Ricolfi dixit, a proposito della nostra politica – di Giancarlo Santalmassi

Luca Ricolfi

 

Può anche darsi che questa sia la volta buona.

Buona non già nel senso che entro uno o due giorni avremo un governo Lega-Cinque Stelle (esito sulla cui bontà le opinioni divergono), ma nel senso che non dovremo più assistere all’ennesima richiesta al Presidente della Repubblica di ancora qualche ora, ancora qualche giorno, ancora una settimana. Se le cose andranno come hanno promesso, lunedì Salvini e Di Maio, esauriti i riti delle consultazioni delle rispettive basi, si decideranno a dire al Capo dello Stato se intendono fare un governo insieme o se avevano scherzato.

Non vorrei essere nei panni di Mattarella. Egli si troverà infatti di fronte a due anomalie. La prima è di dover nominare un presidente del Consiglio che, anziché scegliere i ministri e mettere a punto un programma di governo, si dovrà semplicemente limitare a recepire quello che hanno deciso due capi-partito; con quale autorevolezza un presidente del Consiglio così insignito possa guidare il Paese e difendere gli interessi italiani in Europa è facile immaginare. La seconda anomalia è che nel programma mancano del tutto indicazioni chiare sulle coperture dei molti e assai costosi provvedimenti annunciati, il che rende il programma semplicemente non giudicabile.

Nessuno può essere ragionevolmente contrario alla riduzione delle tasse, o a dare un sussidio ai disoccupati, o a godere di più anni di pensione: la domanda, però, è a scapito di chi, visto che le risorse non piovono dal cielo.

C’ è poi naturalmente il secondo scenario.

Fra oggi e lunedì Salvini potrebbe convincersi che per la Lega è preferibile tornare al voto (i sondaggi danno il centro-destra al 40%, ovvero in grado di governare da solo). Oppure potrebbe succedere che programma, presidente del Consiglio e nomi dei ministri non passino il vaglio del Presidente della Repubblica, e che Mattarella decida di usare i poteri (e la crescente popolarità) di cui dispone per riportare il Paese alle urne.

Comunque vada, però, c’è almeno una cosa di cui, forse, dovremmo cominciare a prendere atto: in questi tre mesi il sistema politico italiano è cambiato profondamente, e per certi aspetti in modo irreversibile. Prima del voto si poteva ancora pensare che, fondamentalmente, il sistema politico fosse diventato tripolare: centro-destra, centro-sinistra, Cinque Stelle. I cinque Stelle erano riusciti, unico caso significativo in Europa, a mantenere una sorta di equidistanza fra destra e sinistra.

Una equidistanza, o irriducibilità, che quasi tutti i partiti populisti rivendicano, ma che altrove non impedisce agli elettori di percepirli abbastanza chiaramente su uno dei due versanti politici fondamentali: i francesi pensano che il Front National di Marin Le Pen stia a destra, qualsiasi cosa ne pensi lei; spagnoli e greci pensano che Podemos e Syriza stiano a sinistra, per quanti sforzi leader come Iglesias e Tsipras facciano per sottolineare la loro assoluta novità e distanza dalla sinistra classica.

In Italia no, in Italia Grillo è riuscito nel miracolo di costruire una formazione politica in cui potesse specchiarsi e identificarsi chiunque, quale che fosse la propria matrice ideologica o culturale.

Il movimento Cinque Stelle ha funzionato, finora, come il test di Rorschach. Così come, nelle macchie volutamente ambigue del test, ogni paziente può vedere cose diverse, e finisce per proiettare le proprie ansie e i propri sogni, così nel movimento di Grillo ogni elettore ha visto cose diverse, spesso proiettando i propri desideri. E’ così potuto accadere che in esso, oltre a qualunquisti, arrabbiati, idealisti, si siano identificate persone genuinamente di destra o di sinistra, semplicemente deluse (come dar loro torto?) dalla destra e dalla sinistra ufficiali, e speranzose che nel movimento di Grillo le proprie idee potessero, finalmente, trovare l’ ascolto che meritavano.

Ora non più: dopo quel che è successo in questi 75 giorni, il Movimento Cinque Stelle non potrà mai più essere visto come prima, ovvero come un oggetto simbolico su cui chiunque può proiettare una buona parte di sé stesso.

L’ immagine di purezza e di neutralità si è dissolta quando Di Maio ha dichiarato esplicitamente di essere disposto sia a un governo con la Lega, sia a un governo con il Pd: da quel momento l’ elettore sa che il voto ai Cinque Stelle potrà essere giocato su due tavoli che, in molti, continuiamo a percepire come alquanto diversi, se non opposti.

L’ immagine di sinistra si è dissolta quando, fallito l’ accordo con il Pd (ed eventualmente con Leu), Di Maio si è rivolto risolutamente a Salvini e alla Lega, gettando nella costernazione quanti, intellettuali e comuni cittadini, avevano creduto (o voluto credere?) che, in fondo, i Cinque stelle altro non fossero che una sinistra più pura, meno compromessa con il potere, meno serva di Berlusconi.

Visti da questa angolatura, i 75 giorni che ci separano dal voto non sono passati invano. In essi, infatti, sono naufragate due eventualità che, ancora poche settimane fa, erano perfettamente aperte. La prima è la nascita di una sinistra di tipo nuovo, egemonizzata dai Cinque Stelle, con il Pd in posizione subalterna. La seconda è la sopravvivenza del tripolarismo, grazie alla natura ambivalente del grillismo.

Oggi un’ alleanza Cinque Stelle-Pd è resa inconcepibile dal peccato originale dell’ alleanza con Salvini, che a sinistra si continua a concepire come il diavolo. Ma altrettanto problematica è la sopravvivenza del tripolarismo: alle prossime elezioni i Cinque Stelle, proprio perché si sono mostrati disponibili ad ogni alleanza pur di conquistare il governo, non potranno più sottrarsi alla domanda: ma se ti do il voto, come lo userai? il mio voto al Movimento è un voto regalato alla destra o alla sinistra?

Certo, per metabolizzare fino in fondo quel che è successo, ci vorrà un po’ di tempo. Ma tutto fa pensare che, in caso di elezioni, nulla potrà essere come prima. Il Movimento Cinque Stelle manterrà una sua forza, specie nel Mezzogiorno, ma non potrà più calamitare come in passato gli elettorati di destra e di sinistra. Chi si sente di destra non potrà fidarsi granché di una forza politica che mette sullo stesso piano la Lega e il Pd. Chi si sente di sinistra non potrà continuare a vedere il movimento Cinque Stelle come una sorta di sinistra più sanguigna e più popolare.

Di qui, a mio parere, una certa asimmetria fra i destini delle due forze più moderate e meno anti-europee, ovvero Forza Italia e Pd. Con una destra solidamente seduta sul 40% dei consensi, ma ben poco propensa a rinnovarsi, la quota di Forza Italia dipenderà essenzialmente da come andrà l’ avventura di Salvini, i cui voti potrebbero aumentare in caso di successo, e rifluire parzialmente su Forza Italia in caso di insuccesso. Quanto al Pd, è difficile non pensare che una parte dell’ elettorato che ha scommesso da sinistra sui Cinque Stelle finisca per ritornare all’ ovile, o per rifugiarsi nel non voto. Sempre che, a sinistra, non nasca qualcosa di nuovo e di diverso, che non sia il solito cartello di vecchie glorie.

Il Messaggero

2 Commenti a Ricolfi dixit, a proposito della nostra politica – di Giancarlo Santalmassi

  1. Stefania 19 maggio 2018 at 16:40 #

    Non sono d’accordo, il pd saldamente in mano a Renzi , ha buttato 5**** in braccio alla lega, non c’e Stata nessuna possibilità, è chiaro che di Maio voglia andare al governo facendo pesare i voti presi, perché c’e Bisogno di un cambiamento è solo loro potranno farlo , vengo dal pc ed ho dovuto astenermi dal voto nel passato recente in Liguria burlando paita ecc , oggi mi sono fatta coraggio e con fatica li ho votati , forse chi scrive è anche lei direttore Santalmassi non catturare la rabbia , una rabbia furiosa che c’e In giro, , visto che alcune ideologie la sinistra se l’e Mangiate la voglia di cambiare l’abbiamo Vista nei 5 **** . Grazie e saluti

  2. andrea dolci 20 maggio 2018 at 11:47 #

    Il M5S è un fantastico esperimento politico e inizio a pensare che Casaleggio padre sia stato uno dei massimi conoscitori dell’animo e della testa del popolo italiano.
    Non credo che sia né di destra né di sinistra, semplicemente mi sembra totalmente ( e pericolosamente) apolitico; di sicuro è totalmente antidemocratico per lo meno nel senso di una moderna democrazia liberale fondata su regole, pesi e contrappesi. Nel M5S vince la finta democrazia diretta in cui il popolo, ma sarebbe il caso di dire uno sparuto gruppo di militanti, ha il diritto di avallare acriticamente le decisioni del capo che peraltro non si sa bene chi sia e come sia stato nominato.
    In un paese normale si parlerebbe di assolutismo, di dittatura, di antidemocrazia, di fascismo ma nel paese dove a scuola non si insegna neanche l’abc dell’educazione civica, diventa normale che il 32% degli elettori creda che si tratti di “vera Democrazia”.
    Probabilmente questa situazione è anche la conseguenza di una totale assenza di cultura politica, anestetizzata da 50 anni di democrazia bloccata in cui si votava per la religione di appartenenza a cui sono seguiti altri 20 in cui lo scontro era tra berlusconiani e antiberlusconiani.
    O forse non è neanche ignoranza e si tratta solo della tendenza che abbiamo a guardare molto indietro e poco avanti, a rimuginare il passato invece di pensare ad un futuro diverso. In fondo i due programmi dei M5S non fanno altro che ripromettere un gioioso ritorno al passato, con l’esplosione delle cliente al sud, salari gratuiti per tutti, posti di lavoro inventati ( vedi chiusura ILVA) grazie alla rinascita delle PPAA e il ritorno alla liretta che tante gioie ha dato ai signori Brambilla che guadagnavano sull’inflazione. Un perfetto scenario sudamericano che Andreotti propugnava nelle ultime fasi della sua interminabile carriera politica e d’altra parte non ci vuole molto a capire che il rinnovamento proposto non ha nulla di nuovo perchè alla fine si riduce tutto al solo cambio dei manovratori quando invece sappiamo da almeno 20 anni che la nave Italia è conciata male e necessita di una profonda revisione.
    Andreotti conosceva bene gli italiani e Casaleggio e Salvini hanno saputo trarne la giusta ispirazione perché noi nella malattia non cerchiamo il medico bravo ma piuttosto quello che ci rincuora e ci dà la cura più gradevole ancorché inutile se non dannosa.
    Speriamo non debba intervenire il chirurgo, ovvero la Troika, per salvarci dal baratro.

    P.S. Gobetti diceva che il Fascismo fosse l’autobiografia di una nazione; spero non sia un triste profezia.

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