Spotify dimostra com non esita una Europa – di Stefano Micossi

Titoloni a tre-quattro colonne su tutti i giornali del mondo celebrano la quotazione di Spotify al New York Stock Exchange (NYSE), che ha completato l’Offerta Iniziale di Acquisto con una valutazione di oltre 26 miliardi di dollari – in un momento di mercato non proprio favorevole alle aziende tecnologiche, dopo lo scivolone in borsa di Facebook e degli altri giganti del mondo digitale. Spotify è l’azienda leader nei servizi di streaming di contenuti musicali; fondata nel 2008, nel 2017 ha fatturato circa 4 miliardi di euro e finora ha sempre perso denaro. In questo, non è una storia diversa dai suoi illustri predecessori tecnologici. La quotazione però si segnala per due caratteristiche speciali. La prima è che la quotazione è stata effettuata con accesso diretto agli investitori, senza cioè un consorzio di collocamento, consentendo alla società enormi risparmi delle spese di collocamento. Il processo di price discovery presso gli investitori potenziali è stato svolto dal NYSE, con pieno successo. Naturalmente, non è una buona notizia per le banche d’affari.

La seconda caratteristica che vale la pensa sottolineare è che Spotify è una società fondata in Svezia da un giovane imprenditore svedese (ha 35 anni), è registrata in Lussemburgo e pubblica i suoi conti in euro secondo i principi contabili internazionali (IFRS e non US-GAAP). I suoi utenti sono in maggioranza europei. Perché, dunque, la società ha scelto di quotarsi a New York? Semplicemente perché un mercato azionario paneuropeo dove lanciare l’offerta non esiste; la sola possibilità sarebbe stata di quotarsi nel suo mercato di residenza, secondo le regole di quotazione locali, e poi notificare la quotazione ad altre 27 autorità nazionali, naturalmente provvedendo a ciascuno la versione della documentazione in lingua locale e secondo le norme locali. Né l’ESMA, l’autorità europea per i mercati finanziari, ha i poteri per autorizzare e sorvegliare una tale quotazione. Ci siamo riempiti la bocca con il progetto dell’Unione del Mercato dei Capitali, ma quel che abbiamo è una miriade di piccoli giardini, presidiati da piccole autorità gelose delle competenze nazionali.

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