Non perdetevi questa mostra: andate a Torino e ricordate quell’infanzia difficile – di Paola Guabello

Fu Luigi Einaudi, all’epoca corrispondente de La Stampa, a «denunciare» il fenomeno: era la fine del 1897 quando scoprì quanto «valeva» il lavoro minorile negli opifici e le conseguenze che aveva sulla salute di quelle piccole mani ubbidienti e operose. Einaudi, poco più che un ragazzino di 24 anni, venne nella città della lana a documentare le agitazioni nelle fabbriche tessili di Vallemosso, per completare la sua indagine sulla condizione degli operai biellesi.
«Einaudi voleva capire le dinamiche degli scioperi e non immaginava di trovare una simile realtà. Una trentina di anni dopo, gli scritti di quell’inchiesta vennero elaborati e pubblicati da Piero Gobetti nel volume Le lotte del lavoro» spiega Danilo Craveia, autore di un progetto di ampio respiro realizzato con il DocBi (Centro studi biellesi), il Centro Studi Gobetti di Torino e altri enti. Un percorso che ha portato alla realizzazione di una mostra e di un racconto teatrale che il ricercatore ha affidato alla regia di Veronica Rocca e all’interpretazione degli attori di Teatrando.
«I lavoratori scioperavano e si lamentavano delle loro condizioni – prosegue Craveia -. Il cronista, però, trovò bambini magri, mamme denutrite, abitudini poco salubri, alcolismo e tabagismo, “effetti collaterali” di una vita trascorsa in fabbrica. Per capire meglio consultò le liste di leva (allora l’unico strumento per rilevare le condizioni di salute dei giovani), e vide che 8 su 10 erano scartati. Einaudi era un economista, analizzò i salari, scoprì che le osterie avevano dei libretti di debito con elenchi impressionanti di persone morose, comprese tantissime donne. Paradossalmente la gente biellese era più istruita che nel resto d’Italia, il grado di alfabetizzazione era alto. I bambini andavano a scuola e poi in fabbrica perché gli imprenditori sapevano che l’ignoranza non conveniva a nessuno».
In fabbrica si entrava a 9 anni, così stabiliva la prima legge che nel 1886 regolava il «lavoro dei fanciulli». I bambini non facevano il turno di notte, ma 12 ore si. Aiutavano le mamme, i papà o i fratelli più grandi, imparavano a oliare i meccanismi, a far funzionare le macchine di filatura che erano le più basiche. A 13 anni avevano esperienza e potenzialità per avere un vero stipendio e intanto «evitavano la strada».
E le immagini di quei visetti in bianco e nero, ormai sbiadite, quegli sguardi profondi, furbeschi o ingenui (perché per alcuni, vista l’età, poteva quasi sembrare un gioco oltre che un passaggio obbligato della propria vita), quei «bocia» con i grembiuli di due taglie più grandi e le mani sporche di grasso, arriveranno a Torino, al Polo del 900 (Bambini in fabbrica: i bocia di Einaudi e Gobetti), dal 16 marzo al 6 aprile, per raccontare il lavoro minorile nel secolo scorso.
«Il tema dell’impiego di manodopera infantile o giovanissima negli opifici del Biellese – conclude Craveia -, oltre a rappresentare un significativo campo d’indagine storiografico, antropologico e sociologico, è di evidente attualità, in un contesto dove i diritti dell’infanzia sono ancora e troppo spesso messi ai margini anche nei Paesi più sviluppati».

La Stampa

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