Siamo agli insulti quotidiani: come finirà la nostra ‘politica’? – l’editoriale di Giancarlo Santalmassi

Una volta era il mese d’agosto a riempire le languenti pagine estive dei giornali di epiteti cafoni: così sotto gli ombrelloni si vendevano copie in più. Adesso ci vorrebbe un anno di 700 giorni, e non basterebbe. Ormai la politica è insulto. Cominciarono Beniamino Andreatta e Rino Formica. Si definirono reciprocamente “la comare di Windsor” e “il commercialista di Bari”. Ma quelli erano colpi di fioretto. Arrivarono poi le mazzate di Scajola (ministro degli interni) che definì Marco Biagi il professore massacrato dalle br a Bologna mentre tornava a casa dalla stazione in bicicletta un “rompicoglioni” (si proprio lui quello della casa regalatagli al Colosseo a sua insaputa, e che oggi tenta una nuova scalata al potere da quel di Imperia).

E poi Tremonti che come ministro delle finanze (del primo centrodestra: si presentò a un tg della sera con tante slides dove dimostrava che le tasse si mangiavano gli italiani) che diede a Vincenzo Visco del “conte Dracula che continua a succhiare il sangue ai lavoratori”.

Adesso la moda si è pure internazionalizzata: da Macron che definisce lebbra la malattia di cui Salvini sarebbe portatore (in)sano,  a Saviano che a tutela delle immigrazioni lo definisce “ministro di malavita” cui il neo ministro dell’interno risponde con la “elegante” minacciata ritorsione di revoca della scorta.

Di questo passo non so dove andremo a finire. Potrei concludere con le parole di un illuminato Francesco Merlo di fin settimana: “Ci stiamo abituando a tutto e non facciamo in tempo ad abituarci a un peggio che subito arriva un pessimo”.

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