Come Ferrara spieghi lucidamente perche Mattarella la stia facendo fuori dal vaso (Costituzionale) – di Giancarlo Santalmassi

La Costituzione violata e il silenzio del Quirinale

La nomina del capo del governo e i deliranti negoziati basso partitocratici in corso. 

Caro presidente, questa non è più una Repubblica bene ordinata: è una pagliacciata. Ed esserne promotori diventa un rischio, per tutti noi.

E’in corso una evidente violazione della Costituzione. Il capo dello stato, Sergio Mattarella, ha il compito di custodire la regola di base della Repubblica, la carta di regole varata nel 1948 a istituzione del sistema parlamentare. Questo compito non è da lui assolto. Al contrario, il suo comportamento è perno centrale della violazione. Sapete di che cosa parlo. E’ diritto e dovere del Quirinale nominare il capo del governo e, su sua proposta, i ministri. Questo diritto e dovere non è assolto, è esplicitamente negato. Al contrario fervono, favorite da un atteggiamento dilatorio e neghittoso di Mattarella che disapplica la norma fondamentale dello stato, negoziati basso-partitocratici tra due capi fazione insigniti di questo potere da sé stessi. Può essere che compongano una maggioranza parlamentare, ma devono farlo per decisione motivata e responsabile che produce un incarico istituzionale, e devono rispondere all’incaricato e al suo mandatario, il capo dello stato, di ogni trattativa politica, il cui esito finale per di più è demandato al voto libero e senza mandato dei parlamentari, non al pronunciamiento paragolpista di una società di marketing politico privato intitolata a Rousseau.

Non formulo giudizi di valore. Mattarella poteva anche dare l’incarico a Rocco Casalino, del Grande Fratello, il primo depilato d’Italia, in base alla sua autonoma valutazione politica, con o senza l’ausilio di prassi delle consultazioni, ma non poteva e non può assentarsi nella dilazione, dopo che il segretario generale del suo Quirinale si fece beffare dalla presentazione anticipata di una simil-lista di simil-ministri prima delle elezioni da parte di un candidato come Di Maio, e lasciare che i due capi dei partiti che hanno ottenuto folgoranti risultati elettorali facciano come gli piace a scorno e al di fuori delle norme costituzionali, concordando direttamente e senza la sua capacità di decisione il nome di un presidente del Consiglio e magari dli stessi ministri lottizzati nei talk show. Non parlo di cose meno rilevanti in apparenza, ma meno esplicitamente definibili come il rispetto dei trattati internazionali, la sicurezza dello stato che è nelle mani del presidente del Consiglio supremo di difesa, i poteri e i doveri di persuasione ed esternatione del presidente. Parlo di un ptere giuridicamente fondato sulla Carta, decisivo agli effetti del funzionamento della Repubblica e di preservazione del suo carattere democratico.

Fosse vivo Pannella, saremmo alla seconda settimana di sciopero della fame e della sete. Avremmo l’obbligo di discutere severamente della questione, cruciale per il senso stesso di una democrazia liberale. Nessuno può sequestrare, per ignava rinuncia, un potere decisivo come quello di stabilire chi e in relazione a quali scopi di interesse generale è incaricato di formare un governo e proporne i ministri. E’ una cosa evidente, un sillogismo senza varianti sofistiche, è una faccenda così palese che la sua dissimulazione nell’indifferenza generale ne aumenta la drammatica serietà. Anche in vigenza di leggi elettorali maggioritarie, quando è cosa nota che ha vinto alle elezioni una coalizione con un candidato alla presidenza del Consiglio, è poi solo la decisione di incarico del Quirinale che conferisce legittimità politica piena a operare per la formazione di un esecutivo. Anche la ratifica di un voto popolare univoco è una scelta. Ma con le Camere elette sulla base di una legge per due terpzi proporzionale, e con la situazione concreta delle forze in campo, lasciare che a decidere del governo, in assenza di una scelta del capo dello stato, siano i timbri incerti di Berlusconi, le voglie di Salvini e le ambizioni di Di Maio, tutte cose dispiegate en plein air in una trattativa integralmente extracostituzionale, è una rinuncia alla funzione di guida istituzionale che tradisce, dico tradisce, lo spirito e la lettera della Carta, e apre la strada alla delirante pretesa di assoggettare alla cosiddetta piattaforma Rousseau l’esito finale della questione. Questa, caro presidente, non è più una Repubblica bene ordinata, non è più una democrazia guidata da norme, è una pagliacciata di cui lei, che ha fatto della responsabilità, del ritegno, della prudenza, il proprio segnacolo, si sta rendendo incautamente promotore e vessillifero.

Giuliano Ferrara – Il Foglio

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