Fatto ad olio, non un acquerello. Un ritratto della società italiana dello spessore che merita, non con la leggerezza insita nell’acquerello – di Giancarlo Santalmassi

Ecco un Alessandro Barbano da non perdere: fa un ritratto a tutto tondo del nostro paese. Pregi e difetti (se sono piu i secondi dei primi giudicherete dopo aver letto.

A 

D-omanda

Barbano

R-isponde

Lo incontriamo nel suo ufficio al Mattino di Napoli di cui è direttore dal dicembre 2012. Gentile e misurato, si concederà a un confronto  che svelerà tutta la sua sconfinata passione politica e civile. Raccontare Napoli, metropoli ricca di contrasti, richiede un equilibrio e capacità di discernimento che non gli difettano. La sera prima del nostro incontro, a pochi passi dalla redazione e dal lungomare affollato di passanti un ventenne aveva sparato otto colpi di pistola per una banale lite con un posteggiatore abusivo. L’indomani la cronaca del Mattino si apre con una lettera di Sylvain Bellenger, direttore generale del museo e real bosco di Capodimonte, che termina con queste parole: “A Napoli ho avuto modo di incontrare molta più gentilezza, disponibilità, onestà e umorismo piuttosto che aggressività e delinquenza “. La capotreno del Frecciarossa sul quale aveva fatto ritorno in città lo aveva raggiunto telefonicamente per riconsegnargli i soldi che, senza accorgersene gli erano scivolati di tasca sul treno. “Avrei voluto ricompensarla in qualche modo, ma lei ha rifiutato dicendo che aveva fatto solo il suo dovere “

D: Proprio di doveri dimenticati e di diritti senza più confini parla l’ultima fatica letteraria di Barbano “Troppi diritti – l’Italia tradita”

R Racconta  una malattia del paese che io chiamo il ‘dirittismo’ una crescita esponenziale de diritti trasformati in pretese a cui non corrispondono più doveri.

D Con qualche eccezione vivaddio, come racconti oggi sul tuo giornale.

R Certo mi riferisco però a un pensiero diffuso che ormai ha infiltrato la cultura in ogni suo orientamento 

D Tutti afflitti da dirittismo?

R Sì è un pensiero malato che sta  portando ill paese al declino. Ha infltrato la cultura riformista incapace di costruire un ‘comunitarismo solidale’ perché di fronte ai cambiamenti sociali non ha saputo rimettere in discussione i diritti acquisiti facendo così un patto con i penultimi, lasciando però gli ultimi fuori della porta e creando un conflitto tra ultimi e penultimi? Ha infiltrato la cultura conservatrice e liberale che ha finito per per declinare la libertà in egoismo individualistico. E quella massimalista di sinistra che ha declinato i diritti in un abbraccio ambientalismo ideologico, in una visione anti industriale della società, in un approccio pauperistico alla realtà. E infine più di tutte, ha infiltrato le cosiddette forze anti sistema, i movimenti populisti che hanno conquistato la scena in Europa e in Italia nelle ultime elezioni superando di fatto il 50% dei consensi. 

D Quindi anche il populismo è figlio di questi diritti trasformati in pretese senza limiti?

R Sì è diventato la clava per abbattere le élite prendendo come bersaglio la cosiddetta casta che ne è una degenerazione. Perché le élite sono le espressioni della delega. E la delega sia del sapere sia del potere rappresenta l’essenza stessa della democrazia. Una democrazia rappresentativa la quale appunto o è rappresentativa o democrazia non è.

D L’utopia odierna è la democrazia disintermediata

R Sì, assembleare orizzontale dove ciascuno vale per se e vale uno, una democrazia quantitativa che in realtà maschera una suggestione totalitaria.

D Colpa della rete?

R Con la rete si è creata l’utopia di una democrazia fatta di click, coon una comunicazione che prescinde dalla delega del sapere, dove ciascuno è mittente e ricevente, i giornalisti non servono più e neppure i medici perché sul web possiamo coltivare le nostre terapie à la carte prescindendo da gerarchia e autorità del sapere. Poi ti scopri immerso in una giungla dove si viola la privacy, si negano i diritti veri, si piratano i  contenuti, si svaluta e si rende precario il lavoro si  condizionano gli esito elettorali, si produce un’opinione pubblica marcia.

D Come è potuto accadere

R È mancato un reale governo della tecnologia e ha vinto il perverso matrimonio tra dirittismo  e tecnica. Da un lato la tecnica ha trasformato in possibile quello che fino a ieri era impossibile dall’altro poi il dirittismo lo ha legittimato facendoci considerare giusto tutto quello che è diventato possibile. Anche quando contraddice i valori le tradizioni e i costumi della nostra cultura.

D  È un’equivalenza  pericolosa ritenere giusto tutto quello che è possibile?

R  Non demonizzo la tecnologia ma abbiamo sbagliato in occidente e soprattutto in Italia.  Dobbiamo tornare a governare e la tecnica. Iniziando con il sottoporla a due elementi regolatori fisiologici:  la legalità e il mercato. Faccio il direttore di un giornale e rispondo a norme deontologiche penali e civili. Sulla rete invece tutto sembra possibile. E poi serve il mercato per contrastare l’utopia orizzontale della comunicazione gratuita che ha condotto a una proliferazione di siti  con un vociare indistinto che confonde la verità con la falsificazione.

D  Certo non è un problema che possiamo risolvere a livello nazionale 

R  No le cattedrali internettiane come Facebook Google Amazon hanno una dimensione globale quindi è è evidente che il confronto vada giocato su un terreno sovranazionale. E vedo che questa consapevolezza sta crescendo. Negli Stati Uniti il partito democratico che negli anni ‘obamiani’ è stato suggestionato dalle potenzialità democratiche  dei new media comincia a interrogarsi e a ritenere necessarie delle regole. In Europa ci si pone la questione delle tasse. Comunque anche in Italia potremmo fare molto di più.

D Come? Con  maggiori controlli e sanzioni?

R Sì. Perchè chi ruba i contenuti in Italia non viene perseguito? Perché non c’è un’authority dotata di poteri sanzionatori in grado di interdire dalla rete i siti pirata e falsificatori? Perché non si pretende il rispetto del contratto di lavoro giornalistico? Definendo ciò che è giornalistico da ciò che non lo è? L’informazione presuppone un filtro qualificato e professionale perché incide nella formazione dell’opinione pubblica. È qualcosa di una complessità e delicatezza estreme, da cui poi dipende la qualità della rappresentanza.

D Direttore ti interrompo: ma il successo di questa disintermediata non è addebitabile anche a una crisi di autorevolezza dei media tradizionali?

R Piu che una crisi di autorevolezza è una residualità numerica, perché oggi le dimensioni dell’informazione internettiana sopravanzano grandemente quella cartacea. Dobbiamo però riuscire a far transitare sulla rete la qualità dell’informazione cartacea, la mediazione che ha rappresentato. Tornando a raccontare le cose davvero importanti, secondo una gerarchia che coincide con una condivisione di valori, con la cultura civile consolidata dalla storia.

D Un compito duro.

R Intanto dobbiamo riconoscere che la partecipazione internettiana di tutti alla comunicazione non ha prodotto quell’auspicata elevazione del pavimento delle società occidentali, non ha realizzato un’opinione pubblica più matura e consapevole. Avevamo immaginato si ripetesse quel che accadde in Italia negli anni ‘60, quando la riforma della scuola permise al nostro ceto medio di elevarsi a spina dorsale del Paese. Internet invece ha prodotto uno smottamento verso il basso. Oggi il popolo di Internet assomiglia a quei contadini ch a fine ‘800, nella seconda rivoluzione industriale, affluirono nelle città, diventarono massa e privati dei dei loro originali riferimenti diventarono permeabili alla comunicazione dei pensieri totalitari del ‘900.

D Internet avrebbe fatto questo?

R Le analogie sono forti. Internet ha appartamente democratizzato una società fornendo a una moltitudine di persone tantissime abilità: sul web si può organizzare una terapia e perfino studiare un attentato, si può fare qualunque cosa ma non si è in grado di assumerne la responsabilità. Non si ha piena coscienza degli strumenti di cui si dispone. Si è consumato un divorzio tra mezzi e fini.

D Dovrebbero essere le élite di cui parlavi prima a confrontarsi con questa massa, a tentare di elevarla, visto che anche la scuola ha perso da tempo questo ruolo.

R invece le élite si sono fatte centro autoreferenziale della società. Leggono i giornali e hanno un livello di coscienza molto diverso dalla massa periferica permeabile alle promesse della politica e convinta che tutto ciò che è possibile sia anche giusto. Una massa tentata da approcci rivoluzionari e spinta da giustificate necessità di cambiamento. Così accade anche per la Brexit: il centro di Londra vota per restare dentro l’Unione Europea, le periferie all’opposto. Vedi anche il voto del 4 marzo, in una città come Napoli le forze più dichiaratamente anti sistema hanno acquistato sempre più consensi mano a mano che ci si sposta dal centro alle periferie, diventando plebiscitari in un quartiere come Scampia. Giuliano Amato lo aveva previsto quasi dieci anni fa.

D In che senso?

R Nel 2010 scrissi un libro ‘Dove andremo a finire‘ chiedendo a otto pensatori, tra cui Giuliano Amato cosa saremmo diventati nel 2020. Lui ipotizzò due scenari: in quello ottimistico avremmo avuto una università fiorente d’Europa dove la democrazia ristrutturata aveva riportato i saperi al governo del potere; nell’altro prefigurava élite blindate e difese dalle loro guardie del corpo nel centro delle città e nelle periferie masse che puntavano a scalare e conquistare le città. Oggi c’è un centro con élite da bruciare nella pubblica piazza, arroccate dentro una posizione autoreferenziale. Mentre gli ultimi sono fuori. L’errore l’hanno commesso le élite.

D Giornalisti e giornali fanno parte di quella élite 

R Sì e hanno ceduto alla tentazione di restare al centro e vedere il mondo dal centro. E questo è un limite dell’informazione italiana  perché i giornalisti vivono dentro lo star system. Difficilmente hanno preso un autobus per capire come si vive nelle periferie del mondo o nelle periferie delle loro città. Questo ha prodotto un’oggettiva miopia nella loro narrazione. Una miopia autoreferente che ha creato un deficit di realtà. Ne ho cominciato a scrivere già nel 2003, non oggi.

D Quindi quando ancora non era stata coniata l’espressione Internet 2.0.

R Sì perché già coglievo il pericolo di un uso non corretto dell’innovazione tecnologica, domandandomi perché i giornali avessere gli stessi titoli: ‘L’Italia dei fiornali fotocopia’.

Le tecnologie dovrebbero servire ad aumentare le differenze, a esprimere meglio le singole soggettività e politiche e civili, invece ha prodotto omologazione. Strada facendo la forza del non governo delle tecnologie ha prevalso sulla possibilità della cultura professionale di far valere la sua qualità.

D Distogliendo i media da una funzione pedagogica, culturale che facesse crescere uno spirito critico nell’opinione pubblica.

R Già, e l’opinione pubblica è stata anche drogata prima dei social, dai talk show televisivi. Che hanno prodotto falso pluralismo, spettacolarizzando il conflitto tra posizioni differenti. Dove conta strappare l’applauso. Con due galli nel pollaio he si scannano. Il talk show ha raccontato il Paese attraverso gli estremi, perdendo la profondità e la sintesi fra posizioni diverse, in funzione di un bene comune. Poi con internet 2.0 si è deciso di fare anche a meno del giornalista moderatore.

D Ed esprimiamo giudizi, scriviamo anche senza saper leggere…

R Abilità senza coscienza: leggere prima di scrivere. Quando vengono qui al giornale il Mattino le scuole in visita e mi portano i loro giornalini di classe io mi chiedo a cosa servano questi giornalini. Anziché aiutare i ragazzi a fare i giornalisti, i docenti di lettere dovrebbero aiutarlia leggere criticamente i giornali, a sviluppare un oensiero critico sulla democrazia, come fanno le scuole avanzate di alcuni Paesi.

D Hai parlato di scuola: in Italia assistiamo a un suo inarrestabile declino, anche di autorevolezza.

R La crisi della democrazia italiana è la crisi di vari sistemi tra cui la scuola è basilare, insieme all’editoria e ai media. Ma la scuola è centrale: perché non aiuta alla lettura della complessità, non aiuta a sviluppare un pensiero critico, non aggancia il sapere curricolare fondamentale alla vita civile. È incapace a collegare passato e presente, e a scuola questu si deve fare.

D Cosa accomuna la crisi di questi sistemi?

R Un elemento unificante riguarda la selezione dei docenti, della classe dirigente, le modalità dell’accesso al lavoro. Abbiamo adottato una logica tecnocratica, negando la maestà e la responsabilità del sapere. Una volta c’era il barone che sceglieva il suo discepolo con una autonomia su cui era giusto vigilare, per evi una selezione classista, corporativa o familistica. Abbiamo sostituito a quella responsabilità una serie di procedure e regole asettiche, e criteri quantitativi. Così in un concorso universitario diventa discriminante il numero di citazioni nelle riviste internazionali, prescindendo dalla qualità dei contenuti. E succede che se si vuole che a vincere sia il migliore, quelle procedure vengano drogate, aprendo la strada a ricorsi e appelli. Abbiamo eliminato la maestà del sapere senza emendarne le possibili corruttele. Ma quella gerarchia non era autoritaria, perché stratificata sulla coscienza civile. Anche oggi se vai in una scuola per iscrivere tuo figlio, i docenti bravi si sa chi sono, perché nella coscienza collettiva c’è una percezione dei bravi.

D Anche in questo caso descrivi una illusoria enfatizzazione del potere ‘democratico’ delle tecnologie, della loro presunta imparzialità.

R Accade quando la tecnica produce delle accelerazioni. Pensi quando Lutero a Wettingen espone le sue tesi perché Gutemberg stampa la Bibbia in 100.000 copie. Lutero convince i cristiani che non è più necessaria la mediazione del prete per parlare con Dio. C’è la Bibbia, abbiamo la tecnica che ci mette direttamente in rapporto con Dio. E cosi nasce la rivoluzione luterana.

D Quindi che dobbiamo fare?

R Non sono un oassatista, ma dobbiamo riprendere il controllo della tecnica. Ritrovare un pensiero di profondità che non coincide con gli estremi. Non dobbiamo nè annegare i clandestini nè portarli tutti qui e garantirgli una patria. Occorre un moderatismo integrale e una capacità di esprimere una sovranità fatta di sintesi he abbiano la stessa efficacia che oggi i pensieri estremi sono in grado di suscitare nella gente.

D Abbiamo parlato molto di diritti. Quanto ai doveri ognuno si sente padrone e libero di fare un po’ tutto, con riflessi anche nella vita quotidiana.

R Perché a parte i diritti assoluti e inviolabili sanciti nella Costituzione, ogni diritto deve essere ancorato a dei doveri. Prendiamo la legge 104 che dovrebbe servire ai lavoratori per assistere un parente malato non autosufficiente. Serve per garantire un diritto di cui è titolare il malato. Il lavoratore ha una potestà connessa a un dovere inderogabile di solidarietà. Ed esercita wuel diritto in nome e per conto del malato e a spese della collettività. Invece molti la utilizzano per fare ferie aggiuntive. Ecco nel mondo della scuola, nel pubblico impiego e nel sud, aree estreme dove il divorzio tra diritti e doveri è più evidente, il 26% del personale usa la 104 (ma in alcune regioni meridionali arriviamo al 40%) mentre nell’impresa privata ci si attesta al 3%. Questo vorrà pure dire qualcosa.

L’intervista a Barbano è finita. E forse quando sara pubblicata sara stato licenziato. Ma prima mi legge un suo post su Facebook. Una sorta di invettiva contro “l’estetica della miserabilità” (altra cosa dalla miseria), intenta a profanare simboli (come l’auto blu) che sono forma, stile e sostanza della democrazia. Ben altra cosa dai privilegi come i vitalizi a cui non corrispondono contributi adeguati. Quelli sì da abbattere. 

“Vorrei che un bambino di 11 anni pensanal suo futuro guardasse gli esempi virtuosi di gente che rappresenta il potere e ne incarna la parte migliore, e non guardando a chi sta in alto con invidia e spirito distruttivo”.

L’intervista l’ho letta sul rotocalco ‘Le Frecce’ che trovate sgualcito su ogni sedile della ‘metropolitana d’Italia’. Di seguito troverete l editoriale di commiato dai lettori del Mattino. (Gcs)

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