Lega, M5S: un consenso altalenalenante – di Nando Pagnoncelli

È il turno del presidente della Camera Fico. “Altro giro, altra corsa” come dicevano i giostrai di un tempo. I giornali riportano il numero dei giorni necessari per comporre una maggioranza: dopo 50 giorni siamo al punto di partenza, ma ce ne vollero 62, solo 5 anni fa, per il governo Letta e ben 84 per il governo Amato nel 1992. La differenza è rappresentata dalla diversa percezione del tempo: oggi è tutto più rapido, immediato. I tempi lunghi sembrano infiniti, si vorrebbe tutto subito, e questa aspettativa (ma non solo) determina un cambiamento nelle opinioni dei cittadini. La fake campaign, basata su promesse di difficile realizzazione (per ragioni di insostenibilità economica e politica), autocandidature alla premiership, e solenni impegni a non accettare larghe intese, ha restituito un elettorato in larga misura disilluso, ancorché attratto dai due leader considerati vincitori di una tornata elettorale di fatto priva di vincitori: Di Maio e Salvini. Entrambi, all’indomani delle elezioni, hanno fatto registrare una crescita significativa di consenso personale proveniente prevalentemente, in modo reciproco, da centrodestra e 5stelle. Di Maio, a cavallo delle elezioni, è passato dal 31% al 38,8%, per poi salire al 42% e scendere al 37%; Salvini è passato dal 29,1% al 37,1%, ha raggiunto un picco pari al 39% e si è assestato al 38,1%.

La consueta lettura drammatizzante degli eventi, unita ad un eccesso di semplificazione, ha portato ad attribuire la flessione della popolarità di Di Maio a quella che è stata definita “la svolta moderata”. In realtà, è più conseguenza sia del veto su Berlusconi, che gli ha alienato il consenso di una parte di elettori Fi, desiderosi di vedere nascere un esecutivo 5stelle-centrodestra; sia della difficoltà a realizzare una maggioranza 5stelle-Lega, che ha deluso una parte dell’elettorato leghista. Insomma, il leader pentastellato ha visto aumentare e diminuire il suo consenso soprattutto nel’elettorato di centrodestra, mentre ha mantenuto quello del proprio elettorato che, va ricordato, per il 43% ha votato il M5s “per mandare a casa definitivamente una classe politica corrotta e inefficiente”, il 43% “per dare un volto nuovo alla politica italiana” e solamente il 14% “per le proposte e le promesse”. In altri termini: l’aspettativa di cambiamento e l’immagine di diversità che caratterizzano il M5S prevalgono sulle singole proposte. E nonostante il consenso altalenante, Di Maio oggi si colloca 6 punti al di sopra del valore ottenuto alla vigilia delle elezioni. Salvini ha proposto l’immagine di un leader disponibile a farsi da parte pur di addivenire ad una maggioranza (sebbene nel simbolo leghista campeggiasse il termine “premier”, riproposto in ogni comizio, ogni intervista, ogni talk show), e nel contempo la fedeltà al centrodestra. Insomma, un leader più dialogante, quindi più capace di conservare l’accresciuto consenso e investire sul futuro. C’è molto scetticismo sul tentativo di Fico di formare una maggioranza M5s-Pd-LeU. Risulterebbe gradita solo al 18% degli elettori, mentre l’esecutivo preferito è  M5S- Lega, indicato dal 35%. D’altronde, M5S e Lega hanno ottenuto il 50,1% dei voti, pari al 35,3% degli elettori. Dunque le divisioni permangono nel Paese e qualsiasi governo rischia di ottenere più dissenso che consenso tra gli elettori, la cui opinione è sempre più volatile. È legittimo il sospetto che chiamarsi fuori e stare fermi un giro (presumibilmente breve) rappresenti una forte tentazione e non riguardi solo il PD.

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