Carlo Cottarelli aiuta il trio Conte Salvini Di Maio a far bene di conto – di Giancarlo Santalmassi

Carlo Cottarelli

Spesso mi chiedono come viene vista l’Italia in questo momento dall’estero. La risposta è che, a torto o a ragione, siamo visti come l’anello debole della catena dell’euro. Non c’è niente di definitivo in questo: alla fine degli Anni 90 la Germania era considerata «il malato» della nascente area dell’euro (rileggete cosa diceva l’Economist su https://www.economist.com/special/1999/06/03/the-sick-man-of-the-euro) e si è ripresa benissimo. Ma i nostri numeri non sono per niente confortanti. Ho di fronte a me il recente rapporto previsivo della Commissione Europea e faccio scorrere le pagine concentrandomi su figure e tavole.

Cominciamo bene… a pagina 4 c’è il grafico dello spread sui titoli a 10 anni, la differenza tra tasso di interesse sui Btp e quello sui titoli tedeschi. Negli ultimi giorni è un po’ sceso, ma siamo ben al di sopra dei livelli di metà maggio, quando cominciarono a filtrare notizie sul contratto di governo. Ma il confronto più impietoso è con lo spread degli altri Paesi del Sud Europa. A inizio 2017, al top c’era la Grecia, con 800 punti base, poi veniva il Portogallo, con quasi 400 e, infine, noi (170) e la Spagna (120). La classifica è radicalmente cambiata: ora siamo noi al secondo posto, e la distanza dalla Grecia (un abissale 630 punti un anno e mezzo fa) è scesa a 150 punti. 

Il Portogallo sta al terzo posto, più vicino alla Spagna che all’Italia.

Andiamo avanti. Una figura a pagina 5 riporta il contributo dei vari Paesi alla crescita del Pil europeo. La Germania fa la parte del leone. Al secondo posto c’è la Spagna, di poco avanti alla Francia. Vista la nostra dimensione (siamo pur sempre un Paese di 60 milioni di abitanti) l’Italia è al quarto posto ma visto che cresciamo poco (vedi sotto), siamo solo poco più avanti dell’Olanda, che ha 17 milioni di abitanti. 

Tre pagine dopo c’è il tasso di crescita dei salari reali Paese per Paese. Nel 2017 eravamo penultimi con un aumento di poco più dell’1 per cento, dietro alla Grecia. Nel 2018 si prevede che saremo ultimi. 

A pagina 19 un grafico riporta la crescita del Pil italiano. Ne conosciamo l’andamento: siamo al quarto anno di crescita consecutiva, ma a tassi modesti. Il grafico riporta anche il contributo dato alla crescita dalle varie componenti della domanda e qui ci sono dati forse meno conosciuti. La (bassa) crescita italiana è trainata dalla domanda interna, soprattutto dai consumi, mentre il contributo del commercio estero è negativo nel 2015 e 2016 e di poco positivo nel 2017. Le nostre esportazioni crescono rapidamente, ma crescono anche le importazioni, compensandone l’effetto sulla crescita. Che ci sia un problema di competitività? Molti lo negano ma un grafico recentemente pubblicato sul «Financial Times» ci dice che dalla fine degli Anni 90 il costo del lavoro per unità di prodotto nel settore manifatturiero è aumentato del 35-40 per cento più che in Germania, per effetto soprattutto di quanto è successo dal 1999 al 2008. 

Arriviamo alla tavola con i tassi di crescita del Pil previsti per tutti i Paesi. Quest’anno siamo all’ultimo posto nell’Unione Europea con un misero 1,3 per cento contro una media europea del 2,3 per cento. Condividiamo l’ultima posizione con il Regno Unito, che dopo la decisione di lasciare l’Unione attraversa una fase di pesante rallentamento (un caso di «self-inflicted wound» per dirla nel loro idioma). La nostra posizione in classifica sarebbe migliore se si riportassero i dati sul Pil pro capite, visto che la nostra popolazione è in leggera discesa, ma rimarremo sempre sotto la media, quando invece dovremmo crescere più rapidamente per recuperare il terreno perso negli ultimi 20 anni.

I dati parlano da sé. Se questo è quello che possiamo fare in un momento in cui l’economia europea ancora cresce a tassi elevati, cosa succederà quando, prima o poi, rallenterà? Già, perché partendo da un Pil che cresce poco più dell’1 per cento si fa presto a cadere in recessione. Ma sfondo una porta aperta. Nessuno nega che si debba crescere di più. Il problema è come. Le prime mosse del governo in campo economico contenute nel decreto dignità non hanno entusiasmato le imprese, da cui dipendono le scelte di investimento. E si può crescere senza investimenti privati e con un debito pubblico che non lascia spazi per rilanciare la domanda interna? Non resta che puntare su riforme che possono aumentare la nostra produttività e competitività. Secondo un sondaggio del 2017, in cima alla lista delle cose che frenano gli investimenti in Italia ci sono il peso della tassazione, la burocrazia e la lentezza della giustizia, tutte cose che penalizzano la competitività italiana. Che il governo parta da lì (ricordando però che tagliare le tasse in deficit non è credibile). Si dirà: da dove verrà la domanda? Abbiamo un mondo intero intorno a noi. Dobbiamo esportare di più magari portando via quote di mercato alla Germania. Rimbocchiamoci le maniche e aiutiamoli a ridurre il loro orrendo surplus commerciale.

la Stampa

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