Facciamo un congresso vero perchè senza lottare si va al tre percento – di Giancarlo Santalmassi

Emanuele Macaluso intervistato da Alessandro Di Matteo

 

«Io non ero certo ottimista, non vedevo segni di ripresa tali da giustificare un’inversione di tendenza».

Emanuele Macaluso, si aspettava questo crollo del Pd? Nel partito qualcuno pensava che il peggio fosse passato…

«Non mi aspettavo questo risultato e vedo la destra andare verso un sistema che somiglia a quello di Orbàn. Non parlo di Mussolini, non c’entra niente. È il modello della cosiddetta democrazia illiberale…».

Il Pd ha sbagliato a non fare il governo con M5s per frenare questa destra?

«Io ero favorevole ad andare a vedere, anche se non credo ci fossero le condizioni per fare il governo con loro. Però verificarlo era un modo per parlare all’elettorato, dire: abbiamo discusso, non abbiamo avuto un pregiudizio. Ma Renzi ha detto “non si fa niente”…». 

Ma non c’è più la sinistra, o semplicemente gli elettori di sinistra non credono più ai partiti progressisti?

«Io penso che da anni non ci sia più una forza di sinistra con una forte identità. C’è stato il transito dal Pds ai Ds, dai Ds al Pd… Questa somma di pezzi della sinistra Dc con pezzi di ex appartenenti al Partito Comunista non ha un collante politico culturale. Non l’ha mai avuto. Il Pd non è un partito, ma un aggregato politico elettorale. La sinistra non è abituata a questo…». 

Cioè il Pd non è più progetto attuale ed è meglio archiviarlo per ricominciare da capo? Bersani e D’Alema hanno provato con Leu, non è andata benissimo…

«Il Pd non è mai stato attuale, ma è l’unico aggregato politico che oggi c’è. Questi della scissione hanno fatto delle cose… Renzi li voleva mandare fuori e loro volevano andare fuori. Su questo erano d’accordo. Io non penso che fuori dal Pd ci sia la possibilità di costruire un altro partito. O si riesce a fare una battaglia politica in questo partito che c’è, o si va al 2-3% come Leu… Sono senza significato. Le nostalgie non pagano, ci vuole l’identità di una forza di sinistra del 2020, non quella del Pci». 

La mancanza di identità è colpa di Renzi?

«Renzi ha fatto errori gravi, il più grave è stato dividere il partito tra amici e nemici. Ha aderito al Pse, ma è stata un’adesione formale. Le ideologie sono finite, ma un partito di sinistra senza un’idea di società… Che partito di sinistra è?».

Come si riparte? Magari con Renzi che fa un partito alla Macron e gli altri che ricostruiscono la sinistra, per poi allearsi?

«Si dovrebbe fare un congresso, ma vero, non con le primarie. Il Pd è l’unico partito europeo che fa le primarie per il segretario. Serve un dibattito vero, su mozioni diverse. Gentiloni, Calenda e altri come Delrio sono persone di qualità, possono guidare il partito. Ma manca il collettivo. Renzi ha assunto una posizione che considero rovinosa, per lui e per il partito. Il Pd è paralizzato. Non è solo colpa di Renzi, ma questo “essere e non essere” di fatto blocca il partito: lui vuole essere ancora il leader e non lo è. Dice che non lo è, ma lo fa. Impedisce ad altri di farlo. Si decida: vuole fare un partito centrista? O vuole fare la battaglia nel Pd? Faccia la sua mozione, il congresso serve a questo». 

 

La Stampa

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