Lega più M5S, ovvero la maggioranza del disastro – di Ernesto Auci

Molti commentatori politici in TV e sui giornali stanno più o meno apertamente, facendo il tifo per la nascita di un governo 5 Stelle- Lega. Tutti si appassionano alle interpretazioni delle mezze frasi pronunciate da questo o quel protagonista, come ad esempio quella del patto scritto alla tedesca, come si si trattasse di una cosa rivoluzionaria, dimenticando che Prodi aveva fatto sottoscrivere ai partiti della sua coalizione un programma di quasi 200 pagine, che poi però non ha impedito la caduta del suo governo dopo appena due anni. Altri si avventurano alla individuazione dei punti di convergenza tra i due partiti che hanno “quasi vinto” le elezioni, ricavando con soddisfazione la messa in evidenza di molti punti di contatto, dal sovranismo , all’interventismo statale sull’economia come si comincia a vedere sul caso Telecom o come si prefigura per l’Alitalia o per l’Ilva, nonché per la creazione di una fantomatica banca pubblica per dare prestiti alle piccole imprese.

Naturalmente sembra esserci un vasto accordo sulle così dette politiche sociali, dalla lotta alla povertà, alla abolizione/revisione della Fornero.

Quasi nessuno sembra chiedersi se simili politiche siano veramente adatte a guarire i mali del Paese e se ad esempio, lo sbandierato recupero della sovranità nazionale con conseguente aumento della spesa pubblica, non rischi aggravare i nostri problemi finendo per sfociare in una nuova crisi economica.

C’è anche chi si illude che una volta al governo, grillini e leghisti, dovranno necessariamente dimenticare le promesse elettorali e seguire il solco di quanto fatto dai governi precedenti in particolare, come affermano Travaglio e seguaci, in politica estera e in quella europea.

In realtà, anche se oggi i toni sono assai più sfumati che durante la campagna elettorale, non solo non ci sono prove di un deciso cambio di rotta da parte dei partiti vincitori, ma anzi, permangono gravi indizi, sulla persistenza da parte loro di idee sbagliate che condurrebbero in direzione totalmente opposta a quella voluta. Nessuno sembra interessarsi ad alcuni aspetti fondamentali e prioritari delle politiche da attuare. In primo luogo la necessità di far proseguire, ed anzi rafforzare la ripresa in atto, che sia pure ad un ritmo non esaltante, è comunque una buona base di partenza. E per farlo occorrerebbe proseguire nelle politiche capaci di rafforzare la competitività (parola mai pronunciata da Salvini o Di Maio) e fronteggiare le nuove turbolenze del mercato internazionale indotte dal rischio di una guerra dei dazi. Dazi che invece Salvini minaccia di imporre con grande superficialità per un paese che vive di commercio internazionale e che ha un attivo di bilancia commerciale di 50 miliardi di Euro.

In secondo luogo occorrerebbe chiarire quali riforme sarebbero ancora necessarie per creare un ambiente più favorevole agli investimenti privati e per stimolare realmente la creazione di moderne infrastrutture superando veti burocratici e carenze finanziarie. Ma nessuno sembra interessato alla riforma della Giustizia, allo snellimento delle partecipazioni degli enti locali nelle aziende di servizi, all’efficienza della PA e delle istituzioni. Tutto sembra potersi risolvere solo allargando la spesa pubblica prevalentemente di tipo assistenziale, finanziata con sistemi irrealistici come la diminuzione dei costi della politica e la lotta alla corruzione. Di qui l’epocale battaglia contro i vitalizi degli ex parlamentari (per quelli attuali sono già stati aboliti), la riduzione delle indennità di carica o della macchina di servizio, e soprattutto l’idea che dalla eliminazione della corruzione si possano ricavare cifre astronomiche da ridistribuire ai cittadini. È stato dimostrato che in Italia la percezione della corruzione è molto superiore alla effettiva entità del fenomeno e che casomai il problema è quello della illegalità diffusa e quindi del “nero” che troppi cittadini di ogni ceto utilizzano ormai abitualmente. Ma la lotta alla corruzione consente di dire che i politici di tutti gli altri partiti sono corrotti o al servizio di poteri occulti, e quindi offre un dividendo politico maggiore di quello che si ricaverebbe da una vera lotta al sommerso o ai tanti furbetti che prendono dallo Stato più di quanto loro dovuto, dalle pensioni di invalidità, all’assenteismo cronico degli impiegati pubblici soprattutto al Sud, dove i grillini hanno fatto il pieno di voti.

Da ultimo occorre chiarire che a differenza di altri paesi il problema italiano non è quello della crescita delle diseguaglianze ma quello complessivo del calo del reddito e della perdita di visibilità sul percorso per migliorare la propria posizione. Insomma è un problema di struttura e non di sussidi, di politiche attive del lavoro e non di finti lavori nel settore pubblico o nelle imprese decotte. Insomma il problema è quello di far crescere di più il Pil e non solo di redistribuire il reddito.

Il presidente Mattarella sta facendo tutto il possibile per chiarire molti punti del programma di un ipotetico governo M5S-Lega. Ma occorre un dibattito serio nel paese per evitare di dar vita ad un governo che potrebbe avere conseguenze drammatiche per l’intero paese e soprattutto per le classi meno abbienti.

 

Firstonline

11 Commenti a Lega più M5S, ovvero la maggioranza del disastro – di Ernesto Auci

  1. Laura F 6 aprile 2018 at 21:14 #

    Ancora una volta, Direttore, ha puntato il dito contro i veri problemi di questo Paese: il malcostume diffuso, del quale la politica è diretta espressione, senza se e senza ma.
    Ma la soluzione?

  2. andrea dolci 8 aprile 2018 at 12:43 #

    Caro Direttore, io credo che nessuno con un minimo di intelletto abbia dubbi sulla follia delle proposte di M5S e Lega e non ho dubbi sul fatto che un loro governo porterebbe l’elettorato ad un rapido disamoramento, ma se la metà degli elettori ha dato credito a due pifferai di Hamelin, la risposta non può essere semplicemente lasciamoli fare e poi gli elettori vedranno in che guaio si sono cacciati.
    A meno di non immaginare la fine del suffragio universale e la concessione del voto solo a chi passa un test messo a punto dalle elite, non vedo perchè nella prossima tornata elettorale gli elettori delusi dovrebbero tornare a votare chi, non solo è stato sonoramente bocciato, ma davanti ad una sconfitta non mostra alcuna voglia di analizzare gli errori.
    Auci fa un egregio esercizio di benaltrismo dicendo cose per lo più condivisibili ma l’elettore medio si chiede come mai chi comanda da oltre 20 anni non ha fatto nulla di quello che dovrebbe essere prioritario e ha permesso nel frattempo che il paese si riducesse in braghe di tela.
    Perchè dovremmo tornare a votare per chi ha buttato nel cesso montagne di miliardi in inutili bonus, chi ha fatto riforme gattopardesche della PA, chi ha messo in piedi un sistema di finanziamento dei partiti che è un incitamento alla disonestà, chi, anzichè semplificare, ha reso gli adempimenti fiscali per le aziende una vera e propria costosa tortura, chi accusa Lega e Grillini di voler uccidere il libero mercato ma poi ha bruciato ( e sta bruciando) decine di miliardi nella ricostruzione delle Partecipazioni Statali.
    Oggi io non ho paura delle proposte di Lega e M5S, io oggi sono più spaventato dalla totale assenza di analisi dei problemi e della elaborazione di una proposta da parte di chi dovrebbe essere maggiormente qualificato. Se anche uno come Calenda si mette a sponsorizzare la nazionalizzazione della rete Telecom, con la conseguente inesorabile ulteriore perdita di competitività del paese, come faccio a non essere preoccupato ?
    E poi, veramente crediamo che il problema del paese sia avere per qualche tempo un governo grillo-leghista ?

  3. Bull 10 aprile 2018 at 12:30 #

    “Se anche uno come Calenda si mette a sponsorizzare la nazionalizzazione della rete Telecom, con la conseguente inesorabile ulteriore perdita di competitività del paese, come faccio a non essere preoccupato ?” Vada a vedere quale era la diffusione della banda larga (di allora) quando Telecom era ancora pubblica, e vada a vedere in quale posizione l’Italia è adesso. Poi tragga lei le conclusioni su quanta competitività ci ha portato la privatizzazione.

    • andrea dolci 10 aprile 2018 at 13:10 #

      Le segnalo un dato interessante. Dopo la privatizzazione, i dicidendi distribuiti sono sistematicamente ammontati al 100% dell’utile e gli investimenti in materiale tecnico sono ammontati a zero; con l’arrivo di Vivendi, i dividendi distribuiti sono scesi a meno del 10% dell’utile e sono ripresi di gran carriera gli investimenti nella rete.
      Può essere che il nuovo soggetto pubblico non sia il solito carrozzone parastatale, come può essere che levando ad ENEL l’onere di Openfibre, il costo dell’elettricità scenda, ma visti precedenti, vedi Enel, Leonardo &c, è lecito attendersi che lo Stato indichi tariffe whole sale elevate a danno di tutti gli operatori e dei consumatori, drenando poi ogni anno centinaia di milioni sotto forma di dividendi. È anche lecito temere che il costo della pubblicizzazione della rete sia fatto a prezzi vantaggiosi ( per il venditore) permettendo così la restituzione dei prestiti alle banche creditrici che, guarda caso, stanno supportando entusiasticamente l’operazione.
      Da ultimo la inviterei a riflettere sul fatto che la Telecom che lei rimpiange era un immenso carrozzone con decine di migliaia di dipendenti di troppo e che stava in piedi solo grazie al monopolio che garantiva tariffe che oggi definiremmo da strozzino. Quella Telecom, con quella gestione, non solo oggi non avrebbe un centesimo da investire, ma porterebbe rapidamente in libri in tribunale.
      Cordialmente.

  4. Bull 10 aprile 2018 at 19:03 #

    Lei ha senz’altro ragione. Le privatizzazioni funzionano alla grande. Infatti nei comuni nei quali la gestione idrica è stata privatizzata le tariffe sono aumentate vertiginosamente. Vada a guardarsi quanto spendono in più gli italiani da quando possonoscegliersi il gestore del gas o dell’energia elettrica.

  5. Andrea Dolci 11 aprile 2018 at 08:32 #

    Dunque meglio tariffe basse ma ripiano dei buchi di bilancio tutti gli anni con la fiscalità generale e migliaia di posti profumatamente retribuiti nei CDA per piazzare parenti, amici e trombati, giusto ?

  6. Bull 11 aprile 2018 at 17:53 #

    Carissimo sig. Dolci, ma dobbia,o proprio rassegnarci ad uno stato che non funziona?

  7. Bull 11 aprile 2018 at 17:55 #

    Carissimo sig. Dolci, ma dobbiamo proprio rassegnarci ad uno stato che non funziona?

    • andrea dolci 12 aprile 2018 at 12:54 #

      Temo di sì anche perché è quello che ci insegnano oltre 100 anni di storia unitaria. Aggiungo che se i monopoli sono pericolosi e perniciosi quando sono privati, a maggior ragione lo sono quando a gestire le aziende c’è la politica che è intrinsecamente irresponsabile.
      Comunque, in economia lo Stato che funziona è quello che si confronta che l mercato, non quello che lo abolisce per decreto legge.

  8. Bull 13 aprile 2018 at 08:50 #

    Io so che lo sviluppo ed il benessere in Italia l’abbiamo avuto con la compartecipazione pubblico-privato. Parlo degli anni 50, 60, parte dei 70. Poi è arrivata la stagione dei Craxi e degli Andreotti che hano fatto esplodere il debito pubblico. .Ma francamente, io non vedo nulla di positivo nell’attuale gestione che ha privatizzato i monopoli naturali. Io non credo che oggi l’italiano medio viva meglio di quello degli anni 60, a meno che non si voglia pensare che barattare un volo low cost con un buon lavoro impiegatizio a tempo indeterminato in un’azienda solida sia un cambio vantaggioso. Il compito della politica è far star meglio i cittadini, non esporli alla giungla del libero mercato senza regole, che tende per sua natura verso il monopolio.

  9. andrea dolci 13 aprile 2018 at 09:22 #

    La invito a riflettere sul fatto che negli anni 50-60 i tenori di vita erano notevomente più bassi, le protezioni sociali inesistenti e il carico fiscale su cittadini e aziende era meno della metà dell’attuale; ci aggiunga poi che era un mondo dove non esisteva competizione, dove bastava essere intraprendenti e aver voglia di lavorare per riuscire a sfondare e capirá che stiamo parlando di un passato che è lontano e non potrá più tornare. Oggi è tutto più difficile, oggi devi essere molto bravo, devi essere rapido nel decidere e non commettere errori, devi essere efficiente e devi essere superprofessionalizzato. Crede veramente che un sistema imprenditoriale assoggettato ai tempi e ai modi della politica possa avere speranze di sopravvivere ?
    Rifletta sul fatto che anche in Cina il governo pur mantenendo un solido controllo delle strategie economiche è uscito da tutte le aziende lasciandole in mano ai privati.
    Cordiamente

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