisibile” della Germania da parte della comunità finanziaria internazionale. Così oggi i politici populisti lamentano i vincoli europei e la perdita di sovranità economica, ipotizzando congiure contro il “governo del cambiamento”.
 
III) Con la fine della Grande guerra e la rivoluzione bolscevica, l’Europa fu invasa da un’ondata di rifugiati provenienti dall’est, molti dei quali ebrei. Tra il 1918 e il 1922, un milione e mezzo di rifugiati entrò in Germania. La sensazione di non controllare i propri confini scatenò una reazione contro gli immigrati, in modo non molto dissimile da quanto sta accadendo ora in Italia.

 
IV) La Grande depressione della fine degli anni 20 aumentò le difficoltà economiche delle classi medie nelle zone rurali, e le spinse verso gli elementi anticapitalisti e statalisti del programma nazista. Analogamente in Italia la lunga recessione ha ampliato i divari economici tra le aree più dinamiche e il resto del paese, alimentando un ritorno verso lo statalismo.
 
V) Anche negli anni 30, come oggi, la rivolta contro la globalizzazione era a sua volta un fenomeno globale, che riguardava anche la Turchia di Atatürk, l’Italia di Mussolini, l’Ungheria di Horthy.
 
L’autarchia e l’isolamento dall’Europa erano al centro del programma politico nazista. Ma questo programma era irrealizzabile senza creare per la Germania uno “spazio vitale” a est. Una nuova guerra mondiale era lo sbocco logico del programma nazista. Ma questa implicazione divenne evidente a tutti solo dopo che Hitler ebbe vinto le elezioni e conquistato il potere. Molti tedeschi si erano fatti convincere che una Germania autarchica e isolata dal resto d’Europa potesse avere un futuro migliore. Sappiamo come è andata a finire.
 
Anche oggi molti italiani sembrano attratti da posizioni politiche che di fatto stanno isolando l’Italia in Europa. Quale è lo sbocco logico di questa nuova impostazione politica? Ce lo sta segnalando la fuga di capitali. Le regole e le istituzioni su cui è stata costruita la moneta unica non cambieranno domani perché lo chiede l’Italia. L’alleanza con i governi euroscettici dell’Europa orientale non porterà nessun vantaggio all’Italia. Il progetto di integrazione europea non si fermerà se l’Italia minaccia di abbandonarlo. Semplicemente l’Italia sarebbe abbandonata al suo destino.
 
Non sarebbe una guerra, ma l’Italia sarebbe travolta da una crisi finanziaria ben peggiore di quella del 2011-12 e ne uscirebbe devastata. Per quanto tempo vogliamo ancora continuare a ignorare la realtà, prima che la situazione diventi incontrollabile?

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Un commento a La storia non si ripete mai: quasi. Vuol dire che in parte si ripete. Ricordarsi di Weimar – di Giancarlo Santalmassi

  1. Paolo Furbacchione 31 agosto 2018 at 12:05 #

    Cioè: politici imbelli (italiani) e la UE ci hanno attirato in una situazione nella quale stiamo morendo strangolati, però la colpa è di chi arrivando dopo vuole togliersi dal cappio. Io credo che la risposta sia ancora più Europa, così crepiamo più rapidamente e Tabellini finalmente potrà togliersi dai piedi questi poveracci che lo infastidiscono tanto con le loro lamentele.

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