Ecco il giudice del lavoro negare il reintegro a una lavoratrice. Ma sarà bene aspettare l’appello – di Giancarlo Santalmassi

Il giudice di Milano ha respinto il ricorso della mamma lavoratrice licenziata da Ikea che riteneva il licenziamento discriminatorio e chiedeva il reintegro e il risarcimento del danno. Per il giudice che ha analizzato il ricorso, i comportamenti dell’ex dipendente sono stati “di gravità tali da ledere il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore e consentono l’adozione del provvedimento disciplinare espulsivo”.
Ikea sottolinea in una nota che il Tribunale di Milano sezione Lavoro, respingendo il ricorso della lavoratrice contro il licenziamento “ha riconosciuto la gravità dei comportamenti tenuti da Marica Ricutti e, conseguentemente, ha confermato la legittimità della decisione di Ikea di interrompere il rapporto lavorativo”. L’avvocato di Ikea, Luca Failla, spiega che “la decisione, confermata dai testimoni che sono stati ascoltati durante il procedimento, restituisce la verità dei fatti a una vicenda che in questi mesi è stata interpretata in maniera strumentale e di parte, diffondendo tra l’opinione pubblica un’immagine di Ikea che non corrisponde ai valori che esprime nel suo impegno quotidiano verso clienti, dipendenti e fornitori”.

Ansa

 

Marica Ricutti aveva raccontato così la sua vicenda all’Huffington post.
Quando ha iniziato a lavorare in Ikea?
“Nel ’99, tramite le Agenzie interinali. Nel 2000 sono stata assunta a tempo indeterminato, con contratto part time. Ho sempre lavorato anche per mantenermi agli studi, sono stata cresciuta con l’idea di dover fare sacrifici, e, come tante altre persone, ne ho fatti per andare avanti”.
Cosa faceva in Ikea?
“Ho girato vari reparti, sempre accettando gli spostamenti che mi venivano proposti. Mi sono sempre resa disponibile a tutti i turni di lavoro e agli orari e, ripeto, non ho mai ricevuto richiami o lettere di contestazione. Nel 2015 mi sono laureata. Allora ero ancora sposata, avevo già i bambini e lavoravo contribuendo anche a portare avanti la famiglia”.
Cosa succede quindi?
“Si aprì la possibilità di entrare a lavorare nell’area food. Il mio primo ruolo fu da coordinatrice nel reparto bistrot- bottega, quello, dove, per intenderci, vengono venduti i prodotti alimentari svedesi”.
Il suo contratto era sempre part time?
“No, da part time diventò full time, ma all’inizio non ebbi alcun problema. Avevo il tempo per badare ai miei figli secondo le loro esigenze. Li portavo a scuola ogni mattina, il più piccolo a terapia quando doveva farla, e poi andavo al lavoro. Ho sempre rispettato le mie otto ore, anche se poi, a conti fatti, le ore sarebbero nove perché c’è l’ora di spacco, che viene comunque trascorsa nel luogo di lavoro”.
Quindi all’inizio nessun problema?
“No, tenga presente che io abito a Mortara, in provincia di Pavia, a quaranta chilometri dallo stabilimento di Corsico, ma nonostante tutto riuscivo ad organizzarmi per portare i bambini a scuola ogni giorno e il martedì, il più piccolo a seguire la terapia di cui ha bisogno. Fino a quando, più o meno a fine 2016 inizio 2017, mi viene presentata un’altra proposta”.
Cioè?
“L’azienda mi propose di spostarmi nell’area ristorante. Sapevo che in quel reparto uno dei turni in cui è divisa la giornata lavorativa, inizia alle 7 del mattino e così mi attivai subito”.
Che fece?
“Parlai con i miei responsabili dicendo chiaramente che per me era impossibile rispettare quell’orario. Per prendere servizio alle 7 mi sarei dovuta avviare da casa un’ora prima e, poi, come avrei fatto ad accompagnare i bambini a scuola?”.
Cosa le fu risposto?
“Ricevetti molte rassicurazioni, mi fu detto di non preoccuparmi, che non mi avrebbero fatto lavorare in quel turno, se non di sabato o di domenica, quando comunque i miei bambini sono con il papà e quindi io avrei potuto lavorare”.
Dunque lei cosa fece?
“Sulla base di queste rassicurazioni, accettai l’ennesimo spostamento. Purtroppo quelle rassicurazioni erano solo verbali. E me ne resi conto pochi mesi dopo”.
Perché, cosa accadde?
“Mi sono vista riproporre un nuovo prospetto nel quale c’era questo turno con inizio alle 7 e veniva modificato anche il turno del martedì, giorno per me importantissimo perché devo accompagnare il mio bambino più piccolo a fare terapia. A quel punto, ho cercato un confronto, ricordando le parole che mi erano state date circa il fatto che non sarei stata impiegata nel turno che inizia alle 7 del mattino, almeno dal lunedì al venerdì. Accettai comunque, chiedendo di venirci incontro, per l’ennesima volta mi sono resa disponibile. Purtroppo, da parte dell’azienda c’è stata una chiusura netta”.
In che senso?
“Ho assistito ad uno scaricabarile tra i responsabili. Fino a quando, a fine settembre ho chiesto un colloquio con il responsabile delle risorse umane. L’ho chiesto io e l’hanno chiesto i miei rappresentanti sindacali, della Filcams Cgil, ai quali mi ero rivolta nel frattempo”.
Le hanno risposto?
“No, nessuna risposta”.
E quindi cos’ha fatto?
“Su consiglio dei sindacati, abbiamo comunicato che mi sarei attenuta ai miei vecchi turni. Il 3 ottobre mi è stata recapitata una lettera in cui si contestava, in particolare in due giorni, la mia presenza in orari non concordati dal loro punto di vista. Stiamo parlando di quattro o cinque ore e in giorni in cui io a lavorare ero andata comunque, ero presente”.
A questo punto cosa succede?
“Il 13 novembre la responsabile delle risorse umane dello stabilimento mi ha incontrata, con il mio rappresentante sindacale. Ho spiegato che non volevo essere privilegiata, che ero disponibile a lavorare in tutti gli altri turni, compreso quello di chiusura, che per me non è agevole finendo a tarda sera, ma che comunque lo avrei fatto. Il 21 novembre ho ricevuto la lettera di licenziamento. In tronco”.
Come sta adesso, Marica?
“Non bene, purtroppo. Ho stati d’ansia che mi procurano forti tremori, questa situazione mi ha provocato anche problemi di salute che sto accertando. Mi sono sempre comportata bene verso l’azienda, ho sempre svolto il mio lavoro fino in fondo. No, non mi aspettavo di essere trattata così”.
E adesso cosa intende fare?
“Andrò avanti. Con la Filcams Cgil impugnerò il licenziamento. Non ho mai chiesto di essere privilegiata, né volevo fare lavoro d’ufficio dalla mattina alla sera. Ho sempre capito le ragioni di un’azienda che, per carità, punta al fatturato e alla clientela, ma che forse sta perdendo di vista qualcosa”.
Che cosa, secondo lei, Marica?
“Forse sta venendo meno il valore della dignità umana. Io e tutti i lavoratori non siamo numeri, siamo persone, con una dignità che dovrebbe essere rispettata”.

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