Da non perdere: Filippo Facci su libero spiega perchè non si puo escludere – anzi – che i 5stelle facciano peggio degli altri – di Giancarlo Santalmassi

Potrebbe essere il governo più pericoloso, reazionario, di destra fascistoide, forcaiolo, una cosa tra il Sudamerica e l’ex Unione Sovietica, il peggio del bassoventre leghista di fine anni ’80 unito al peggio dell’ignoranza pentastellata che invece è attualissima. Salvini e Di Maio, insieme, ritrovano e anzi raddoppiano i loro grezzi semplicismi giovanili – pure con la salsa roussoiana della volontà del popolo – e fanno tutt’uno col linguaggio fanatico che si pensava confinato ai talkshow.

Osservatori e giornalisti sono stati così presi dall’irridere formule e prassi (il contratto, un premier come dettaglio, il doversi occupare di uno come Di Maio) da non prendere sul serio la possibilità che una parte del programma la possano anche attuare, secondo la logica che abbattere è più facile che costruire; lo stesso riflesso pavloviano giornalistico (nei giornali si programmano gli stessi articoli: che sia Churchill o Di Maio) peraltro è ormai saldato col linguaggio televisivo di opinion maker che contano più dei politici, ma che sono selezionati (e linkati) per le loro durezze e crudezze, non per la semplice conoscenza dei fatti.

Oggi, per prendere applausi, basta l’idiozia secondo la quale Salvini e Di Maio «peggio degli altri non possono fare». Possono eccome, anche se tutti si soffermano solo sui soldi, sulle ingenuità, sulle coperture mancanti o improbabili, sulla vendita di beni pubblici per 200 miliardi di euro (praticamente la famosa Sardegna venduta dal Tremonti reinterpretato da Corrado Guzzanti) e il resto passa in secondo piano: anche se sono le uniche cose che potrebbero davvero riuscire a fare.

Chi ha letto il contratto l’ha catalogata sotto “Giustizia”, ma sarebbe come liquidare la vita nell’ex Germania Est come una faccenda di codici e tribunali. Più che giustizia sarebbe vita quotidiana e civile: quanto la tua giornata sia controllata, se gli interlocutori siano agenti provocatori sotto mentite spoglie, se in qualsiasi momento una persona potrebbe denunciarti per un fatto accaduto 40 anni fa. Non è vero che nel contratto prevale una visione “davighiana” in stile Cinque Stelle: Piercamillo Davigo è un magistrato, sa di che parla, saprebbe fare la tara tra certe semplificazioni da bar e il reale funzionamento della giustizia; questi due, invece, non essendo dei tecnici, hanno orecchiato e ci hanno messo la firma.

1) «Per garantire il principio di certezza della pena è essenziale abrogare tutti i provvedimenti emanati nel corso della precedente legislatura, tesi unicamente a conseguire effetti deflattivi in termini processuali e carcerari a totale discapito della sicurezza della collettività». Piazza pulita del nuovo Ordinamento gudiziario, insomma: una riforma attesa per 40 anni e resa necessaria anche dalle condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo, oltreché dalle note condizioni subumane di molte nostre carceri. Disegnato da circa duecento esperti, e visto di buon occhio anche dal neo presidente della Camera Roberto Fico, fu definito un obbrobrio sia da Salvini sia dal candidato guardasigilli dei Cinque Stelle, Alfonso Bonafede. Prevedeva, anzi, prevede: colloqui con i parenti anche via Skype, ora d’aria da 2 a 4 al giorno, gay e trans in un braccio a loro dedicato, integrazione dei detenuti stranieri con corsi di lingua italiana, ispezioni nelle cavità corporee solo da parte di personale sanitario che riguarda anche i detenuti preventivi, possibili innocenti e poi no al piantonamento obbligatorio in ospedale se non ritenuto necessario dal magistrato, alimentazione degli stranieri rispettosa del loro credo, detenuti over 70 ai domiciliari anche se sono delinquenti abituali o plurirecidivi, revi- sione in senso permissivo dell’accesso alle misure alternative ed eliminazione degli automatismi che impediscono ai recidivi benefici e permessi premio; per gli ergastolani, in particolare, permessi premio dopo i primi 5 anni di detenzione (ora è dopo 10) e semilibertà dopo 20 anni.

Sono tutte misure che non piaceranno anche a tanti lettori di questo giornale, e in generale a chi considera il carcere come un impedimento fisico a delinquere o un posto dove andare a star male: ma sinchè ci teniamo l’articolo 27 sulla funzione rieducativa della pena,

(…) all’altro di giudizio, con la conseguenza che un processo potrà durare anche più di un decennio senza che i reati si prescrivano. E la riforma “carioca” non potrà che essere ancor più punitiva, condannando l’imputato alla sofferen- za ulteriore di vedersi sotto accusa secula seculorum. Un conto è la certezza del- la pena, principio col quale siamo pienamente d’accordo, un altro è anticipare quella pena costringendo l’imputato a decenni di processi. E in tutto questo ricordiamoci che, per la nostra Costituzione, l’imputato è presunto innocente fino a sentenza passata in giudicato. E se il reo fosse assolto? Anni e anni di processi (alla cui durata influirà in modo determinante la riforma della prescrizione) per poi essere dichiarato innocente ma aver subito ugualmente, e in via anticipata, la pena di dover sopportare un processo lunghissimo.

Altra riforma proposta nel “contratto” – che collide con la nostra civiltà giuridica – è quella della revisione del rito abbreviato, non consentendone l’applicazione (così c’è scritto) quando il reato commesso è punito con la pena dell’ergastolo. Il rito abbreviato consente di condannare l’imputato ad un massimo di 30 anni di reclusione (non sono noccioline) ed evita al “sistema giustizia” anni di processo in primo grado, infatti il rito abbreviato si risolve – il più delle volte – in una sola udienza. Se v’è certezza della pena, obiettivo del contratto di governo, a cosa serve riformare in peius il giudizio abbreviato?

Altro grosso limite del “contratto” è il voler abolire la norma introdotta da qualche anno sulla “non punibilità per particolare tenuità del fatto”. È una norma che evita di comminare condanne ai ladri di polli o a chi ha commesso reati bagatellari o per necessità. Abrogare questa norma e impedire qualsiasi “svuota carceri” produrrà l’effetto di affollare ancor di più le patrie galere ledendo ulteriormente i diritti umani dei condannati. È pur vero che il “contratto” prevede un programma di edilizia penitenziaria (costruzione di nuove strutture), ma ci vogliono anni, se non decenni per realizzarlo.

Del diritto penale forse non si può fare a meno perché gli uomini non sono an- geli, ma il diritto penale deve essere mi- nimo: «Il dolore del reo è solo un male necessario che, privo di ogni bontà intrinseca, deve essere il minore possibile» (Beccaria). In altre parole deve essere un diritto che sia sempre rispettoso della dignità dell’ infrattore. Umanizzare il diritto penale è stato il compito dell’Illuminismo giuridico. E qui, da Nord a Sud, con Beccaria e Filangieri, l’Italia è stata la rotta maestra per tutta l’Europa. Su questo indietro non si torna. La “neutralizzazione” del condannato sviluppata nella dottrina statunitense lasciamola agli americani. Noi abbiamo un’altra cultura giuridica, di cui dobbiamo andare fieri.

Gaffe di Silvio Berlusconi al termine di un comizio elettorale ad Aosta. Al momento degli omaggi, il coordinatore regionale di Forza Italia, Massimo Lattanzi, tutto orgoglioso mostra «il nostro cuore», un’opera realizzata «da un’artista candidata», poi «un simbolo della Val d’Aosta», che non si capisce bene se sia una mucca in miniatura con delle ruote, «che spero possa mettere…». A un certo punto il Cavaliere lo interrompe: «Posso scegliere io? Preferisco lei», rivolgendosi alla ragazza che gli sta porgendo i regali e che sgrana gli occhi, guardando proprio Lattanzi. Il dirigente azzurro replica subito: «E’ mia figlia», aggiungendo una battuta peggiore: «Sei un buongustaio».

Per uscire dall’imbarazzo, benchè il pubblico applauda, Lattanzi vuole dedicare «l’ultimo pensiero a un artista valdostano scomparso». Non riesce però a dire il nome. Ancora Silvio: «Cosa bisogna inventarsi per far finta di essere… ancora giovani».

Beh, l’obiettivo resta scoraggiare le recidive e convincere che di delinquere non vale la pena. Così, però, sarebbe un colpo di straccio su sconti di pena, semilibertà, condizionali, permessi vari, perizie psichiatriche: strumenti che non piacciono a chi parla di insicurezza “percepita” anche se le leggi garantiste va detto che funzionano; le evasioni in Italia sono al minimo e i vari benefici si sono rivelati il miglior modo di ripulire le strade dalla delinquenza. Ma sui giornali le eccezioni eclatanti diventano regola. Impedire gli sconti di pena a priori, oltretutto, presto a tardi farebbe esplodere sul serio le galere.

2) Potenziamento delle intercettazioni. Su questo non diciamo più niente: che vuoi potenziare ancora? Nel dicembre scorso il governo Gentiloni ha cercato di metterci una pezza (moltiplicando i controlli, ma soprattutto rendendo tutto più complicato) per limitare i record mondiali del Paese che vanta 76 incercettazioni ogni 100.000 abitanti, 140 volte più che negli Usa. I dati a disposizione sono pochi, ma in Italia nel 2015 sono state realizzate 132.749 intercettazioni, che erano quattro volte quelle francesi e quaranta volte quelle inglesi. Ora ne vorrebbero di più.

3) Aumento delle pene per i reati contro la pubblica amministrazione. Tutti i dati disponibili a livello mondiale spiegano che a un aumento delle pene non corrisponde un calo di certi reati: tuttavia resta questa la risposta media che viene fonita dai governanti (nuovi e vecchi, in realtà) a fronti dei problemi della sicurezza anche poco “percepita”, tema a cui leghisti e grillini tengono molto anche se riguarda spesso dei reati in netto calo (omicidi, rapine, stupri) che però hanno sempre molto spazio mediatico.

A proposito di corrotti e corruttori, vera ossessione simbolica dei forcaioli, il proposito è allungare i tempi della prescrizione anche se rappresentano solo il 3,5 per cento delle prescrizioni totali annue: niente. Il problema dei tempi della giustizia, insomma, verrebbe affrontato allungandoli ancora di più. Il Daspo per corrotti e corruttori in teoria era un vecchio pallino di Renzi, che però poi cambiò idea: ossia quando, nel 2015, un emendamento grillino tradusse il proposito in una norma penale. Il riferimento era a due o tre vecchi protagonisti di Tangentopoli che erano tornati nelle indagini su Expo, ma in realtà erano riemersi non come appaltanti pubblici, bensì come consulenti ed esperti in furbate ai limiti della legge. Ma fa lo stesso. Persino il Pd e la maggioranza alla fine votarono contro il Daspo, provvedimento ritenuto troppo severo per un Paese dove l’inciampo giudiziario capita spesso anche a imprenditori in buona fede.

4) Agenti provocatori e sotto copertura. L’agente provocatore è un poliziotto che proponga a terzi, a scopo investigativo, il pagamento di denaro in cambio di possibili rea- ti. A parte il concetto – lo Stato che istighi reati – i problemi sono sempre stati la responsabilità penale del provocatore, quanto possa essere genuina una prova raccolta e anche qualche problema costituzionale. C’è anche una questione di filosofia del diritto: da noi si tende a concepire la sanzione penale come una risposta a un reato com- messo in piena autonomia, non interessa saggiare e stimolare l’attitudine a delinquere del prossimo. Ma questo vale anche nella maggior parte dei Paesi cosiddetti civili. Più possibilista l’ipotesi dell’agente sotto copertura, che in Italia trova spazio nelle indagini antidroga e antimafia: e perché non per la corruzione? È una delle tesi di Piercamillo Davigo e del Fatto Quotidiano, ma la Cassazione non ne ha mai voluto sapere. Avere agenti infiltrati anche nella vita civile (non in ambienti narco-mafiosi) comporterebbe un impatto ben diverso nella vita di tutti i giorni. Insomma, gli operatori del diritto nazionali e internazionali concordano nel trovare incompatibili col nostro sistema giuridico soluzioni del genere. Delle precise pretese di Salvini di poter sparare in casa propria o fuori, rivedendo i limiti della legittima difesa, parleremo un’altra volta.

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