Con la morte di Claude Lanzman scompare una gran memoria della Shoah – di Mariagrazia Enardu

Ho una buona biblioteca su antisemitismo e Shoah, almeno 400 libri, molti letti e alcuni anche riletti, altri solo scorsi o guardati con attenzione. Come sempre, si ricordano bene i primi libri, comprati con pochi soldi e letti bene anzi studiati, meno quelli che arrivavano per cercare spazi in biblioteca. Studi, diari, memorie, di ebrei ma anche di non ebrei. Una biblioteca che però ha una data invisibile, prima e dopo Claude Lanzmann.

Il suo documentario Shoah, 9 ore ricavate con tagli spietati da quasi 600 di interviste, andò in onda in più serate sulla Rai nel 1987. Poco dopo lo ritrasmisero e lo rividi, tutto. Perchè si rimaneva inchiodati allo schermo. Solo interviste, in ambienti neutri (case, campagne che solo dopo si capiva essere luoghi terribili), a persone che erano per definizione anziane.  Ebrei sopravvissuti, tedeschi carnefici o comunque parte della macchina di morte, complici, osservatori, resistenti, storici. C’erano personaggi che sembravano inventati,

come la maestra tedesca che finì a lavorare ad Auschwitz. Persone pacate, salvo assai occasionali commozioni, pacatezza che accumunava vittime e assassini. Dopo un’ora, lo spettatore cominciava a chiedersi come facesse Lanzmann a ottenere tutto questo. Forse le centinaia di ore tagliate lo spiegano. In ogni caso Lanzmann era un genio, come uomo di cinema, come giornalista, e pure come storico.

Perchè le sue domande, così neutre, a volte ingenue, ottenevano risposte che una biblioteca non riusciva a dare. Le domande semplici, anche stupide. Quando sentii Lanzmann chiedere a un tedesco qual era la differenza tra un campo di concentramento e uno di sterminio, trattenni il fiato. Ma il tedesco rispose senza problemi, anzi fu laconico: nel campo di sterminio non ci sono baracche per i prigionieri. Intendeva che arrivano coi treni al mattino ed erano morti e distrutti la sera. Da questa precisa risposta molte delle cose che avevo letto si allinearono come guidate da una calamita. Una in  particolare, tutti i campi di sterminio sono in Polonia, nemmeno i tedeschi osavano farli in Germania. Semmai la confusione nasce per Auschwitz-Birkenau, dove non si capisce mai l’assoluta importanza del trattino: Auschwitz era il campo di concentramento, liberato dai sovietici nel gennaio 1945, Birkenau il campo si sterminio. 9 ore di domande e soprattutto risposte.

Dagli sterminati avanzi Lanzmann tirò fuori altri documentari. Uno era sulla rivolta del campo di sterminio di Sobibor, ottobre 1943. Vicenda raccontata da uno dei pochi sopravvissuti, allora un ragazzo, da cui Lanzmann estrae un racconto che nel momento cruciale, la trappola per i tedeschi innescata sulla loro teutonica puntualitá, fa sorridere il narratore stesso e suscita in chi vede una risata di incredulità. Perchè Lanzmann faceva emergere i paradossi, spesso stupidi, criminali,  ma a volte surreali, positivi. 9 ore di racconto di un buco nero che inghiottì 6 milioni di ebrei e milioni di altri, zingari, popolazioni occupate, prigionieri di guerra. Ma anche un quadro straordinario come un dipinto di Breugel, di cui si vorrebbe studiare ogni figura, ma sapendo che quel che conta è l’insieme. Parecchi anni fa Shoah è uscito in cofanetto dvd, comprato ma mai visto: so quel che c’è dentro e non ho il coraggio di rivederlo. Claude Lanzmann se ne è andato pochi giorni fa, e posso solo dire che è stato un maestro.

Ecco quello che Lanzmann ci ha spiegato sulla Shoah.

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