C’è del metodo nella follia di Salvini, e c’è della fesseria nell’opportunismo di Di Maio – di Giuliano Ferrara

C’era del metodo in quella follia. A non riconoscerlo, nel doppio senso della parola riconoscere, individuare e comprendere, si commette un errore di sottovalutazione del rischio vissuto con l’avventura alla quale siamo provvisoriamente scampati. Il metodo Salvini (Di Maio è solo un fessacchiotto molto ambizioso e opportunista, cocco delle tricoteuses delle televisioni) è stato questo: io sono #bastaeuro, ma lo dico e non lo dico, almeno in campagna elettorale mi butto sopra tutto sui negher (Prima i maliani!, ricordalo Matteo pensando intensamente al signor Gassama, quello senza permesso di soggiorno che ha salvato un bambino inerpicandosi per quattro piani), poi al momento giusto tiro fuori Paolo Savona e il piano B. E dov’è il metodo? E’ qui. Se voglio governare alla Trump, nella logica di una rottura strategica ribadita con il plebiscito twittarolo di ogni giorno, se voglio agire da buon lepenista “au nom du peuple”, allora devo sputtanare centotrenta miliardi di spesa pubblica per travolgere pensioni e sistema fiscale, e soddisfare attese neoclientelari, e devo annunciarlo subito in forma rigorosa, per “contratto”. Ma se voglio far questo devo sfidare l’Unione europea, settant’anni di solidarietà impicciosa ed esigente, fatta di pace prosperità e squilibri, devo mettermi in condizioni di farlo e questo mi è possibile solo agitando la bandiera di un possibile, probabile Italexit: il professor Savona all’Economia, uno stranamore simpatico con curriculum e fiocco, è stato questo tentativo di fare un governo nel segno di una rottura, costi quel che costi. Chi si domanda, ma perché non hanno messo Giorgetti? si fa la domanda sbagliata e non comprende, non individua il metodo nella follia. Il numero due di Salvini è un politico, non un garante della rottura in Europa come rischio e come metodo. E’ un metodo che an- dava stroncato per quanto legittimo, punto. Infatti costa un rischio di catastrofe per tutti e lo si può attuare soltanto intimidendo e annientando le funzioni di garanzia del presidente della Repubblica illegittimo e illegale. In limine mortis, dopo molti errori di passività formale, il Quirinale lo ha capito, e merita infine gratitudine.

Ora il maggior numero possibile di italiani, ragionando, ché non c’è altro da fare, può capire che la masnada arrembante grillina ha fatto promesse che sapeva di non poter mantenere, mentre Salvini voleva mantenere la grande promessa di rottura, dissimulata in campagna elettorale ma consustanziale alla sua identità di caporione nazional-populista. Per questo i primi volevano salvare comunque il governo del professor Conte, Savona o Giorgetti chissenefrega, al contrario di Salvini che era disponibile a un’impresa quasi disperata, che poteva travolgerlo di brutto, liquidando la fiducia universale nel paese degli scrocconi, solo a patto di poter andare fino in fondo impadronendosi del potere di decisione, alla Trump o alla Le Pen, in un sistema istituzionale fondato su una divisione dei poteri in cui all’esecutivo tocca un potere decisamente minore che negli Stati Uniti o in Francia, quale che sia la maggioranza parlamentare che lo sostiene. L’umiliazione del sistema, annunciata e garantita da un nome, era decisiva per lui, era il suo meto- do, appunto. Capito questo, bisognerà che in un’estate politicamente torrida la platea elettorale si metta bene in agenda il conto delle perdite sociali e famigliari e individuali cui saremmo obbligati dall’avventura antieuro. Vediamo se televisionisti e scribacchini capaci di passare il loro tempo ad ascoltare monologhi grillozzi e comizi salviniani, dando il culo ai provocatori per il gusto di un punto di share in più o di una copia in più, per rancore o vanità, sapranno far tesoro dell’esperienza malmostosa e torbida in cui hanno contribuito a gettare l’Italia. I pentimenti dell’ultima ora sono stati tanti, mercati e portafoglio parlano a imprenditori, editori e portavoce vari con decisa eloquenza. Vediamo. Non sono ottimista, ma che la posta non sia un generico eu- ropeismo, bensì la più concreta distruzione di un profilo nazionale affermatosi in settant’anni, e generatore di crescita sociale e civile, dovrebbe essere ormai chiaro.

Il Foglio

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