In ricordo di Marchionne – di Giancarlo Santalmassi

Può essere difficilissimo descrivere una personalità come quella di Sergio Marchionne. Invece è semplicissimo.

Innanzitutto questo manager era sovranazionale: italo-svizzero-canadese, cioè in realtà era cittadino del mondo. Come tale odiava pastoie e burocrazie, tant’è che appena prese contezza della complessità italiana, se ne chiamò immediatamente fuori, tagliando via sindacati e Confindustria.

Poi per definire ancor meglio Marchionne basta vedere cos’era la Fiat prima di lui. Con alle spalle solo due prodotti: l’immarcescibile 500 e la Uno.

La Fiat  non riusciva a vendere un’auto: aveva spalancato le porte alla concorrenza estera quando il ministero degli interni aveva comprato per la prima volta un’auto giapponese adottata per la ‘pantera’, cioè il pronto intervento.

Fino all’avvento di Sergio Marchionne la Fiat doveva sottostare agli sberleffi su tutti i suoi prodotti. Ricordo una “Tipo” cui ogni volta che prendeva una buca cadeva lo specchietto retrovisore (immaginiamoci oggi a Roma con la gestione Raggi). I colori incredibili tipo verde pistacchio e color cammello-diarrea, che nessuno voleva e finivano irrimediabilmente per essere vetture acquistate sempre dal ministero degli interni per i compiti di pedinamento o auto-civetta (sì che nessuno se ne accorgeva d’essere seguito?…..). E culminato, quel periodo, nel modello “Duna”. Personalmente litigai con mezza Fiat perché in un ‘Radioanchio’ l’avevo definito “il ferro da stiro piu caro della storia”…… e si erano inventati anche degli esilaranti “dunaraduno”.

Ecco. Basta questo a definire chi è stato Marchionne: ha restituito immagine e piano industriale a un’azienda fallita, in un modo tutto suo, senza “sussidi di stato”.

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