È il contesto che fa il testo – di Giancarlo Santalmassi

A ogni pubblicazione dei nuovi dati Istat sull’andamento dell’economia e del mercato del lavoro in Italia, sulla sicurezza, sull’aspettativa di vita, sul tasso di mortalità infantile (eccetera) c’è sempre una folta schiera di cittadini che considera quei dati come fallaci o taroccati dalle élite dominanti. Qualche giorno fa un’esponente di uno dei due partiti di governo ha voluto incontrare il presidente dell’Istituto nazionale di Statistica per “fare il punto sulla sinergia necessaria da mettere in atto con la politica per il raggiungimento degli obiettivi del contratto di Governo”, perifrasi dal suono vagamente minaccioso. Ma alla matematica non si comanda. In questi tempi instabili in cui un tweet ha più valore di una statistica, abbiamo ritenuto necessario ribattere con i dati ad alcune credenze talmente diffuse da essersi trasformate in modi di dire. In calce all’articolo poi riportiamo i risultati di una ricerca scientifica che tenta di spiegare quale sia il meccanismo cognitivo alla base della percezione distorta.

I bambini non si toccano

Fino al 1895 in Italia morivano 326 bambini sotto i 5 anni per mille nati vivi. Nel 65% dei casi a causa di malattie infettive. Fino al 1931 i bambini muoiono per gli stessi motivi ma il tasso passa a 170 per 1.000 nati vivi. Col miglioramento delle condizioni igienico sanitarie, la variazione dei regimi alimentari e i nuovi metodi di profilassi e cura, si passa nel 1960 a 47 morti per 1.000 nati vivi, arrivando a oggi in cui l’Italia si colloca tra i Paesi con la più bassa mortalità infantile: dai 3,8 del 2004 si è infatti passati ai 2,8 del 2014.

Se ne vanno sempre i più giovani

Nel 1900 la speranza di vita media in Italia per un uomo era di circa 42.9 anni, per una donna 43.2. Un neonato del 1976 aveva una probabilità del 90% di essere ancora in vita all’età di 50 anni, se maschio, e a quella di 59 anni, se femmina. Oggi può confidare di sopravvivere con un 90% di possibilità fino all’età di 64 anni, se maschio, e fino a quella di 70, se femmina. Secondo il rapporto del 2017 la speranza di vita alla nascita si attesta a 82,8 anni (85 anni per le donne e 80,6 anni per gli uomini).

Non ci si può sposare perché non ci sono i soldi

Nel 2015 (ultimo dato a disposizione), in piena crisi, sono stati celebrati in Italia 194.377 matrimoni, circa 4.600 in più rispetto al 2014. Si tratta dell’aumento annuo più consistente dal 2008.

Università della vita

Negli ultimi quindici anni sono diminuiti gli abbandoni scolastici, dal 22% al 14%, e sono aumentati i laureati tra i 30 e i 34 anni di 10 punti percentuali, dal 17% al 27%. Contrariamente a quanto si pensa sono cresciuti anche i laureati nelle materie tecnico scientifiche, da 10 a 13 ogni mille residenti con età compresa tra i 20 e i 29 anni.

Non ci fanno votare, decide la casta

In Italia il suffragio universale è in vigore da 72 anni. Possono votare i cittadini che hanno compiuto diciott’anni, a prescindere dal conto in banca o dal grado d’istruzione. Sembra una sciocchezza ma fino a cento anni fa votavano solo i maschi ricchi e istruiti.

Il lavoro non c’è

Tasto caldissimo perché è quello che più di tutti condiziona la vita delle persone e la relativa percezione della realtà. Nell’ultimo aggiornamento l’Istituto ha registrato un tasso di disoccupazione ai minimi storici dall’agosto 2012, scendendo al 10,7%, mentre con gli occupati a maggio si è arrivati a quota 23 milioni e 382mila, livello più alto dal 2008 (è vero anche che sale anche il numero dei dipendenti a termine, portando il totale a 3 milioni e 74mila). Calano le persone in cerca di occupazione e il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) che è arrivato al 31,9%, il valore più basso dal gennaio 2012. Nel quadro che l’Istat fa del 2017 è possibile osservare che il Pil è cresciuto dell’1,5%, sono cresciuti i consumi, è cresciuto l’export del 5,4%, le importazioni del 5,3%, ed anche la produzione industriale (+3,6%).

Non ti senti sicuro a uscire di casa

Come ha testimoniato l’Istituto pochi giorni fa un italiano su tre pensa di vivere in una zona ad alto rischio di criminalità e una donna su tre non esce da sola di sera. I dati però ci dicono che nel 2017 i reati denunciati alle forze dell’ordine sono calati del 12 per cento. Nello specifico si registra un calo del 15 per cento degli omicidi, passando da 245 a 208, che segna un record storico dall’unità d’Italia. Calano anche rapine (da 19 mila a 17 mila) e i furti (da 783 mila a 702 mila). Diminuisce anche il numero dei femminicidi (quasi sempre all’interno della famiglia e raramente per strada).

Un’invasione di migranti

Il più duro a morire. Nel 2016 gli sbarchi hanno portato in Italia 167mila persone, nel 2017 114mila, nel 2018 (fino a giugno scorso) 15.610, contro gli oltre 60mila dello stesso periodo del 2017, con un calo del 77 per cento. Tutti gli immigrati italiani rappresentano l’8,3% dei residenti in Italia.

E allora?

Non si vuole affermare che l’Italia sia in salute e fresca come una rosa, perché tra i paesi europei forse è quello che è uscito dalla crisi con le ossa più fracassate. Il vero problema, diventato ormai evidente e preoccupante, è rappresentato dallo scollamento dei cittadini dalla realtà. Anche a fronte di una diminuzione oggettiva di una minaccia o di una situazione di emergenza la si continua a percepire come costante e attuale. La colpa, oltre che di una campagna elettorale mai finita che fa perno sulle paure, è di un meccanismo cognitivo generale.

Se ne sono occupati in uno studio, riassunto in un articolo su Science, i ricercatori della Harvard University a Cambridge, in Massachusetts, e della Dartmouth University ad Hanover, in New Hampshire, che hanno proprio cercato di comprendere il fenomeno. Hanno mostrato a dei soggetti una serie di volti umani che partivano da un’espressione minacciosa e progressivamente assumevano toni più neutri. Nelle fasi successive venivano eliminati i volti minacciosi e gli osservatori erano portati ad assegnare quello “status” anche a quelli che prima avevano percepito come neutri. Lo stesso esperimento è stato condotto con una lunga sfilza di punti che dal viola passavano al blu. I partecipanti continuavano a vedere di colore blu anche quelli evidentemente viola, anche quando sono stati avvisati dei motivi dell’esperimento e finanche quando sono stati offerti loro dei soldi per prestare più attenzione.

Il curatore dello studio Daniel T. Gilbert ne conclude che “le persone giudicano ogni nuova istanza di un concetto nel contesto delle istanze precedenti. Così, mentre riduciamo la prevalenza di un problema, come la discriminazione, ad esempio, giudichiamo ogni nuovo comportamento nel contesto migliorato che abbiamo creato. Per dirla in un altro modo, risolvere i problemi ci porta a espandere le definizioni che ne diamo. Quando i problemi diventano rari, annoveriamo più cose come problemi. I nostri studi suggeriscono che quando il mondo migliora, ne diventiamo critici più severi e questo può indurci a concludere erroneamente che in realtà non è affatto migliorato. Il progresso, a quanto pare, tende a mascherarsi”.

La soluzione che lo studio sembra suggerire è di porre più attenzione al linguaggio utilizzato per la rappresentazione dei problemi. Ancora una volta dunque ci tocca dare ragione a John Searle quando affermava che “non è possibile pensare con chiarezza se non si è capaci di parlare e scrivere con chiarezza”. E sembra essere proprio questa la peggior minaccia dei nostri tempi.

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Un commento a È il contesto che fa il testo – di Giancarlo Santalmassi

  1. Paolo Furbacchione 10 agosto 2018 at 21:05 #

    Non c’è niente da fare: bisogna proprio cambiarli questi elettori, perchè hanno dimostrato di non saper votare bene…si, è vero, si sono impoveriti, non sanno neanche più cos’è un impiego a tempo indeterminato, ma in realtà gli immigrati REGOLARI ormai residenti in Italia sono SOLO più dell’8% della popolazione (ripeto: quelli regolari), e loro continuano pervicacemente a non capire in quale razza di paradiso renzie e berlusconi gli hanno consentito di vivere fin’ora. Ingrati.

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