135 anni: tanto è lunga la strada del whistle blower – di Giancarlo Santalmassi

Quando fu usata per la prima volta, in un articolo pubblicato dalla The Janesville Gazette nel giugno del 1883, la parola whistle blower non era nemmeno una parola, ma due, e stava lì a identificare una professione, quella del poliziotto, che soffiava nel fischietto per denunciare una irregolarità, un reato, o qualsiasi altro disturbo della quiete e delle pace pubblica vedesse accadere davanti ai suoi occhi, in flagrante.

Bisogna aspettare il pieno Novecento, più esattamente il dicembre 1969, per leggerla per la prima volta accorpata in una parola sola, unita da un trattino tra whistle e blower. È la prima volta che il termine prende l’accezione che usiamo ora, quella di testimone, e in quel dicembre di fine anni Sessanta se la meritò Ronald Ridenhour, militare statunitense che, testimone di un massacro di civili vietnamiti, rivelò la storia alla stampa.

In anni più recenti, poi, anche il trattino è caduto, e whistleblower si è guadagnato la dignità di essere una parola singola, andando a qualificare persone molto diverse tra loro, che in punti diversi dello spazio e del tempo hanno messo in pericolo la propria vita e la propria libertà per portare alla luce storie che altrimenti sarebbero rimaste segrete, chiuse in faldone segretati e dimenticati negli archivio di mitologici servizi segreti, o lexlutoriche aziende e banche private.

È da almeno quarant’anni che i whistleblower stanno cambiando il mondo. Da Daniel Ellsberg, che fece esplodere il caso dei Pentagon Papers, al leggendario Mark Felt, che altri chiamano Deep Throat, la celebre gola profonda dello scandalo del Watergate che costò la presidenza a Richard Nixon a cui Peter Landesman ha dedicato il suo ultimo film, The Silent Man, fino ai loro nipotini, gli Edward Snowden, le Chelsea Manning, gli Hervé Falciani, motori primi degli scandali che hanno travolto NSA, alimentato i Wikileaks e dato il via ai cosiddetti Luxleaks.

Praticamente ad ognuna delle loro storie, negli ultimi anni, è stato dedicato un film: dal documentario su Edward Snowden di Laura Poitiers fino alla storia di Julian Assange e di Wikileaks raccontata in The fifth estate, passando per la ricostruizione dell’affare dei Pentagon Papers e della storia di Daniel Ellsberg ad opera di Steven Spielberg in The Post, fino ad arrivare a quest’ultimo The Silent Man, in uscita in Italia il 12 aprile, interpretato da un ottimo Liam Neeson, ma in fondo talmente didascalico da risultare inutile, esattamente il contrario della storia che racconta.

C’erano tante schegge di grandezza nella storia di Mark Felt, uno dei più alti ufficiali dell’FBI in attività fino al 1973. Lui, che all’insaputa di tutti fu il diretto responsabile della fuga di notizie che portò allo scandalo del Watergate e alle storiche dimissioni di Richard Nixon e che fu per oltre quarant’anni capace di convivere con il proprio segreto. Ce n’erano tante di schegge di grandezza, ma praticamente nessuna sopravvive alle due ore di questo film piatto e didascalico, in cui l’unico a portarsi a casa la sufficienza (e la permanenza nei ricordi dello spettatore per più di dieci minuti dopo la fine del film) è il faccione di Liam Neeson.

Tutto il resto può al limite ambire ad essere una pesantissima pietra tombale su quello che è diventato ormai un genere cinematografico, quello dei “whistleblower”, figure sempre più centrali e decisive nel panorama politico e sociale dei nostri anni, ma ormai poco più che pallide controfigure, inutili nella loro dimensione cinematografica, gente che dobbiamo proteggere e santificare nella realtà, ma per carità, lasciamoli alle pagine dei giornali.

Andrea Coccia

Linkiesta.it

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