Sessant’anni dalla legge Merlin: radiografia di un paese e delle sue donne – di Giancarlo Santalmassi – 6

P., 5 aprile 1950

Onorevole Deputatessa della Camera del Senato

Scrivo a Voi perché so di essere ascoltata e compresa. Sono una ragazza che in questo momento Vi chiede una grazia e nel medesimo tempo sinceramente apre il pro- prio cuore a chi stà ora perorando la causa giusta delle donne perdute.
Racconto ora succintamente più che sia possibile la mia storia facendo noto che come me altre si trovano cosi e questa è una vergogna per lo Stato Italiano. Due anni fà io mi trovavo sola perché la mamma faceva la domestica a M. e, senza casa colla sola residenza a P., ero una ragazza profondamente onesta.
Purtroppo però ebbi un fidanzato mascalzone che sulla soglia del matrimonio mi la- sciò, ed inoltre ebbi da lui un figlio che porta il mio nome.
Non avevo io una occupazione e il mio stato non mi permetteva di fare molto. Cercavo ugualmente e disperatamente lavoro, ma non lo trovai. Quando arrivavo negli uffici tanti mi facevano proposte poco pulite, ma la fame nel mio stato era qualcosa di terribile ed infine una sera incontrai un signore che mi portò in un caffè nel centro di Milano.
La questura quella sera venne in quel caffè, mi chiesero i documenti, ma essendo quel luogo un posto equivoco ed essi credendo che io ne fossi una frequentatrice, mi portarono in guardina, e di li iniziò la mia più nera storia. Uscita di lì mi dettero un foglio che dovetti consegnareallaquesturadiP. Iounpòvergognosaloconsegnai.
Ma poi i piccoli risparmi svanirono e, al pensiero che con quel fatto io ero stata giudicata male, vinse le mie ultime riluttanze ed accettai le occasioni: almeno avevo da sfamarmi.
Entrai poi in una casa di tolleranza sempre sotto la spinta di signori che conobbi, ma la vita li dentro, lo sfruttamento di ogni singola donna, è ributtante e ne uscii dopo un giorno e mezzo decisa a soffrire la fame piuttosto di entrarvici ancora. Continuai la vita di prima, però cercando sempre lavoro ed un brutto giorno lo stesso agente mi consegnò un secondo foglio di via che io ebbi vergogna a consegnare ed in compenso dovetti fare 40 giorni di carcere.
Uscita ebbi il bambino e mia madre venne a P. a trovarmi ed infine il Cielo ci volle aiutare e trovammo una piccola cameretta e ci mettemmo finalmente insieme.
Il bimbo è tuttora al brefotrofio ove sempre lo vado a trovare. Io ne uscii perché nelle mie privazioni e patimenti avuti nel periodo della gravidanza persi il latte e quindi è stato allevato artificialmente e sulla sua fragile personcina conversero da allora tutti i miei pensieri e la mia ferma volontà di ricominciare una vita nuova, non rimproverevole come io stessa lo rico- noscevo.
Infatti il mese scorso trovai per mezzo di un annuncio sul giornale un lavoro di ap- prendista fotografa presso lo Studio del Sig. […] in via […]. Pur prendendo poco l’accettai, ora avevo la mamma che mi aiutava.
Mandai quindi subito al Questore di M. la domanda di togliermi ogni cosa esponendo il mio caso colla massima sincerità unendo a codesta dichiarazione la domanda del datore di lavoro. Il Commissario […] del Buon Costume di P. mi rifiutò il permesso di venire a M. to- gliendomi cosi la possibilità di riabilitarmi e nel medesimo tempo di vivere.
È sommamente ingiusto che una donna debba soccombere sotto il marchio di un pas- sato che non esiste più e che inoltre ha dato prova di volerlo cancellare con tutte le sue forze per quanto deboli siano.
Se non fosse il pensiero di mio figlio che mi sprona a tentare tutte le vie per cancellare quel luridume che spietatamente e incoscientemente mi fu gettato addosso, mi sarei data alla disperazione. Invece sono convinta che questo mio tentativo ed altri che ne farò, se ne sarà necessario, varranno a qualcosa, se non altro a mettere alla luce come la funzione del buon costume sprezzante ed insultante, nel medesimo tempo convinti di poter mettere sotto i piedi con il loro potere qualsiasi persona, invece di amministrare queste faccende delicatis- sime con umana giustizia, ne approfittano per compiere soprusi di questo e di altro genere convinti di non trovare chi ne metta loro i bastoni fra le ruote. So che mi ascolterete e ne farete luce con la massima scrupolosità. Con la mia più grande stima la saluto.
Mi firmo
seguono cognome, nome e indirizzo

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