Addio ai Castro, icona del ‘novecento’ – di Giancarlo Santalmassi

Per la prima volta in un sessantennio al governo di Cuba c’è qualcuno che non ha fatto la rivoluzione. Si è infatti dimesso Raoul Castro, succeduto alla morte di Fidel, il “Leader maximo”, che nel 1956 con un pugno di desperados cacciò Fulgenzio Batista, che aveva ridotto l’isola paradiso ad un bordello di prostituzione e gioco d’azzardo succursale della Florida. Scompare così dall’immaginario degli ex giovani una icona del secolo scorso. Anche se l’”icona” vera e propria fu Ernesto Che Guevara la cui immagine è la più venduta sulle magliette di tutto il mondo.
Secondo Fidel il problema di Cuba non era la corruzione dei politici, ma la società capitalista, o meglio, la “dittatura della borghesia”. Non nacque comunista ma lo diventò, dopo viaggi in molti paesi sudamericani (quando in Europa si diceva ‘regime sudamericano’ per indicare un totalitarismo di tipo fascista) e una visita nei quartieri piu poveri de L’Avana lo indussero a ritenere indispensabile una rivoluzione del proletariato. Per tre generazioni di occidentali incarnò libertà e democrazia.
Influenzò la moda (eskimo e barba) la musica (Buenavista social club). Pragmatico, mentre Kennedy fece il grande errore con la spedizione alla Baia dei Porci (insieme ai Pentagons Papers: due episodi che farebbero revisionare alquanto la democraticità del primo presidente cattolico americano) Fidel passava dall’orbita sovietica (la crisi indotta dalla ‘glasnost’ fece sospendere all’Urss l’acquisto a prezzo politico dello zucchero di canna), a quella cinese.
E influenzò il cinema: indimenticabile il film di Woody Allen “Il dittatore dello stato libero del Bananas”.
Un solo giornale: Granma, dal nome del peschereccio con cui Fidel tornò a Cuba dal sudamerica. Per rispondere alle critiche dei giornali occidentali sulla crudeltà carceraria degli oppositori vi lessi in prima pagina la notizia della morte in Italia di un detenuto nel carcere di Padova.

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