Caso Embraco: e’ la globalizzazione bellezza – editoriale di Giancarlo Santalmassi

Ho sempre sostenuto che se e’ vero che la globalizzazione avrebbe recato qualche dollaro in più a testa nelle aree piu depresse del pianeta, il costo di questa redistribuzione planetaria sarebbe stato salatissimo sotto molti aspetti.

Favorire la nascita di multinazionali abbandonando il concetto a noi caro (non a me) del ‘piccolo e’ bello’ significava far nascere gruppi ricchissimi, con un bilancio decine di volte superiore a quello di uno stato, che avrebbero potuto mettere le entità statali in un angolo, avrebbero per esempio fatto sparire la sede nota ai lavoratori per le trattative sindacali (qual e’ il tavolo? Chi e’, e spesso, dov’e’ l’interlocutore? Chi lavora col braccialetto per Amazon ne sa qualcosa). Ne abbiamo un esempio da qualche anno nei poteri, e nei rapporti, tra Google Apple Facebook e gli stati, anche i piu’ forti.

Nel caso Embraco, la proprietà brasiliana vuole licenziare in Piemonte 500 lavoratori per spostare la sede in Slovacchia.

Per fortuna la questione e’ in mano a uno dei migliori ministri di questo governo (a mio avviso sono tre: Minniti, Orlando e Calenda) Calenda, appunto, che subito e’ andato a Bruxelles a chiedere se per caso la Slovacchia sotto sotto fruisca di fondi europei per questo che cosi sarebbe un caso di concorrenza sleale…..

Gcs

 

2 Commenti a Caso Embraco: e’ la globalizzazione bellezza – editoriale di Giancarlo Santalmassi

  1. andrea dolci 21 febbraio 2018 at 12:01 #

    Io credo che la vicenda Embraco e le reazioni conseguenti non sia altro che l’ennesima dimostrazione di un paese che rifiuta di confrontarsi con un mondo che da oltre due decenni è radicalmente cambiato. Purtroppo siamo qui nel 2018 a sorprenderci del fatto che produzioni povere a basso valore aggiunto vengano trasferite in paesi dove la bassa manovalanza costa poco e dove, altro aspetto importante, il carico fiscale e i costi diretti ed indiretti dela burocrazia sulle spalle delle aziende sono radicalmente inferiori.
    Calenda fa bene a lottare per superare l’emergenza momentanea ma un paese che immagina di mantenere la manifattura a botte di contributi straordinari o deroghe ad aziendam è destinato ad una morte inesorabile.
    Su una cosa dissento da Lei, Direttore: è vero che la globalizzazione pone problemi enormi con la nascita di gruppi più potenti dei singoli stati, ma le delocalizzazioni che ci colpiscono da tempo hanno tutte cause rigorosamente italiche. Se paghi l’energia il 40% in più degli altri paesi europei, se hai 5 volte in numero di adempimenti fiscali, se hai normative sulla sicurezza del lavoro che comportano documentazioni mediamente 10 volte superiori ai concorrenti continentali, se per ogni nuova cosa sei soggetto a tortuosi percorsi autorizzativi che ti mettono in balia di una burocrazia inefficiente e ondivaga, c’hai voglia a non delocalizzare.
    Anche nelle piccole cose siamo demenziali: le continue modifiche allo spesometro ci sono già costate megliaia di euro in diversi adeguamenti software; crede che la mia Casa Madre veda l’Italia come un paese capace di stare al fianco di chi fa impresa ?

    Un saluto

    P.S. Quando Schroder divenne cancelliere la Germania era messa anche pegggio di noi ma l’intero paese, anziché imprecare alla luna e allo straniero, si rimboccó le maniche e fece tutte le riforme necessarie ( alcune molto dolorose) per rimettere in corsa l’economia.

  2. Bull 27 febbraio 2018 at 00:11 #

    Calenda non è un ministro, è una barzelletta, e la fine della vicenda Embraco lo dimostra una volta di più.

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