Roba da Crozza. Senza offesa: sembra l‘intervista con un demente di nome Conte. Lo scoop di Malaguti – di Giancarlo Santalmassi

Andrea Malaguti

Presidente Conte, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha detto che giovedì porterà a Innsbruck la richiesta di bloccare l’arrivo nei nostri porti delle navi impegnate nel Mediterraneo in missioni internazionali. È questa la linea del governo italiano?

«Queste missioni si possono e si debbono rivedere, perché così come sono attualmente formulate contraddicono il principio di un’ Europa solidale, che noi intendiamo affermare anche in materia di immigrazione. Anche nel corso dell’ultimo Consiglio europeo abbiamo insistito per affermare questo principio. Non ci sono dubbi, quindi, che la direzione sia questa, ma la questione va affrontata nelle sedi opportune».

Per chiarire, volete rivedere la missione Sophia?

«Alcuni aspetti di questa operazione internazionale andrebbero riformulati. Soprattutto per operare una redistribuzione dei migranti soccorsi in area Sar tra i vari paesi europei».

Le Ong sono un pericolo?

«Le Ong svolgono un ruolo importante nella nostra società, ma è fondamentale che le loro navi rispettino le regole e non interferiscano con le operazioni della guardia costiera libica».

Gli sbarchi sono calati dell’80% in un anno. Perché gli immigrati continuano a farci paura?

«Negli anni scorsi l’Italia si è prestata a raccogliere indiscriminatamente tutti i migranti che sbarcavano attraverso le rotte del Mediterraneo. E’ stata lasciata sola, ma è anche vero che ha fatto poco per ottenere una gestione realmente europea dei flussi migratori. Di qui il business dell’immigrazione e l’incremento dei traffici illeciti».

Lei è personalmente spaventato dai flussi migratori?

«Avverto la responsabilità di perseguire una politica sull’immigrazione che sia sostenibile per gli interessi del nostro Paese e coinvolga tutti gli altri Paesi europei».

Mi perdoni, è un sì o un no?

«Non mi sento spaventato, mi sento responsabile»

Quando vede le immagini di donne e bambini scappati dalla guerra, o dalla fame, non pensa che la risposta di un Paese come il nostro non possa essere semplicemente: andate da un’altra parte?

«La nostra risposta non è mai stata questa. Il nostro approccio è ben più complesso perché contempla anche la prevenzione dei traffici illeciti dei migranti e il superamento delle ragioni che li incrementano. Ad esempio ho incontrato il presidente del Niger, Issoufou, per rafforzare la cooperazione economica e sociale con un Paese da cui partono i traffici, che si alimentano con la povertà e con l’ignoranza diffuse soprattutto nelle zone rurali». 

Cooperazione. E poi?

«La nostra proposta prevede per esempio il rafforzamento dei controlli e dell’assistenza, anche giuridica, ai migranti nei Paesi di transito. Una strategia così articolata, se pienamente attuata, ci consentirà di poter gestire in modo ottimale i flussi migratori, in uno spirito di solidarietà con gli altri Paesi europei che sino ad ora è mancato».

In attesa di quel momento che cosa si fa?

«Si continuano ad assumere iniziative concrete, come quelle attuate in queste ultime settimane, in modo da spingere anche gli altri Paesi europei a farsi carico di questa che per noi è una responsabilità collettiva»

Nell’immaginario collettivo, Orban e il gruppo di Visegrad sono sempre stati i cattivi, i nemici dell’Europa. Dopo il 4 marzo sono diventati il punto di riferimento della nostra politica estera. Sbagliavamo prima o stiamo esagerando adesso?

«Il faro della nostra politica estera è e deve rimanere il nostro interesse nazionale. Quanto ai punti di riferimento, ne abbiamo alcuni e sono sempre gli stessi: la Nato e gli Stati Uniti, nostro tradizionale alleato, l’Unione europea e gli organismi internazionali a partire dall’Onu».

Presidente, a pochi giorni dal vertice Nato, e del suo primo incontro con Putin, il presidente Trump chiede agli alleati di rispettare il patto che prevede l’investimento del il 2% pil per la difesa comune entro il 2024. L’Italia che cosa farà?

«L’Italia farà valere il suo significativo apporto all’Alleanza Atlantica. Rivendicherò, in particolare, il nostro articolato e variegato apporto, che non contempla solo il sostegno finanziario, ma anche altre forme contributive, che sono previste dal Pledge».

Meno soldi più soldati?

«Di certo non più soldati, perché già adesso risultiamo tra gli alleati più virtuosi quanto a consistenza ed efficacia delle varie forme di contribuzione».

Forse la domanda può sembrare novecentesca, ma l’Italia sta con i russi o con gli americani?

«Confermo che i nostri alleati tradizionali sono gli americani. Con i russi intendiamo coltivare un dialogo che appare funzionale alla risoluzione delle più delicate e complesse crisi geo-politiche del pianeta. L’attuale sistema sanzionatorio non risolve i problemi, anche se ci rendiamo conto che non può essere eliminato dall’oggi al domani. Bisogna peraltro evitare che le sanzioni possano colpire la società civile russa e producano ripercussioni negative sulle nostre imprese».

Ma l’annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale o no?

«L’Italia ha assunto, su questo punto, una posizione chiara sul piano internazionale. Occorre però guardare avanti, perché le sanzioni costituiscono un mezzo, non possono costituire un fine».

Che cosa dirà a Trump nell’incontro di Washington?

«Sarà un’occasione per conoscere meglio un interlocutore strategico. Sicuramente al centro del nostro colloquio a due ci sarà il tema dei dazi, dell’immigrazione e della possibilità di intensificare le relazioni commerciali, in modo da creare ulteriori occasioni reciproche».

Come nasce il presunto innamoramento di Trump nei suoi confronti?

«C’è stata simpatia personale e franchezza comunicativa. Credo abbia contribuito a questo risultato anche il modo molto diretto con cui ho parlato nel corso del G7 agli altri leader. Mi fa piacere che questo invito del presidente Trump sia stato formulato già nei primi giorni del mio insediamento. E sono lieto che questa visita si realizzi ad appena due mesi».

Presidente, l’accusa più frequente che si fa nei suoi confronti è quella di non essere il capo dell’esecutivo, ma di esserne il portavoce. In queste ore non si è sentito né il peso del suo ruolo né la sua voce. Perché?

«Da quando mi sono insediato, ogni giorno compresi i fine settimana, ho fatto quel che so fare: studiare dossier, coordinare riunioni tecniche con i ministri, impostare e approfondire i progetti di riforma. In definitiva, sto lavorando ogni giorno per attuare il contratto di governo e per realizzare i cambiamenti promessi ai cittadini. Sono un giurista: approfondisco i problemi e perseguo gli obiettivi guardando alla sostanza. Il mio stile è sensibilmente diverso da quello dei “politici ballerini”, così sagacemente descritti da Kundera nell’“Elogio della lentezza”».

Lei si è presentato come l’Avvocato del Popolo. In questo momento il popolo ha più bisogno di reddito di cittadinanza o di flat tax?

«Il nostro sistema socio-economico ha bisogno di entrambe le riforme. Il reddito di cittadinanza, che non è una misura assistenziale, è una vera e propria manovra economica per recuperare persone che rimangono esiliate dal circuito lavorativo, che consente di restituire la dignità a chi l’ha persa e di rilanciare i consumi».

E la flat tax?

«E’ da considerare anch’essa una iniziativa di ampia portata, che condurrà alla semplificazione della nostra normativa fiscale, vecchia di alcuni decenni. Abbiamo anche l’occasione per riformulare integralmente i rapporti tra cittadini e Amministrazione finanziaria, in modo da azzerare le pendenze in corso e riavviare rapporti più trasparenti, corretti e virtuosi. In questo contesto, sarà importante dare il segno di una lotta all’evasione ben più rigorosa di quanto è stato fatto in passato, ma sul presupposto di un fisco più leggero e “amico”».

D’accordo, ma fate prima l’una o l’altra cosa?

«Ho costruito dei tavoli tecnici su entrambi i fronti. Affronteremo tutti i dettagli, tra cui anche le tempistiche. Di certo vogliamo procedere speditamente in ambo le direzioni».

Il decreto dignità ha fatto infuriare le aziende.

«Non c’è alcun motivo per le piccole e medie imprese di infuriarsi. Negli ultimi anni destra e sinistra hanno alimentato una falsa opposizione tra lavoro e impresa, ma la verità è che un mercato del lavoro più stabile rilancia la domanda interna, con ricadute positive sui profitti d’impresa. Naturalmente non ci fermeremo qui: i prossimi passi saranno la riduzione del cuneo fiscale e la semplificazione burocratica, che abbiamo già iniziato nel decreto Dignità disattivando redditometro e spesometro». 

Poi vi serviranno i soldi per rivedere la Fornero. Più che degli investimenti in deficit – di cui hanno parlato il ministro Di Maio e il sottosegretario Siri – avrete bisogno di sfondare i conti pubblici.

«Il programma di governo verrà realizzato gradualmente, senza mettere in discussione la tenuta dei conti pubblici. La priorità assoluta è il rilancio degli investimenti produttivi, così da attivare quei moltiplicatori che garantiscono nuova occupazione e maggiori entrate fiscali. I problemi dell’Inps si possono risolvere solo riportando a lavorare circa 6 milioni di disoccupati, dei quali quasi 3 milioni sono inattivi scoraggiati. Con le maggiori entrate fiscali e contributive che ne derivano possiamo superare senza problemi le rigidità della Legge Fornero».

Come lo convince Tria che questa è la strada giusta?

«E’ stato proprio il Ministro Tria a porre pubblicamente la questione degli investimenti pubblici. La sua strategia è esattamente quella del governo: rilanciare gli investimenti soprattutto nei settori strategici e ad alto moltiplicatore occupazionale, così da guadagnare i margini fiscali per finanziare anche le altre misure decisive».

E’ vero che in passato votava a sinistra?

«In passato ho votato anche a sinistra, prima di rimediare la delusione, come molti italiani».

La mancanza di una opposizione forte non è un problema per la democrazia?

«E’ un grande problema. Le attuali divisioni e le difficoltà che stanno incontrando i partiti di opposizione non mi fanno gioire perché la qualità del dibattito politico e la funzionalità dell’intero sistema democratico si alimentano anche dell’apporto delle forze di opposizione, laddove svolgono il rispettivo ruolo in termini rigorosi e costruttivi».

Salvini sta seguendo una sua agenda personale o quella del governo?

«Salvini non è solo componente del Consiglio dei ministri ma anche leader di uno dei due partiti di maggioranza. E’ normale che abbia molteplici occasioni di comunicare il suo pensiero politico. Ma sulle questioni più rilevanti lui si è sempre confrontato e coordinato con me, proprio al fine di evitare che la sua agenda possa venire in urto con l’agenda di governo».

Voce di popolo: Conte è un uomo di Di Maio e risponde a lui.

«Conte è un uomo che ha una certa età, esperienza e competenza professionale. E’ difficile anche solo pensare che possa essere un “uomo di qualcuno”. Detto questo, anche con Luigi Di Maio, come con Matteo Salvini, ho uno splendido rapporto. Il confronto è continuo».

Il suo governo andrà avanti anche dopo le europee di maggio?

«Se formulo la prognosi basandomi sul clima di lavoro che contraddistingue l’operato di governo, sono indotto a presagire una lunga vita a questo governo».

E quando tornerà a fare il professore qual è la prima cosa che dirà ai suoi studenti?

«Dove eravamo rimasti?».

 

La Stampa

2 Commenti a Roba da Crozza. Senza offesa: sembra l‘intervista con un demente di nome Conte. Lo scoop di Malaguti – di Giancarlo Santalmassi

  1. Paolo Furbacchione 11 luglio 2018 at 17:01 #

    Santalmassi, Craxi non c’è più, non è morto in esilio: è morto latitante. Si rassegni.

    • Santalmassi 11 luglio 2018 at 19:38 #

      Scusi: ho riportato l’intervista esilarante di conte a malagutti della stampa. Chi ha citato craxi?
      Gcs

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