I Cinquestelle e la Rai: chi ce lo mette un “good doctor”? – di Stefano Balassone

The Good Doctor ha spopolato ieri, martedì, su Rai1. Noi eravamo impegnati a farci prima una partitella di burraco e poi a rileggerci Don Chisciotte, ma avendone intravisto il trailer abbiamo capito che il protagonista è un chirurgo dotato di super poteri  grazie all’autismo. Un tipo di eroe già conosciuto col Rain Man di Dustin Hoffman, l’ennesima variazione sul tema del “difetto” che rende possibile una qualche straordinaria virtù. Tant’è che le fiabe sono piene di situazioni in cui l’accorto protagonista (Principe, Principessa, Avenger, etc) se la cava se e in quanto sappia riconoscere l’aiuto fatato nascosto sotto una pelle d’asino, una condizione umile, un qualsiasi tipo di handicap.
Cosa ci suggerisce questo meccanismo? Che non dobbiamo disprezzare nulla a priori perché da dove meno te lo aspetti può scappar fuori il tipo che ci guarisce, arricchisce, sfama, illumina? Oppure che se un signore caratterizzato da una grave “anormalità” guarisce i moribondi e raduna cinque milioni di spettatori, anche i limiti della nostra personalità, quelli che cerchiamo giornalmente di camuffare, ad esempio limiti di conoscenza o  ruvidezze di carattere, anziché limiti siano promesse di virtù, e quindi virtù punto e basta?
Insomma, la positività inaspettata del difetto ci induce all’accoglienza o all’autosufficienza?  Alla collaborazione globalista o all’autoreferenza sovranista?
Come sempre accade in materia di comunicazione, è probabile che la risposta esatta sia: entrambe. Nel senso che chi è di per se aperturista troverà nelle imprese del Good Doctor la conferma della propria progressista lungimiranza. Mentre chi si sente assediato da un mondo che gli rinfaccia le inadeguatezze, rovescerà in positivo quel che gli viene rinfacciato come negativo.
Il punto è che le situazioni mass mediatiche, dalla folla confluita in una piazza fino alle audience televisive sono aggregati di singoli che se la cantano e suonano qualsiasi cosa avvenga sui palchi o negli schermi. Perché siamo noi che “manipoliamo” la comunicazione e non, come ingenuamente ma imperdonabilmente si pensa, il contrario. Chiamatela, se volete, teoria della predestinazione di senso, rubando al protestantesimo il meccanismo della predestinazione alla Grazia.
Però, dai pulpiti come dagli schermi, il dubbio della predestinazione non esime dallo sforzo della verità, dal dovere di cercare di dinamizzare le opinioni correnti, anziché lasciarle a se stesse e lisciarle per quel che ci pare che siano. Questa e una delle due staffe, quella eroica fino alla velleità, che coincide con il quid culturale del Servizio Pubblico. Mentre la seconda staffa riguarda il campo delle strategie industriali.
Se il top Rai di fresca nomina riuscisse a tenere i piedi in entrambe le staffe grideremmo al miracolo. Ma, visto che il Good Doctor fa quel che fa, noi, contro tutte le attese, stiamo già irragionevolmente aguzzando la vista in attesa dell’improbabile  prodigio.

Left wing

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